Prada e il mistero del vaso nero – di Marco Ermentini

Salgo al primo piano della nuova torre sghemba, l ‘ascensore non si ferma e bisogna usare le algide scale. Percorro le rampe bianche in cemento calde come un obitorio e osservo i pianerottoli delimitati da un grigliato metallico (viene in mente l ‘ossessione allo spiedo delle recinzioni del Bel Paese: il famigerato Orsogrill), lo spazio retrostante è illuminato con luce fredda e concluso da lastre di cartongesso con la stuccatura in vista (un effetto di sprezzatura molto raffinato). Sbarco al piano, è uno spazio basso triangolare con pavimento, pareti e soffitto bianco lucido, al centro il banco del guardaroba con specchi e neon presidiato da un ‘inserviente in abito nero, sul retro alcune porte nere lungo una parete a specchi danno accesso ai bagni. La pesante porta di ferro permette di entrare nel piccolo antibagno e poi con un ‘altra porta in grigliato giallo canarino al bagno vero e proprio. Qui ci si aspetta un wc in oro zecchino di Cattellana memoria e di ascendenza Goldfinger (come suggerito dalla nuova ArchiTexture) ma, sorpresa: il sanitario è nero lucido fiammante. Anche le pareti e il pavimento sono neri con una fessura sul lato di fondo in cui è celata la carta igienica, nascosta per pudore stilistico. Nell ‘antibagno il lavandino anch ‘esso nero lucido con dimensioni anni ’70 presenta una strana particolarità: le manopole di acciaio del flusso sono decentrate sulla destra.

├ê una nuova puntata del racconto sui bagni delle architetture museali iniziata su questa newsletter poco più di due anni fa (vedi la presstletter del 5.12.2016 con un resoconto da Londra). Così come Zizek ha dimostrato brillantemente che dalla toilette si può desumere l ‘ ideologia di un popolo, allo stesso modo la nuova critica igienico-sanitaria intende dimostrare come i bagni dei nuovi musei siano delle vere e proprie cartine tornasole dell ‘architettura contemporanea. ├ê curioso, mentre fino a qualche tempo fa il ristorante costituiva il fulcro di ogni museo che si rispetti, oggi sembra che questo testimone sia passato alla toilette, vero condensato dell’essenza dell’architetto. Forse la storia dell’architettura andrebbe riscritta? In realtà esaminare gli edifici in base agli aspetti igienico-sanitari, oltre a verificare la salubrità di certi luoghi, sarebbe un ‘operazione di grande interesse. Vi confesso che ho capito a fondo la poetica di Le Corbusier solo dopo aver letto il capitolo sul bidet di sua moglie Yvonne scritto da Luigi Prestinenza Puglisi (un piccolo capolavoro della critica molto più efficace di tanti tomi polverosi. Lo trovate qui: http://prestinenza.it/2015/12/il-mistero-del-bidet-di-le-corbusier/ )

Buona ritirata!

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