Le reazioni del progetto. L ‘Aquila e i racconti materiali diffusi | di Cristiano Tosco

Testo inedito

La mia fiducia nel futuro dell ‘architettura consiste nel sapere che ci sono cose che solo l ‘architettura può dare coi suoi mezzi specifici. [1]

Il presente testo è una testimonianza descrittiva e diretta delle cose visibili. Che si possano intendere come i tasselli del grande puzzle di Georges Perec [2] o come gli attanti inanimati attivi nel sociale di Bruno Latour [3], tali oggetti sono una costante materiale dell ‘esperienza architettonica. L ‘opera dell ‘uomo, anche la più modesta, è capace di fornire utili spunti e direzionare le scelte prossime, in particolare se tale produzione fa riferimento a stati sociali e territoriali in fase di sconvolgimento. Interessante campo di studio, a tal proposito, è L ‘Aquila con il suo territorio, terreno dove le perturbazioni, dal 2009 a oggi, hanno comportato l ‘emersione di tracce costruite. La sintetizzazione di queste reazioni induce al commento di tre immagini, tre scatti comunemente non presi in considerazione dalla critica architettonica. Con i mezzi dell ‘analisi compositiva, materica e tecnologica del progetto urbano si è quindi tentato di leggere tali costruzioni antropiche su suolo aquilano, facendone emergere possibilità e limiti, in altre parole accettandole come possibile repertorio didascalico che dilavi selezioni di circostanza e accolga una plausibile obiettività della materia.

C.A.S.E. di Bazzano

Su un terreno a prato si stagliano due massicci complessi abitativi di quattro piani fuori terra. Quello più in lontananza è costruito a un livello più alto del volume in primo piano: essendo il terreno non orizzontale si è reso necessario l ‘adattamento con sistemazioni a terrazze e ripide discese erbose intercorrenti. Una centrale strada asfaltata è accompagnata da un basso fabbricato nell ‘ingresso al piano terra del primo complesso abitativo, un cosiddetto piano pilotis, con isolatori sismici sommitali, per il ricovero dei veicoli. L ‘edificio, così grigio e in ombra al piano di campagna, cambia colore e fattezze ai tre piani superiori: la mescolanza tra un intonaco dipinto, in una sorta di dialogo tra un giallo navone e un giallo melone, e una serie di dettagli e strutture leggere in legno, fornisce un ‘immagine esteriore complessa, nella quale ai balconi, dai parapetti ad assi orizzontali, si alterna un gioco di tavole legnose e variopinte, a demarcare il corpo scala. Il tetto, denunciato dal cordolo in verde rame, è a falda unica e si interrompe a scansioni regolari dettate dal ritmo volumetrico a bocchi, scelto per la composizione della stecca abitata. Una grande piastra che divide il piano terra dai superiori sembra fungere da balcone unico comune. A collegare il primo volume architettonico con quello retrostante, una scala in calcestruzzo armato fiancheggia la piastra dell ‘abitazione dipinta in giallo. Il secondo fabbricato è profondamente diverso da quello appena visto. Innanzitutto si tratta di una stecca continua, senza le interruzioni vistose denunciate precedentemente. Lo schema identico della piastra sul piano dei parcheggi si eleva con l ‘impiego di cromie dell ‘ordine del beige e dei grigi, in una composizione di facciata speculare nella quale ai modesti vuoti delle aperture di balconate centrali fa da contrappeso la presenza, alle due estremità, di cavità profonde, che sottolineano con tutta probabilità l ‘impianto distributivo verticale. La copertura metallica rettangolare è molto scura e si eleva a includere le geometrie regolari ma dinamiche del corpo di fabbrica sottostante.

Il complesso di edifici multipiano a stecca sotto il nome di C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Eco-compatibili) rappresenta un fenomeno abitativo particolare del territorio aquilano. Tale particolarità non risiede ne nelle specifiche scelte strutturali ne nello studio della forma esterna dei fabbricati, bensì nei caratteri sociali che lo spazio fallimentarmente assume. Pianificati come parti di veri e propri quartieri, i palazzi del progetto hanno assunto morfologie tra le più svariate (i progetti architettonici sono stati assegnati tramite concorsi a differenti professionisti e imprese) le quali, hanno raramente dimostrato di poter ricostruire un senso di comunità, accortezza necessaria se si parla di un abitare insieme, nello stesso quartiere. Gli spazi comuni, sia interni sia esterni agli edifici si rivelano alcune volte troppo ridotti (gli interni) e altre eccessivamente estesi (gli esterni) finendo per non essere attivamente utilizzati dagli abitanti ma abbandonati perlopiù a se stessi. Se un piano di alloggiamento per i cittadini è tecnicamente riuscito, un altro in parallelo, quello di abitabilità degli spazi, sembra non avere raggiunto gli obiettivi minimi che i nuovi quartieri si erano prefissati.

Map di Bazzano

Come in certe strade di modeste realtà urbane californiane, due lunghe file di fabbricati a un piano si attestano su una via asfaltata centrale. La composizione dell ‘immagine è prettamente speculare e in primo piano, a destra e a sinistra, i due fabbricati che orientano il percorso lineare, dialogano da un lato con un ‘area pedonale angolare e curvilinea in autobloccanti, dall ‘altro con un ‘aiuola dalle stesse forme perimetrali, più simili a spartitraffico che a spazi per il passeggio o il contatto col verde. Le automobili sono parcheggiate di fronte agli ingressi delle abitazioni e, a separarle da questi, dei marciapiedi larghi circa due metri corrono per tutta la lunghezza del complesso abitativo. A precedere lo scalino dei percorsi pedonali rialzati, due canaline di scolo in calcestruzzo accusano nuovamente la direzione lineare del sistema. Le due linee di fabbricati ripetono elementi modulari dai connotanti variabili se non per i tetti a doppia falda in legno e i pluviali. Si possono distinguere tre modelli di abitazioni ripetute. Il primo ha uno zoccolino lapideo, persiane di un legno trattato e finiture in intonaco di un pallido beige. Il secondo ha caratteristiche affini al primo ma una colorazione esterna più tendente all ‘arancio giallastro. Il terzo potrebbe avere caratteristiche simili ai due precedenti ma una struttura leggera in legno, anteposta di fronte all ‘ingresso, probabilmente con funzione di veranda, non lascia trapelare altre informazioni. Sullo sfondo la mole di un edificio abitativo a tre piani si antepone alla vastità di brune vette appenniniche.

I quartieri costituiti dai Map (Moduli abitativi provvisori) spesso si manifestano quali satelliti minori nei pressi dei Progetti C.A.S.E. Le strutture urbane che definiscono sono generalmente semplici e si associano a disposizioni lineari (abitazioni a uno o due piani unifamiliari a schiera) o isolate, costruendo comunque dei sistemi omogenei di vicinato, nei quali gli abitanti fanno uso diretto dello spazio che circonda la casa, non rinunciando spesso all ‘opportunità di allestire piccoli orti e spazi verdi privati. Nonostante si tratti di architetture semplici, perlopiù prodotti della prefabbricazione in campo ligneo, i moduli abitativi offrono modeste possibilità di conquista spaziale da parte dei residenti. Il graduale moto trasformativo che lo spazio delle e tra le abitazioni ha subito con il passare del tempo, dimostra una forma di occupazione quasi spontanea nella quale è la semplicità dell ‘architettura a renderla disponibile alle perturbazioni del vivere. In generale, pur trattandosi di una forma d ‘intervento grezza e poco strutturata, le potenzialità si verificano in certi casi, nel rilievo delle tracce di una residenzialità comunitaria.

Area di accoglienza di Acquasanta, L ‘Aquila

Il colore predominante è il blu oltremare delle tende della Protezione Civile. Su un prato verde sei strutture tessili a padiglione si affastellano in una rete di tiranti bianchi. In primissimo piano si possono intravedere alcuni cavi di distribuzione elettrica, sistemati dove l ‘erba lascia il posto alla sabbia. Le grandi tende sembrano delle metafore di case unifamiliari: esse dispongono di finestre (oscurabili srotolando un lembo del tessuto blu legato esternamente), ingressi e profili esterni disegnati per il defluire delle acque atmosferiche. Due lampioni con bulbo sferico svettano a metà scena sulla sinistra ed emergono di fronte a un austero telaio in calcestruzzo armato il quale, con alcune parti coperte da graffiti, fa da sfondo all ‘intero quadro di vita. La scena è complessa eppure così intuitiva. Tutto sembra parlare una lingua alternativa, quasi allegorica, per la quale le strade diventano strette viuzze d ‘erba, le case sono temporanee tensostrutture unifamiliari, i servizi infrastrutturali si traducono in fasce di cavi legati tra loro fuori terra, la luna e gli astri si parafrasano in due lampioni, e addirittura il cielo e le montagne sono sostituiti, in questa immagine, dallo scheletro di un edificio. Una bambina, al centro della fotografia, fissa la fotocamera e ricorda allo spettatore che il luogo è abitato.

La tendopoli non è l ‘unico scenario che ha caratterizzato le Aree di accoglienza in questi otto anni. Al 2017 la maggior parte di questi luoghi è uno spazio libero di varia natura, segnalato da un cartello specifico. Tuttavia, in certi casi, si possono ancora trovare tende, persone residenti e volontari, residui di un abitare marginale, emergenziale e, nel 2009, diffuso. La memoria e le testimonianze di queste micro-strutture urbane portano il discorso sul piano delle temporaneità. Il fattore cronologico è infatti quello che ha determinato nascita e scomparsa di queste pseudo-abitazioni organizzate in pseudo-quartieri. La singolarità del caso lo rende poco trattabile con i mezzi della critica architettonica: reversibilità, adattabilità e funzionalità immediate sono fattori fuori dagli schemi delle normali condizioni sociali e tuttavia strumentali, nella presente analisi, al ruolo di monito e previsione. Gli scenari ai quali ci si sta sempre più inquietantemente abituando proiettano il dialogo direttamente da L ‘Aquila alla contemporaneità planetaria e una riflessione più approfondita sui temi che le Aree di accoglienze sollevano può essere un utile esercizio per il futuro più prossimo.

Note:
1. Zevi B., Sterzate architettoniche. Conflitti e polemiche degli anni Settanta-Novanta, Dedalo, Bari 1992, p. 81.
2. Perec G., La Vita istruzioni per l ‘uso, traduzione di Selvatico Estense D., BUR, Milano 2016.
3. Latour B., Reassembling the Social. An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford 2005.

DATI PERSONALI:
Nome: Cristiano
Cognome: Tosco
Data e luogo di nascita: 05/01/1994, Chieri (TO)
Professione: Dottore magistrale in Architettura per il progetto sostenibile

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