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Un giorno, Piri Reis a Milano | di Marco Spada

Un giorno, Piri Reis a Milano | di Marco Spada

Testo inedito

├ê vecchio, arabo ed è scampato per un soffio alla morte in una delle più schifose carceri di Al-Sisi, da qualche parte nei sobborghi del Cairo. E cosa ci stia a fare a Milano, proprio non lo sa. Era un soldato di mare, e mare o a Milano o pare non ce ne sia, sebbene vento e acqua siano ovunque; era il geografo del sultano Solimano, ß©ñ─üjji Muhyieddin Piri Ibn ß©ñ─üjj─½ Meß©Ñmed, noto al mondo come Piri Reis, comandante delle forze navali ottomane nel mare Indiano e condannato a morte dal sultano e risvegliato o non si sa ancora come e perche o a Milano, in un centro per clochard a ridosso della Stazione Centrale. Su cosa ci faccia a Milano, ad oltre 460 anni dalla sua condanna a morte (a quasi 90 anni, lo avrebbero fregato di poco), la questione è in dubbio.
├ê vecchio, stanco e spaesato, ma non è stupido, deve disegnare una carta. Senza carta, non si va da nessuna parte e deve funzionare, permettere di navigare il mare, le coste e le sorgenti dei fiumi. Non ci vuole molto al vecchio per capire che acqua a Milano ce n ‘è tanta, ma è sotto, accanto alle fogne e alle tombe di martiri che non hanno avuto papi a disseppellirli e venerarli, ma operai ad ignorarli. Non spreca il suo talento e già in tarda mattinata ha tracciato la prima linea della costa, un mare centrale a forma di cuore, nella cuspide il Castello Sforzesco, e all ‘interno un centro storico liquido, caotico e salmastro.
All ‘interno del mare-cuore-centro, poco e niente, abissi di abitazioni, chiese, palazzi, piazze; ha scorto in zona Ticinese il monumento ad un povero cristo condannato per una pestilenza causata da ratti e igiene scarsa. Fuori dal cuore, tutto. Il geografo non osserva più la forma dell ‘acqua e della terra, ma quella degli uomini, degli animali, degli uccelli, degli spiriti e dei dèmoni delle città. La sua mappa non sarà per il sultano, non c ‘è più un sultano, anzi, non c ‘è più neanche la Sublime Porta o una qualsiasi forma di stato. Lo stato è stato sostituito da altri istituti, appollaiati su altri ed alti minareti, che creano la falsa immagine di un affastellamento di linee più o meno singolari, ma tutte noiosamente simili. Quindi, niente più stato, che comunque poteva essere un buon cliente per la sua mappa, tocca disegnare per gli uomini.
Ragiona, il vecchio, sui punti chiave: anzitutto occorre disegnare la prima carta di un mondo in apparenza nuovo e che necessita di essere raccontato e trasmesso nelle sue componenti vitali, persone, memorie, luoghi. Bisogna evitare l ‘ossificazione delle mappe contemporanee, la noiosa e minimalista ripetizione di colori e sfumature a cui il GIS ha costretto l ‘estetica. La carta di Milano di Piri Reis deve raccontare l ‘inenarrato, la quotidiana strage di racconti che si consuma all ‘ombra dei grattacieli certificati LEED e dei curtain wall bassoemissivi.
A Bassora, poco prima del Cairo, aveva letto un testo su una città santa. L ‘eroe, Gilgamesh, aveva nascosto un testo sacro in un boschetto, e la città era sorta intorno agli alberi. Aveva capito allora che il costruttore è sempre uno scrittore, ma il geografo? Un fantasioso interpolatore di storie (scritte da altri) e di tempi, necessariamente passati. Il vecchio cartografo è confuso. La sua carta, la prima, quella del 1513, quella per cui era diventato Piri Reis, aveva immaginato il futuro della storia, e ora che lui sa che nessun popolo, al di là del mare oceano, è acefalo e con la faccia sul petto (dannatissimi Blemmi, però ci sono cascati prima di lui Procopio e dopo di lui Shakespeare), realizza che ha commesso degli errori, che tra l ‘altro in alcuni casi gli stavano facendo perdere la testa; stavolta sarà diverso.
Immaginare il futuro di questa città, e di tutte le città, dovrà esser diverso. In una lavanderia del parco Trotter il vecchio si fa prestare da un tarchiato latinoamericano un vestito da gran signore: in Triennale, nel pomeriggio, c ‘è serata di convegni e deve capire. I progetti riguardano torri, altissime e bluissime. L ‘elevazione è distacco, a guardare la punta delle torri gira la testa. I geografi non hanno il privilegio del distacco, la terza dimensione è negata a chi deve raffigurare la città, che senso mai avrebbe una carta con un piano di sezione a cento metri? Una madonnina dorata, qualche ufficio di CEO, CIO, CFO, i bugigattoli dei gruisti indomiti e la pianta di un bar piazzato sulla cima di un traliccio in zona Sempione. Il regno del geografo è la linea a terra.
Non nell ‘altezza, il destino, quindi. E dove allora? Nella casa, dove vivono le persone. Stavolta è una donna cinese che gli indica il luogo, mentre gli lava e taglia i capelli e mentre i figli mangiano in una stanza vicina, separata dal salone di bellezza da una tenda, simile a quelle che conosceva ad Istanbul. Il luogo delle case indicato dalla cinese è lontano nello spazio e nel tempo, ci arriva in serata: nella sua mappa originale starebbe dove quella scimmia e quel cane ballano (altra piccola svista dell ‘azione di interpolazione delle informazioni non correttamente verificate. Dovrebbe essere estinto il problema, oggi); a quanto pare c ‘era una cascina, dal nome si direbbe che fosse fortificata, o comunque merlata, e ne stanno facendo case, bellissime, altro che quelle stramberie armene di Mi’m─ür Sin─ün. Eppure c ‘è qualcosa di strano, i nomi e i ruoli sono diversi e spaventosi, non c ‘è più l ‘architetto, fosse anche Sinan, sostituito da driver, SGR, developer, contractor, project manager e property management. Le case, a ben leggere le storie, non sembrano poi così diverse dai grattacieli del centro, e cosa sia questa sbandierata sostenibilità proprio non lo sa, e forse non sa manco come metterla dentro una carta. D ‘altronde, anche chi la propugna, spesso la riduce ad una macchia verde, un po ‘ ingombrante, sulle carte, roba che nessun buon cartografo farebbe mai, quanto meno per stile.
Così, privo di entusiasmo verso gli edifici, comincia a scrivere, su una riga, le storie degli stranieri (tace la sua, straniero tra stranieri) conosciuti in questa giornata milanese e la riga si allunga nella carta, la mano del vecchio geografo traccia una lunga linea blu dal centro del cuore fin verso la periferia, via Padova e tocca la Cina e il latino America, così diverso da quello ipotizzato sulla sua prima mappa, e sempre sulla linea, la parola, quella che era in arabo nel 1513 ora è una successione di storie. Non solo quella dell ‘infedele kapudan genovese che racconta di aver scoperto un mondo nuovo, ma le microstorie di venditori egiziani, prostitute marocchine, rissose casalinghe cinesi, anziani milanesi ex terroni neoleghisti, tutti intorno ad un banco del mercato. Ecco la mappa prendere vita nel disegno di una torre sghemba e troppo bianca in zona Ripamonti, che uno spregiudicato architetto olandese ha eretto accanto ad una fabbrica tutta d ‘oro, al di là del grande mare, sottolineata dalla linea aneurismica della ferrovia.
L ‘estasi del vecchio arabo aumenta nella notte, in un abbagliato delirio la sua carta-città aumenta in storie e racconti che anche a lui appaiono fantastici, e più la periferia si ingrossa, più preme contro quel centro vuoto e altissimo su cui tutti si accaniscono. E si riforma la mappa originale. O meglio, la prima versione della sua mappa era ben diversa dall ‘attuale di Topkapi, al centro il sultano, sul suo trono, e all ‘ intorno infedeli e amenità varie. Fu la collera a fargli strappare in due quella carta, eliminando per sempre l ‘odiosa immagine del sultano e della sua corte vischiosa: la nuova carta post-strappo era, per assurdo, più interessante e divertente, il cui centro era, ed è tuttora, un grosso spazio vuoto. Una mappa del nulla, in cui la storia è ai margini, ma è anche la parte interessante, dove si parla dei furbi portoghesi, di mostri e di giorni più corti di due ore. Per rimpiazzare questo vuoto, proprio come nella città attuale, è stato necessario aggiungere dati, righe e informazioni, caravelle inutili, mentre i bordi vivevano di una loro vita autonoma, bellissima e inascoltata. La mappa che il vecchio disegna gli ricorda quel brandello di mappa che aveva salvato, la città di oggi non è che un mondo che sta nello spazio della carta, e mentre i centri si autorappresentano in maniera autonoma, senza criterio, su un mare di bit che veicolano l ‘indignazione ad orologeria per questa buca o quella speculazione, la città del margine si rafforza, aumenta le sue storie e crea le sue memorie. Seguire la linea che dalla città porta alla storia diventa la missione del vecchio. Ecco la linea che porta a sud, al Giambellino, dove, tra le ballate di Gaber, un ‘osteria di camionisti toscani è diventata un ristorante stellato, o ancora giù, alla Barona, dove ancora non si sono risolti gli odi e le incomprensioni di quindici anni fa intorno alla piazza di Fame Chimica, uno dei primi film di denuncia sociale sui rapporti tra immigrati e residenti nelle periferie.
Ecco che la carta si fa più chiara e si ricorda, il vecchio soldato di mare, che nella sua carta aveva riportato le storie di un santo cristiano, Brandano, che con la sua barca fu caricato da un pesce-isola per sfuggire alla tempesta. Strana mappa islamica con storie di cristiani era la sua. E ora, in una carta laica, quali storie raccontare?
Si ferma, il vecchio, sopraffatto dalla fatica e dal poco tempo. Il risultato si mostra come quasi compiuto e la sua mappa nuova si sovrappone perfettamente alla vecchia. Una ventina di storie marginali, alcune vere, altre false, altre che sarebbe meglio fossero dimenticate.
Il vecchio geografo è sfinito, vede sorgere l ‘alba tra i palazzi di Lambrate e del suo birrificio addormentato. Il suo lavoro non sarà mai terminato, sarà sempre il brandello di una storia. Ecco che si ricorda delle infinite discussioni, dell ‘incapacità di disegnare, per quanto veloce possa essere la mano, un mondo che per forza di cose è passato, il mondo di un secondo prima. Il geografo è condannato all ‘asincronia e per batterla immagina il futuro. Il futuro del giovane geografo islamico era un mondo in cui storie e cronache sentite in passato, e quindi vissute nel passato, si affastellavano su coste ancora non rilevate, su isole non conosciute, su mostri non sconfitti. Il passato del vecchio cartografo è ora la conoscenza millesimale dei confini, determinate da foto satellitari in HD e da cartografie GIS aggiornate, ma in questo luogo è la storia che manca, relegata alla memoria di pochi o all ‘inflazione banale delle storie social. Come e dove trovare un altro Messir Anton il Genoese, che tra i fumi dell ‘alcool gli raccontava, in una bettola del quartiere di Galata, quella storia di quando, messo fuori strada da una bufera, approdò in un ‘isola piena di zenzero?
Ride da solo il vecchio, pensando all ‘equivoco che lo portò a credere che si parlava di uova mentre i genovesi parlavano di Ovo Sano, ed essi parlavano di Oceano.
Ride da solo e un bangla dalla strada, mentre apre il suo negozietto, lo sente ridere e ride lui pure.
Eccolo lì, il destino del vecchio geografo arabo, si rimette in moto, va dall ‘uomo, che poi non è neanche bengalese, e gli chiede di raccontargli la sua storia. Ascolta, ride, mangia e annota la sua storia, che non è proprio come quella di Anton il Genoese, ma va bene lo stesso. E si rimette in marcia nel mattino o freddo, come tutte le mattine o della periferia di Milano, solo, come un cane milanese o come un manager milanese.
├ê chiaro ora il destino della città, che non sta nelle sue architetture marine, ipercerulee e sane al punto da essere mefitiche. Il destino della città è quello di essere raccontata, nelle storie riportate dal vecchio, con una memoria un po ‘ acciaccata, e dalle parole di iperbolici navigatori, in una città che tutto sommato è un porto intorno ad un mare, dove chi ha una storia da raccontare viene da fuori, è un infedele per gli autoctoni abitanti del mare interno.
E i bordi della carta si riempiono.

DATI PERSONALI:
Nome:Marco
Cognome:Spada
Data e luogo di nascita:12.III.1985 o Grottaglie (TA)
Professione:Project Manager o Head of Research Activities o Goldmann & Partners o Milano

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