Le città avisibili | di Riccardo Onnis

Testo edito pubblicato su PresS/Tletter, n.6, 25.02.2017

[*] Conosco solo momenti, e vite che sono come momenti, e forme che sembrano avere una forza infinita, fino a quando si fondono con l ‘aria.
Sono un architetto, un costruttore di mondi, un sensuale adoratore della carne, la melodia, una figura che si staglia contro il cielo oscuro.
Non conosco il tuo nome. Ne tu il mio.
Domani, inizieremo insieme la costruzione di una città.(1)

Quando l ‘impero romano (formalmente) cadde, nel 476 D.C., il processo di sgretolamento del precedente ordine sociale, economico ed urbano era già in atto da tempo: ad esso seguì una lunga e complessa fase di riorganizzazione delle strutture sociali e urbane, anch ‘esse in via di ridefinizione. Un contesto in costante rifondazione, alla ricerca dell ‘assetto più appropriato, sulle ceneri e sulle eredità del recente passato.
Quasi 1500 anni dopo, la crisi che nel 2007 colpì anche l ‘Europa fu solo superficialmente di natura economica: essa ha sancito di fatto la fine di un modello sociale in cui ognuno, potenzialmente, poteva auspicare ad una ricchezza sempre maggiore, svelando invece uno scenario che stride con quello precedente. Esso ci mostra che non esiste una ricchezza accumulabile universalmente per tutti; che le risorse in nostro possesso sono limitate e che il territorio stesso è limitato, non estendibile all ‘infinito. Anche il riapparire di grandi movimenti migratori è spia del fatto che è in corso, con tempi variabili, una progressiva riorganizzazione dell ‘attuale asseto sociale i cui esiti rimangono ignoti. Come allora, viviamo in un periodo caratterizzato dalla contraddittoria consapevolezza di un passato recentissimo eppure già non più compatibile, dalle cui eredità materiche e culturali bisogna in qualche modo riorganizzare i rapporti tra società, natura ed economia. Come allora, si stendono davanti a noi vaste porzioni di città abbandonate: ieri solo fisicamente, oggi anche in termini di servizi. Ci troviamo di fronte ai residui scomposti di quella grande illusione: tali residui sono le nostre periferie.
Dalle favelas alle grandi aree industriali in decadenza, dai villaggi turistici fantasma alle miniere a cielo aperto dismesse, paesi abbandonati e via dicendo, tutti questi spesso enormi relitti hanno come denominatore comune quella che va delineandosi come una precisa fase storica e urbana. Essa presenta forti affinità con il periodo di formazione dei nuovi assetti sociali e urbani tra la fine dell ‘impero romano e il basso medioevo: la riorganizzazione profonda e strutturale del rapporto città o campagna; il forte contrasto tra l ‘estensione delle aree urbane sorte in periodi di massimo benessere e le loro condizioni in seguito alle contrazioni dovute al crollo del sistema precedente. Tale paragone può apparire azzardato e distorto senza i necessari distinguo: evidentemente la popolazione di allora era significativamente inferiore a quella attuale, così come quei processi di abbandono solo raramente combaciano con quelli odierni, in cui invece prevale un abbandono più di tipo sociale, oltre che qualitativo e di servizi. Tuttavia è importante mettere a fuoco l ‘analogia che intercorre, al di sopra delle differenze storiche, tra la fine di quella struttura urbana, sociale ed economica e la fine della nostra struttura urbana, sociale ed economica. A sugellare il definitivo punto di non ritorno sono infine gli studi, i resoconti e gli scenari preconizzati sul futuro, anche non troppo lontano, conseguenti agli attuali mutamenti dell ‘ecosistema provocati dall ‘attività dell ‘uomo.
In questo quadro le periferie, così come aree industriali dismesse etc., non sono che l ‘altra faccia del modello di sviluppo precedente; la questione rispetto alla quale si sono sempre voltate le spalle e che è stata affrontata in modo schizzinoso e superficiale. Per molto tempo dunque queste aree sono state e/o sono tutt ‘ora le nostre città invisibili, o per meglio dire avisibili. Infatti, benche non siano certamente non visibili, sono state troppo spesso caratterizzate dall ‘a-visibilità, nel senso letterale di assenza di visibilità, di non considerazione e grande indifferenza: erano (e sono) lì davanti a noi, ma ci si è sempre comportati come se non esistessero, come se le problematiche che portavano in seno e che richiedevano adeguate risposte fossero negate di volta in volta, alla maniera di un trauma mentalmente rimosso. Ma intanto esse crescevano sempre più velocemente, diventando prima quartiere, poi distretto, città e infine territorio. Finche girare loro le spalle non è stato più possibile: non possiamo evitarle, per il semplice fatto che sono immanenti alla nostra realtà urbana e ambientale. Sono diventati elementi territoriali, assieme a tutta la terminologia che si è sviluppata negli ultimi anni con lo scopo di definire il fenomeno.
E ‘ qui che il nuovo processo di riassetto sociale ed economico che si è innescato in seguito all ‘ultima crisi gioca un ruolo fondamentale: esso ci pone, se non altro, davanti al fatto che non possiamo più ignorare queste vaste porzioni di territorio e tutto il bagaglio di potenzialità e problemi che custodiscono. Abbiamo di fronte almeno due scenari che possono manifestarsi in seguito a questo punto di non ritorno: uno in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, causato dal mantenimento del sistema economico e sociale esistente che favorisce questo processo, autoalimentandosi. Oppure, soprattutto per quel che concerne i fenomeni urbani e architettonici, volgiamo finalmente lo sguardo a quei vasti territori dell ‘abitare umano che sono per appunto le periferie, le aree industriali dismesse e via dicendo, per prendere finalmente in mano le redini della situazione. Che cessino cioè di essere avisibili.
Non nelle ennesime nuove abitazioni, siano pure esse ad impatto zero, eco-friendly etc., ma nel riuso dell ‘esistente, nella sua integrazione al tessuto urbano vivo e all ‘attivazione delle sue energie intrinseche sta la reale sostenibilità architettonica. Un edificio che non è attraversato dalla vita è un edificio morto.
L ‘acquedotto vive al momento in cui ha cessato di portare l ‘acqua, afferma Luigi Snozzi. Ciò è estremamente vero: per raggiungere questo stadio, esso ha dovuto portare l ‘acqua. Può vivere perche è la vita che lo ha attraversato che lo ha caricato di senso e integrato nel luogo in cui è sorto; al punto che, esaurita la sua funzione, la trascende per diventare qualcos ‘altro.
├ê oltremodo necessario che lo stesso inizi ad accadere con le nostre periferie. Che smettano di essere recipienti vuoti, isolati, emarginati. Occorre maturare una diversa concezione del nostro approccio ed una sensibilità altra: occorrono dunque una nuova etica ed una nuova estetica. Quest ‘ultima soprattutto, il cui termine spesso è soggetto a usi impropri, è estremamente importante, perche attraverso la ridefinizione dei concetti di spazio e di bello passa il ribaltamento culturale che deve investire la nostra percezione di quelle che oggi sono le periferie. Forse è proprio questa l ‘eredità più grande che ci hanno lasciato i grandi architetti del Movimento Moderno, e cioè il fatto storico di aver creato un ‘estetica diversa da quella precedente, ma con una grandezza ed una bellezza propria.
Tutto questo potrebbe sembrare lo sfondo perfetto per uno scenario utopico: invece è la storia stessa che fornisce vari esempi. Quando le concezioni in seno al rinascimento presero piede, l ‘uomo si accorse della bellezza dell ‘eredità che gli stava di fronte e, rielaborata, essa divenne il materiale concettuale e compositivo per la nuova (allora) architettura. O ancora, attraverso il movimento romantico tutta l ‘eredità urbana ed architettonica del periodo medioevale iniziò ad essere vista sotto una luce differente.
Gli esempi sicuramente non mancano e non fanno altro che mostrare come il processo di rinnovamento della percezione, anche quella urbana e architettonica, faccia parte delle dinamiche intrinseche nella storia dell ‘uomo: ad esso segue la costituzione e la definizione di nuovi canoni estetici e, nel particolare caso dell ‘architettura, anche compositivi.
Alla luce di queste considerazioni emerge la necessità di coltivare la massima consapevolezza del momento che la storia urbana sta ora attraversando. Quali che siano gli indirizzi architettonici che si svilupperanno, nel loro prender forma dovranno necessariamente fare i conti con l ‘eredità del costruito sia antico che recente: i risultati che sapranno dar voce (e forma) alle energie abbondantemente immagazzinate in questi luoghi e insieme trasformarne la percezione attuale costituiranno i punti di riferimento della futura progettazione della città.

Note:
(1)Woods L., Guerra e Architettura, Roma, Deleyva Editore, 2013

DATI PERSONALI:
Nome: Riccardo
Cognome: Onnis
Data e luogo di nascita: 24.04.1990 Sassari
Professione: Architetto

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