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Criticismo immersivo – di Alessandra Muntoni

Mi arrendo. Una nuova ondata di giovani critici è venuta allo scoperto e sfida noi vecchi illusi e tetragoni assertori della vecchia critica. Quella che, ci avevano detto, seleziona, argomenta, giudica, offre ipotesi di lavoro da verificare, aborre falsificazioni e deformazioni della storia, orienta, individua problemi, ama la bella scrittura e così via. Quella che, ci avevano detto, si chiede se sia opportuno usare il discorso deduttivo o induttivo, citando i predecessori per misurarsi con la cultura e far progredire il ragionamento.

Invece no. Ora possiamo finalmente imparare qualcosa che non sia faticoso e forse noioso, qualcosa che emerge da una insospettata capacità di mettersi in sintonia con la gente, che apre le porte alla poesia del racconto, all ‘irrazionalità, e le chiude invece alla consequenzialità del ragionamento, che esalta l ‘affermazione della personalità e ironizza sul già detto, già visto, già pensato, già metabolizzato.

Ho accettato con una certa riluttanza il compito affidatomi da Luigi Prestinenza Puglisi di far parte della commissione giudicatrice dei saggi presentati al concorso Giovani Critici 2018. Avevo sottovalutato l ‘occasione di imparare qualcosa. Invece ho fatto bene ad accettare, perche non capita spesso di poter studiare da vicino come è cambiata la mentalità di chi decide, con nuovi strumenti, d ‘inoltrarsi nei territoti insondati della costruzione-distruzione dell ‘ambiente. Perche quello che conta, qui, è che il cambiamento più importante riguarda non tanto il soggetto (il nuovo critico) ma l ‘oggetto (quello che si decide di indagare). Non sono le opere di maestri, o di abili professionisti, e neanche le figure trascurate dalla storiografia di successo; sono invece i rifugi di lamiera delle baraccopoli metropolitane, i caratteri della città globale e lo sradicamento della città-isola, le periferie intese come residuo o relitto di un territorio senza qualità, l ‘elogio di dimenticare il passato, lo spazio della condivisione via etere, il racconto surreale di un geografo che ridisegna la mappa di una città. Dunque, tutti temi che descrivono il tempo attuale, visto dai vinti, dagli emarginati, o da chi è virtualmente fuori dalla storia.

Stupisce il tono assertivo col quale si parla di questi territori sconosciuti, avvicinati o allontanati. Ma l ‘atteggiamento istintuale, o intuitivo, quasi un voler galleggiare, partecipare al disagio, al dolore, al fantastico, per poterlo poi capire meglio, mi pare il significato vero di questo che definirei criticismo immersivo. Un po ‘ come gli scrittori cannibali degli anni Novanta che sceglievano i propri protagonisti nel mondo deformato di una gioventù preda di percorsi eterodiretti e perciò inconoscibili. Per contro, il modello potrebbe essere la lettura di Venturi-Izenour-Scott Brown della Strip di Las Vegas. Ma Venturi aveva spiegato che per fare quel lavoro, il primo che poneva un oggetto denigrato al centro della ricerca o della critica storica, bisognava amarlo. Un sentimento, questo, molto pericoloso, capace però, alle lunghe, di riorientare i percorsi mentali.

Inutile dire che ho dato voti tutti molto alti a questi brevi saggi, convinta che dal gruppo di questi giovani pensanti in modo diverso da noi potrebbero emergere persone capaci di orientare la cultura, obiettivo imprescindibile della critica. Ma bisogna esserne coscienti e affinare di conseguenza gli strumenti adatti. O forse anche questo è uno pseudoproblema?

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