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Se si guarda la mostra Gli architetti di Zevi dal punto di vista dei materiali esposti è sicuramente interessante: ci sono opere di una trentina di ottimi progettisti messi in ordine alfabetico e una time line ben fatta. Il problema è che le mostre devono avere una tesi, sostenere un punto di vista che qui sembra mancare a meno che non sia quello che Zevi si sia fatto promotore e/o portavoce di una serie di linee di ricerche dell ‘architettura italiana molto fertili: come dimostrano le opere dei progettisti selezionati. Tuttavia queste opere vanno, nella generalità dei casi, dal 1944 agli anni settanta. E difatti mancano opere successive e ci sono grandi e gravi amnesie (manca per esempio Fuksas a cui Zevi ha fatto dedicare una monografia nella sua Universale di Architettura e che con Zevi ha avuto un ruolo molto importante nello stimolare il clima romano negli anni 90).

L ‘idea, anche se non esplicitata, è quella accademica che Zevi a un certo punto perde il contatto con la realtà, diventa un perdente, non influisce più e, anche se non detto, si fissa con le stranezze: per esempio la sua ossessione con la decostruzione e contro la simmetria. Si evita di pensare che sono le ultime scelte e prese di posizione che chiariscono le prime e non viceversa. ├ê, infatti, la fertile libertà della maturità che spiega e giustifica il percorso di una vita. ├ê lo stesso errore che fanno gli accademici (vedi per esempio Frampton) quando pensano che l ‘ultimo Wright, quello di Bagdad, abbia dato di testa e che quello bravo era il progettista delle Prarie house sino alla Casa sulla Cascata o poco più.

Sintetizzando: Zevi viene celebrato rendendolo inoffensivo. Esattamente quello che Zevi temeva nei suoi scritti quando raccontava le celebrazioni di Michelangelo fatte con gran pompa dall ‘Accademia. Questa mostra, celebrando Zevi, ne costruisce uno facile da digerire che però corre il rischio di essere un altro, che è quello che lui forse non avrebbe mai voluto essere.

In copertina: immagine da Leandro Janni

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