Racconto di una tesi in un insediamento informale a Buona Aires, Argentina | di Lavinia Tommasoli

Testo inedito

La città rappresenta lo sforzo più notevole da parte della civiltà umana di una trasformazione completa dell ‘ambiente naturale, il passaggio più radicale dallo stato di natura allo stato di cultura con la creazione di un microclima particolarmente adatto allo svilupparsi di alcune relazioni fondamentali per la vita dell ‘uomo. (V. Gregotti, Il territorio dell ‘architettura, Feltrinelli Editore 1966)

La città sembrava respingere i nostri sguardi, ogni strada, ogni incrocio, ogni fermata che il nostro autobus faceva, sembrava sorprenderci ad osservare spazi che non avevamo il diritto di guardare.
Eravamo a Buenos Aires, una città incredibilmente estesa, scenografia di molte realtà differenti, che in un solo tragitto ci ritrovavamo a percorrere ed esplorare.
Forse, come è naturale che avvenga, la nostra curiosità tradiva la sua stessa volontà di conoscere, donandoci smorfie che suggerivano inconsapevoli giudizi.
Eravamo spettatori di luoghi che non sempre è dato vivere e osservare.
Eravamo li, vivendo come tutti quei traguardi tra città e non luoghi.
La nostra direzione andava verso una meta non chiara a molti. Io per prima ero confusa. Eravamo diretti a quello che il mio gruppo di studio dell’università chiamava COVI, Comunità di Vicini Indipendente. Ero arrivata in Argentina dall ‘Italia, grazie alla vincita di una borsa di studio per tesi all ‘estero, solo poche settimane, e grazie all ‘Università di Architettura di Buenos Aires mi ero inserito nel Seminario Interdisciplinare di Urgenza Sociale. Il professore ci provò a spiegare il lavoro che l’università portava avanti da tre anni e l’area di progetto, la realtà si rivelò subito: neppure un anno di sopralluoghi può essere sufficiente per comprendere la complessità di un luogo, con i suoi abitanti, la sua storia e le sue preesistenze.
Eravamo diretti nella calle 826, dove dieci anni prima alcune persone avevano scelto per coraggio e o necessità di appropiarsi di quella terra, iniziando a costruire case e, in poco tempo, riunendosi in un comitato di quartiere: il Covi.
Quel nuovo conglomerato di case pian piano assunse la conformazione di una strada urbana, una strada, però, inquinata e destinata a rimanere ai margini di due cartiere semi abbandonate, ma tuttora attive nel loro potere inquinante.
Scesi dall’autobus quel giorno, il mio primo giorno, ed il cuore iniziò a battere forte, il respiro e il battito non potevano essere celati, e le persone del posto riconoscevano tali sussulti come alieni da loro, non facendo altro che aumentare la disparità. Arrivati nella piazza verde alla fine della strada, luogo che gli abitanti avevano voluto destinare alla collettività, tutto cambiò…il sole iniziò a illuminare i nostri volti come i loro, e in quell’abbagliante abbraccio finalmente diventammo una cosa sola, spettatori di una natura che apparteneva a tutti. L’evento ci rese complici e lasciò che i sorrisi potessero abbattere giudizi e paure. Entrammo nel piccolo edificio ad un piano, costruito tre anni prima dall’università, proprio in quello spazio verde alla fine di calle 826. Qui ci aspettava il nostro mentore, giovane uomo pieno di speranza e sogni, e fu lui che energicamente ci spinse nella realtà onirica del poter far accadere…. Eravamo lì per progettare assieme, per poter migliorare la vita di tutti noi: loro, gli abitanti del quartiere, insegnandoci ad ascoltare i veri bisogni dell’umanità; noi, giovani studiosi a contatto con il mondo reale, cercando soluzioni adeguate per poter realizzare tali sogni.
Ogni individuo ha diritto ad una vita degna, una dignità che non può essere comprata, la dignità di poter sorridere ai propri figli, ogni mattina, al riparo di un tetto caldo, in un luogo sicuro e accogliente, che possa creare un caloroso micro-mondo nel quale ognuno possa sentirsi eroe della propria vita.
Il secondo giorno che il COVI ci ospitò l’aria si presentava pesante come ogni inizio. Le dissolvenze della sera passata soverchiavano la vista, offuscando qualsiasi contatto diretto con qualsivoglia essere umano. Ogni passo alleggeriva quella spossata pesantezza, lasciando che il risveglio della coscienza avvenisse senza imposizione, solo naturalmente.
Fu il giorno in cui da passivi osservatori diventammo attivi ascoltatori, conquistando un posto all’interno del gruppo di studio. Trovammo il modo di applicare al progetto le nostre conoscenze: compiere i rilievi di quelle case costruite autonomamente, case fantasma che nel piano regolatore della città non comparivano. Il rilievo sarebbe stato lo strumento per ottenere, nel corso degli anni, il riconoscimento da parte della legge del diritto alla terra, primo passo verso una urbanizzazione della strada.
Passammo il pomeriggio a misurare la casa di Silvia, una delle principali fondatrici della comunità indipendente di vicini, suppongo. Ogni mio pensiero su queste persone era per certo una mia emotiva supposizione, non ci venivano date molte spiegazioni, e la curiosità poteva essere soddisfatta solo da una sintesi logica di ciò che osservavo e sentivo trascorrendo quelle poche ore lì.
L ‘ istinto non era quello di curiosare per dare meri giudizi: la mia anima era portata coscientemente a cercare di comprendere a pieno in quale luogo mi stessi inserendo, con che culture stessi collaborando, che sogni avrei potuto portare sul cammino della realizzazione.
A prescindere dalla mia indole, quel giorno fu proficuo in quanto a relazioni umane instaurate nel gruppo di studenti, la collaborazione riesce sempre a legare e aprire le anime predisposte. Grazie alla misurazione iniziammo ad apprendere nel più profondo la materia e l’anima del luogo. Le stanze, ben pensate, mancavano di materie prime per poter essere classificate come rifugio, quale una casa dovrebbe essere. Seppur lo scheletro faceva intravedere quale fosse l’intenzione iniziale – una distribuzione degli ambienti sensibilmente progettata – a livello reale il disagio ritmava ogni ambiente della casa. Il freddo era l’ospite favorito, passando per ogni dove, dal tetto alle finestre. I letti erano rimasugli di ospedali vecchi. Su uno di essi un bambino dormì per ore senza svegliarsi, mentre noi lavoravamo attorno a lui…

Il terzo giorno, come ogni giorno, riuscire a raggiungere COVI dalla città si presentava sempre più complicato. Ormai inserite a pieno nella vita culturale di Buenos Aires, le notti precedenti ogni sabato mattina divenivano massi pesanti su spalle deboli e inferme, che lasciavano il risveglio sempre troppo lento e inefficace per ciò che COVI rappresentava per me.
Non so bene cosa accadesse, ne riesco a immaginare a livello fisico o chimico la reazione del mio corpo, ma arrivati nello spiazzo verde, alla fine di quella via distrutta dove cani randagi morti divenivano comune spazzatura del mondo globalizzato, i miei occhi, fino ad allora socchiusi e pesanti, si aprivano, reagendo alla luce e agli incontri con altri individui.
Questo fu il sabato in cui fummo gettati nella realtà del mondo.
Avevamo organizzato la nostra prima consultoria barrial, una riunione dove si sarebbe dovuto discutere delle problematiche e delle potenzialità dell’area, primo passo verso la stesura di un progetto di rigenerazione. Molti vicini il sabato precedente avevano risposto con calore all’invito. Eppure arrivati sul luogo un’atmosfera di passività e inaspettata delusione ci accolse. Il professore appariva abbattuto, lo sguardo costantemente diretto alla terra cruda, come non sapesse, come fosse confuso. Ma la realtà dei fatti lascia sempre meno amaro in bocca se la si osserva da lontano. Nessuno dei vicini si era presentato alla riunione, ma questo non voleva di certo dire che non fossero interessati. Prendere appuntamento con persone che vivono alla giornata, sopravvivendo ogni giorno al freddo, alla fame e alla vita, non è cosa semplice. Dovevamo avvicinare la nostra indole alla loro, dovevamo livellare quel divario culturale, lasciando che il tempo non fosse un problema primario, lasciando che l’attimo fosse colto come oro, traendo da esso il più che potessimo.
Fu per questo che decidemmo di ascoltare l’unica vicina che si presentò quel sabato, e fu un’esperienza emozionante. Andammo nella sua terra, per poter prendere le misure della casa. Iniziai a fotografare la facciata, ma percepivo che l’occhio della mia camera la rendeva nervosa. La vergogna che nutriva per la sua casa la portò a raccontare la storia di ogni singolo mattone. Tutti coloro che ci lasciavano entrare nella propria intimità, per rilevare quel che avevano costruito, erano ben coscienti che il nostro lavoro non sarebbe stato vano: lo si leggeva nei loro occhi, nei quali la vergogna cedeva il passo alla speranza. La misurazione infatti non era altro che l’inizio del processo di legalizzazione e riconoscimento della propria terra, e quindi la possibilità di accesso ai servizi primari per qualunque individuo, come l’acqua. Tuttavia, la donna che quel giorno avevamo davanti, purtroppo, era completamente disillusa dalla vita. Aveva due figli grandi e la sua casa riusciva ad ospitare a malapena una persona. Il vento aveva aggravato le cose portandosi via una parte di lamiera usata come tetto. Così la casa aveva un unico ambiente per il bagno e la cucina, e gli odori rendevano l’aria pesante e putrida. Solo una parete separava l’ambiente rimanente, ma decidemmo di non disturbare la sua vergogna e lasciammo che quella porta non si aprisse per tutta la nostra permanenza.
Raccontava, con un sorriso di rammarico fra le labbra, che quella casa era stata realizzata in tempi differenti, da persone differenti, su livelli differenti. La parte coperta della casa era distribuita su un livello più basso e l’acqua, con appena un pò di pioggia, entrava silenziosa, lasciando che quel rifugio diventasse del tutto inospitale. Quella donna poteva insegnare molto all ‘umanità,la sua forza le permetteva ogni mattina di svegliarsi con il sogno che un giorno quella casa sarebbe potuta divenire un vero focolare, sinonimo di riparo e dignità.

DATI PERSONALI:
Nome: Lavinia
Cognome: Tommasoli
Data e luogo di nascita: Roma 28/01/1991
Professione: Dottoranda di Architettura

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