Quando c ‘era Lui: riflessioni sulle scelte progettuali del regime fascista | di Valentina Specchia

 

Testo inedito

L ‘architettura è l ‘arte plastica che più interagisce con l ‘uomo. Regola e scandisce gli spazi in cui ci muoviamo secondo criteri variabili dettati dall ‘esigenze della società, dalle innovazioni tecniche e dal gusto.
L ‘architettura riflette anche il contesto storico in cui prende forma, si fa carico di veicolare messaggi ed idee che con l ‘aspetto progettuale hanno poco a che fare.
Infatti è appurato che la politica, in svariati momenti storici, si sia servita delle arti plastiche e visive come elementi cruciali per la promulgazione delle sue ideologie. In questo i regimi totalitari sono stati abili fruitori di espedienti artistico-architettonici mirati all ‘affermazione del potere politico, assoggettando tutte le arti ai dettami del regime con il fine di tradurre le ideologie in linguaggio architettonico e visivo. Questa sistematica omologazione del linguaggio architettonico assume connotazioni differenti in base all ‘area in cui ha origine: se in Germania il F├╝hrer si era occupato delle cosiddette arti degenerate prima dell ‘ascesa al potere, attuando una vera e propria repressione della libertà di espressione ed artistica, la situazione in Italia era per alcuni aspetti diversa.
La politica del Duce non prevedeva una vera e propria architettura di regime e le innovazioni tecniche del movimento moderno erano accettate di buon grado. Durante il ventennio, però, si ha un ritorno ad alcuni caratteri stilistici e progettuali tipici del neoclassicismo, reinterpretati in chiave moderna. Gli architetti osservano e prendono esempio dalle italiche tradizioni per acquisir pari o maggiori lodi nell ‘elaborazione delle nuove architetture a sostegno del regime.
Può succedere però che, pur avendo come riferimento grandi esempi architettonici, il risultato ottenuto non è quello che ci si aspettava o che, a posteriori, le scelte dei progettisti non siano completamente condivise dalle generazioni successive. Se, ad esempio, ci si ferma ad ammirare l ‘armonico complesso architettonico che delimita Piazza Castello a Torino, si viene attratti dall ‘austera ed imponente ombra della Torre Littoria, il grattacielo che si innalza severo da via Giovanni Battista Viotti e svetta sullo skyline del capoluogo piemontese.
├ïl dil d├½l Dus (dito del Duce) emana ideologia fascista ed innovazione tecnica razionalista da ogni centimetro dei suoi 87 metri di altezza (109 se consideriamo anche l ‘antenna collocata in cima) e ci porta inevitabilmente a riflettere sull ‘effettiva riuscita ed efficacia degli interventi architettonici ed urbanistici attuati dal regime. In questo caso è opinione comune che la Torre Littoria sia brutta.
Analizzando l ‘edificio, senza tener conto del contesto in cui è collocato, è impossibile non ammettere l ‘imponenza del primo grattacielo italiano con la struttura portante in metallo elettrosaldato. Non vengono messi in discussione gli aspetti stilistici, tecnici e costruttivi, ma si parla dell ‘impatto visivo. Il palazzo simbolo dell ‘ideologia del ventennio a Torino, l ‘enorme fabbricato di vetrocemento e klinker, non si integra in nessun modo con il contesto circostante ed interrompe l ‘armonia costruttiva e stilistica della piazza.
Questo non è l ‘unico esempio di come le scelte di rinnovamento possano non essere sempre vincenti. Basti pensare al Palazzo dell ‘Arengario a Milano, sede del Museo del Novecento. I due corpi di fabbrica rivestiti di marmo di Candoglia sono edifici gemelli ed individuano un ‘apertura speculare all ‘arco d ‘ingresso alla Galleria Vittorio Emanuele II. Il complesso simboleggia il passaggio dall ‘antico al moderno ed era finalizzato a dare equilibrio e simmetria a Piazza Duomo.

L ‘intento era quello di dare un nuovo assetto monumentale e scenografico alla piazza, ma la realizzazione del progetto ha comportato la demolizione di un ‘intera ala di Palazzo Reale. La manica lunga è stata abbattuta, con la conseguente perdita di un immenso patrimonio storico ed architettonico.
Non ci sono solo esempi negativi, certo. A pochi passi dal Duomo si erge fiero e solenne Palazzo Mezzanotte, attuale sede della Borsa, un chiaro esempio di quell ‘architettura che trae ispirazione dalla tradizione neoclassica che, ripulita dagli eccessi decorativi e ingigantita nelle proporzioni, prende il nome di neoclassicismo semplificato o semplicemente Novecento.
Sulla scia di questo nuovo gusto stilistico e progettuale si assiste alla nascita di nuovi insediamenti abitativi, vere e proprie città ex-novo.
Nuove città, ma anche nuovi quartieri che, pur essendo validi esempi di progettazione e di pianificazione urbanistica, stridono con il contesto circostante e risultano delle realtà a se stanti. Sugli oltre quattrocento ettari di terreno espropriati prende forma l ‘ambizioso progetto dell ‘E.U.R. o E42. Un quartiere imponente ed estremamente scenografico che, proprio per questa sua caratteristica, ha fatto da sfondo a film come Il ventre dell ‘architetto del 1987 e Roma città aperta, capolavoro di Rossellini datato 1945.
Di impostazione cardo-decumanica l ‘E.U.R. era deputato ad ospitare l ‘Esposizione Universale del 1942 e concepito per essere l ‘esempio permanente della nuova e gloriosa Roma fascista dalle ambizioni espansionistiche. Gli ampi viali e le forme squadrate, le imponenti geometrie di marmo e travertino ed i massicci edifici sono la cornice del simbolo dell ‘intero progetto, il Palazzo della Civiltà Italiana. Conosciuto anche come Colosseo quadrato, con i suoi cinquantaquattro archi su ognuna delle quattro facciate rivestite in travertino, il Palazzo della Civiltà Italiana richiama alla memoria visiva il più antico Anfiteatro Flavio.
L ‘Italia è costellata di esempi che hanno preso forma durante il ventennio fascista, monumenti che sono diventati veri e propri simboli del modernismo.
Al di là dell ‘oggettiva valenza per il patrimonio architettonico, analizzando queste produzioni ci troviamo ad un bivio. Da un lato abbiamo interventi ben studiati e che rappresentano appieno la transizione dall ‘antico al moderno, quel passaggio tanto caro al regime dalla vecchia e gloriosa Italia ad un altrettanto glorioso futuro. Dall ‘altro lato troviamo tutte quelle produzioni che, invece, risultano un mero esercizio stilistico, non contestualizzato a dovere, all ‘apparenza ben riuscito, che però mette in discussione la necessità di rinnovamento stilistico e tecnico a tutti i costi.

DATI PERSONALI:
Nome: Valentina
Cognome: Specchia
Data e luogo di nascita: Galatina (LE), 01/07/1991
Professione: interior designer

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