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Nicola Carrino – di Massimo Locci

Il 14 maggio 2018 è scomparso a Roma Nicola Carrino (Taranto 1932), artista molto noto e tra i più rilevanti della scultura italiana del secondo Novecento. Appassionato di architettura, amico e collaboratore di molti architetti è stato un vero sperimentatore. In sessant ‘anni di ricerca non ha mai smesso di pensare all ‘arte come ad un percorso di conoscenza, un continuo indagare la realtà che ci circonda. Negli anni Sessanta, insieme con Nato Frascà, Gastone Biggi, Achille Pace, Pasquale Santoro e Giuseppe Uncini, fonda il Gruppo 1, movimento di ricerca teso a realizzare una rilettura del rapporto tra materia e spazio, producendo strutture modulari con materiali industriali. Più che come sculture definite e stabili, le sue sono strutture concepite come un ‘esperienza processuale, variabile e mai compiuta. Sono architetture aperte, con libere e mobili aggregazioni, composizioni da costruire e decostruire continuamente, da sovrapporre con layers allineati o slittati, come i celebri Costruttivi trasformabili ‘ del 1968, in ferro e acciaio dalla caratteristica sagomatura scalettata. Amava ribadire “Scultura è operazione del mutare, strumento indispensabile del continuo occupare e dimensionare lo spazio Un ‘idea apparentemente elementare ma capace di riferirsi alle sperimentazioni sull ‘architettura mutante degli anni ’60, di definire un ‘idea di città e di paesaggio analogo. Non a caso la sua mostra antologica del 2016, al Camusac di Cassino, era intitolata Reconstructing City.

Tra i lavori in collaborazione con gli architetti, il più rilevante è sicuramente il paramento di facciata del Corviale. Sul suo rapporto con Mario Fiorentino e su questa esperienza nei mesi scorsi mi ha inviato questo testo per un libro, Generazione ’15- ’18, AR Edizioni, che si spera di poter pubblicare a breve. Anche se sintetizzato, rappresenta una lucida lettura di un ‘idea di arte e architettura.

Tramite Stefano ho conosciuto il padre Mario Fiorentino, architetto, appunto appassionato della vita, dell ‘arte, dell ‘Architettura, di cui rimane maestro indimenticabile. Tanto possono dire più che me stesso, i testi di architettura, i suoi amici architetti e i suoi studenti, le testimonianze del suo costruito, sempre rivolto a tematiche di impegno civile e democratico.

Nel grande sogno dell ‘Architettura, che in progressione salisse dal segno frammentato e composito della visione urbana, al grande tracciare di assi, al segno fortemente unitario che incidesse il territorio. In questo senso ho sempre definito Corviale, la prima e forse unica impresa di Land Art in Architettura. Impresa che ho potuto seguire da vicino, in condizione di privilegio, nell ‘idealità dell ‘Arte che Mario Fiorentino aveva della visione urbana ed architettonica, ed alla quale mi aveva chiamato a partecipare col mio modo di poter a mia volta segnare con movimento variabile una possibile superficie.

Che fosse il piano supporto di un mio rilievo bianco, come nei lavori tra il ’64 e il ’69, o proprio l ‘ampia superficie della facciata del Corviale, sulle macro pannellature in cemento, prefabbricate, a chiusura dell ‘ossatura portante. (ÔǪ) Un rilievo di minimo spessore per un massimo generativo di segni luce e segni ombra. Così agli inizi degli anni Settanta, quando ormai il progetto per Corviale andava definendosi nella sua totalità, Mario mi chiamò, intravvedendo la possibilità di animare con segni determinati dal rilievo, il nastro di chiusura ai piani della facciata dell ‘edificio, nell ‘accostamento modulare di singoli pannelli di tamponatura.(…) L ‘idea di luogo, come luogo nel contesto urbano e nel paesaggio mi affascinava, ritenendo necessario agire nella disponibilità della forma verso il luogo e nella possibilità di intervento da parte di altri che non fosse l ‘artista stesso, ad agire la trasformazione.

E questo riscontravo essere nella stessa idea e visione architettonica di Mario Fiorentino e questo poteva essere ancora ragione della sentita amicizia. Come infatti potevo riscontrare essere Corviale una grande costruzione, in cui gli elementi cellula prefabbricati modulari si assemblavano, man mano in sovrapposizione ed estensione territoriale, sino a formare il grande blocco organismo unitario, in cemento precompresso grigio e austero, minimalista al massimo, in connessione e rispetto del territorio e quindi del luogo considerato. Che fosse definizione estetica e funzione della città.

Il blocco Corviale definisce infatti la nuova città orizzontale, con le sue cinque trance quartieri, con le sue monumentali porte e piazzali di accesso, Il tutto a tagliare in due il territorio, ponendosi al limite del piano regolatore, a segnare un suo completamento, un chiudersi del cerchio, superando la frammentazione di un tessuto periferico, ormai al limite dell ‘indecifrabile, per evidenziarsi come opera territoriale, parallela in architettura al fare Land Art degli artisti visivi. (…) Il concetto del rapporto arte-architettura, come da noi condiviso, era non quello ovvio di decorazione sovrastrutturale, ma di piena integrazione tra le arti, considerando da una parte il rilievo, insito nel pannello costruttivo, e dall ‘altra le sculture, progettate per quel luogo specifico e collocate in esso, segnali denotanti l ‘intera tipologia dell ‘edificio come l ‘accedere differenziato e riconoscitivo delle singole trance-quartieri. (…)

Il vedere infine il crescere scalare, come per la forma dei miei Costruttivi, dei grandi componenti prefabbricati, in altezza e in un lunghezza insieme, sino al chiudersi del blocco, come un grande lego mosso da mani giganti. Mi affascinava il disegno in pianta del Corviale. (ÔǪ) Il Costruttivo Trasformabile 2/74 avrebbe così costituito, nell ‘attraversamento del piazzale, un paesaggio nel paesaggio, disponibile ad ulteriori trasformazioni formali, operabili con la volontà ed il contributo creativo degli abitanti la trance centrale dell ‘edificio, sin forse a ritenere esauriente l ‘esperienza acquisita e l ‘ingombro stesso dell ‘oggetto scultura, tanto da poterlo infine rifiutare, annullando o riprogettandolo in altro luogo.

Il disporre liberamente del Costruttivo e quindi il pensare e il predisporre un suo nuovo progetto formale, poteva per ultimo avvicinare gli abitanti a riconsiderare l ‘idea stessa di Corviale, come edificio modularmente composito, non certo trasformabile nella sua definizione plastico-architettonica, ma certo indicativamente trasformativo della socialità disponibilmente creativa degli abitanti. Corviale è infatti opera sociale, indicativa di nuova creatività.”

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