Gli architetti di Zevi – di Massimo Locci

La mostra Gli architetti di Zevi, inaugurata il 24 aprile al MAXXI per celebrare il centenario della nascita del critico romano, sta avendo un grande successo di pubblico e molte recensioni positive. Realizzata in collaborazione con la Fondazione Bruno Zevi, è stata immaginata dai curatori, Pippo Ciorra e Jean-Louis Cohen, come se la selezione fosse stata fatta da Zevi stesso. Questa è, ovviamente, una scelta discutibile ma ha una sua originalità; d’altronde è difficile organizzare una mostra sull ‘attività sessantennale di un critico poliedrico, complessa nei contenuti e articolata su molti fronti operativi.

L ‘elegante allestimento, di Silvia La Pergola con Benedetta Marinucci, è stato immaginato come uno studio ideale, con librerie e tavoli su cui sono posizionati i materiali. Sono in mostra solo opere realizzate, 38, che corrispondono a un numero ancora più rilevante di progettisti (sono in gran parte i Maestri del ‘900 italiano), documentate attraverso bellissimi disegni, foto e plastici originali. Avendo scelto di esporre gli autori in ordine alfabetico e non cronologico, le opere sono tra loro in dialogo a-temporale: in tal senso il rapporto risulta vivacizzato proprio dagli accostamenti, talvolta insoliti e anche stridenti. Emerge l ‘idea di una ‘città analoga ‘ costruita sposando l ‘idea zeviana del dialogo urbano per contrappunti, per stratificazioni storiche e per diversità degli elementi costitutivi. Scelte entrambe corrette perche in piena sintonia con quella che, probabilmente, avrebbe fatto lo stesso Zevi, che non pubblicava mai opere solo progettate e amava le correlazioni per temi, le opposizioni, le discontinuità, più che l ‘omogeneità di contesto temporale.

La mostra ha un carattere problematico, nel senso che induce a porsi delle interrogazioni, ma anche edificante, come ha evidenziato Jean-Louis Cohen, nel senso che costruisce/ricostruisce un immaginario urbano, un ‘idea di architettura moderna e una moderna modalità di comunicazione dei valori architettonici che Zevi, in gran parte, avrebbe condiviso.

Nell ‘esposizione, in parallelo alle architetture, sono presenti libri, riviste, manifesti, documentari, video-interviste e materiali vari che bene evidenziano il ruolo fondamentale svolto nel dibattito architettonico nazionale, come storico, critico, saggista, animatore di tante iniziative culturali, docente e progettista, ma anche come politico. Credeva fermamente nel contributo che un intellettuale può fornire per migliorare la società italiana e non solo nel campo dell ‘architettura contemporanea.

Attraverso la sua attività la mostra ci restituisce uno spaccato della tensione civile ed etica di una classe dirigente d ‘intellettuali del nostro paese che, nel secondo dopoguerra, ha prodotto una fase straordinaria di ricerca. Soprattutto è in mostra anche la ricerca realizzata dai cosiddetti ‘professionisti ‘, che erano stati emarginati dall ‘insegnamento universitario e ignorati dalla pubblicistica di settore, che per molti decenni ha fatto prevalere l ‘elaborazione teorica rispetto alla competenza tecnica ed espressiva concreta.

Fin qui gli elementi positivi. Le perplessità riguardano i motivi per cui il MAXXI ha affidato la cura della mostra a due figure lontanissime dalla visione zeviana: Cohen è un ottimo storico di cultura tafuriana, Ciorra non ha mai fatto mistero della sua avversione al critico romano. La Fondazione Zevi, che attraverso il suo Presidente ha svolto un ruolo importante nell ‘organizzazione, sostenendo temi e autori che in prima battuta non erano entrati nella lista degli invitati, non è riuscita comunque a far emergere appieno il rapporto tra Zevi e l ‘architettura italiana della fine del xx secolo.

Personalmente ho affrontato questo argomento per il catalogo, in tal senso avevo selezionato un numero ragguardevole di progetti/progettisti, che Zevi riteneva strategici nella sua visione critica, nonche molti suoi editoriali, sia polemici e di opposizione ad alcune tendenze, che valutava nefaste per la disciplina, sia propositivi di nuovi orientamenti espressivi. Materiali che sono stati valutati non abbastanza rilevanti e, quindi, solo in minima parte sono confluiti nella time-line cronologica della mostra.

Il visitatore, con difficoltà, ritrova una lettura critica della sua ricerca riferita agli ultimi decenni del ‘900. Come ho già scritto nel saggio del catalogo, sembrerebbe che la biografia di Bruno Zevi sia stata densa e articolata solo fino alla fine degli anni ’70, pertanto fino a quel momento capace di incidere in modo significativo sulla ricerca architettonica italiana e internazionale. Successivamente, per la storiografia ufficiale (Zevi avrebbe detto per l ‘Accademia) il suo impegno sembrerebbe affievolirsi, fino ad assumere un rilievo marginale. Nella mostra sarebbe potuto emergere, per la prima volta, il suo ruolo di opposizione (quasi solitario) a un blocco monolitico che in quegli anni controllava tutte le scelte disciplinari: gli orientamenti delle riviste di settore, gli indirizzi disciplinari e le cooptazioni nelle facoltà di architettura, le manifestazioni culturali.

Sono convinto, viceversa, che in quel periodo Zevi abbia fatto scelte innovative, non omologate e scomode (come la vicenda dell ‘università, da cui polemicamente esce nel 1979). La scarsa evidenza della sua azione in quella fase storica, va posta in relazione con una serie di fattori concomitanti, non ultima una pubblicistica troppo legata alle vicende italiane, mentre Zevi negli anni ’80 considera essenziale creare un network internazionale, un allargamento degli orizzonti e di strategie caratterizzati da una comune visione ermeneutica (storica, critica e operativa).

Più che dai singoli linguaggi espressivi le figure che negli ultimi anni sostiene coniugano l ‘innovazione espressiva con le nuove tecnologie, la funzione sociale con il ruolo privilegiato dell ‘opera nella struttura urbana. Zevi s ‘interroga sul motivo per cui si è rotto il filo relazionale con la società, sul perche l ‘architettura sembra non più necessaria. Ritiene che la disciplina debba mettere in discussione le proprie acquisizioni teoriche, individuando i motivi che determinano la quasi impossibilità di “fare architettura” in Italia, mentre a livello internazionale è inteso come una risorsa espressiva, comunicativa, economica.

Avendo scelto di occuparsi solo di progettisti italiani e di ciò che è stato già registrato nella storiografia ufficiale, tutti questi temi (e molti altri ancora non sondati) dalla mostra al MAXXI non potevano emergere.

Le celebrazioni per il centenario della nascita durano tre anni, speriamo che questi argomenti emergano nelle altre iniziative programmate

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