Condivisioni nell ‘abitare contemporaneo: tra speranze e fallimenti | di Federica Capoduri

Testo inedito

Tra le iniziative per il centenario dalla nascita dell ‘architetto fiorentino Leonardo Savioli (Firenze, 30 marzo 1917 – Firenze, 11 maggio 1982), organizzate dalla Fondazione Giovanni Michelucci, desidero riportare e analizzare il sopralluogo a una delle sue opere, una di quelle che potremo definire meno di spicco: l ‘architettura popolare INA-Casa a Pistoia o il quartiere Belvedere o realizzato da Savioli sul finire degli anni ’50 insieme ai colleghi Danilo Santi e Piero Melucci.
Nato dal piano regolatore che prevedeva un progetto di urbanizzazione in una zona completamente agricola, il complesso residenziale (chiamato anche villaggio) ha indirizzato e sviluppato, di fatto, l ‘assetto economico e sociale di una vasta zona periferica a nord della città di Pistoia.
Tale insediamento di edilizia popolare fu all ‘epoca gestito dall ‘Istituto autonomo case popolari (Iacp) in accordo con INA-Casa, enti che possedevano ciascuno due aree adiacenti. Nella porzione dell ‘INA, l ‘architetto Roberto Cantamessi elaborò un piano di fabbricazione che prevedeva quattro edifici sfalsati tra loro; il progetto di Savioli o quale vincitore del bando o si estese poi in maniera speculare su tutto il lotto di terreno (particolare da ricordare è che l ‘altro progettista che presentò un elaborato al Comune, poi respinto dalla commissione tecnica perche troppo avanguardistico, fu il coetaneo e collega di Savioli Leonardo Ricci).
L ‘accordo dei due enti e tale unione permisero quindi di dare al quartiere (composto dalle quattro palazzine di tre piani allineate e simmetriche che vediamo oggi, circa 360 appartamenti in totale) un aspetto omogeneo. Fu creata una zona o sì di periferia o ma completamente autosufficiente; dotata di tutte le infrastrutture necessarie e vari servizi (fogne, viabilità, negozi e anche una chiesa: quella del Sacro Cuore Immacolato di Maria, capolavoro di Giovanni Michelucci, completato nell ‘estate del 1961 e precursore della più famosa e visibile Chiesa dell ‘Autostrada).
Già nei primi anni ’60, Leonardo Savioli riuscì quindi nell ‘intento di tracciare un vivido ritratto di una peculiare e crescente categoria d ‘idee e proposte architettoniche immaginate ┬½per un uso concreto; al servizio di una concreta e più razionale utilizzazione┬╗. Come per gli oggetti, vedeva nell ‘architettura la possibilità di far assumere al quotidiano ┬½un nuovo tipo di valore e di bellezza. Valore e bellezza che non hanno l ‘impronta di un artefice, che appaiono quasi al di fuori di un tempo, di un gesto e di un luogo precisi┬╗. Questo il punto su cui desideravo sviluppare la mia analisi: come l ‘inavvertita partecipazione a scenari abituali in cui le vicende umane si svolgono siano progettate nel tema della condivisione.
Il villaggio Belvedere è un simbolo di tale intento: la periferia da edificare non è per Savioli un rischio che un architetto farebbe meglio a evitare. Diventa invece una disamina attenta, una sfida per provare a creare nella comunità, attraverso lo sviluppo delle abitazioni e dei servizi, un altro polo attivo socialmente ed economicamente. Un successo per la comunità di persone reso possibile da un ‘identità strutturale ben definita o cemento armato a vista per lo scheletro strutturale, pilastri sottili, specchiature intonacate, simmetria, rigore e ricercatezza delle aperture, degli aggetti delle coperture e delle aeree strutture verticali o, in cui Savioli vi ha poi seminato tutt ‘intorno un impianto urbano fatto di spazi aperti privati, condominiali e collettivi o tramite un sistema di percorsi a due livelli che collega i quattro lotti abitativi o che sono stati capaci non solo di creare ricchezza di relazioni sociali, ma anche di un nuovo rapporto tra la natura e il complesso (l ‘analisi di quest ‘ultimo fa tornare alla mente anche il legame di pensiero con lo stesso Michelucci: l ‘interesse per la dialettica degli spazi, la dinamica dei percorsi, l ‘informalità del gesto creativo).
Nello specifico Savioli ridefinisce l ‘edificio popolare o semplice ma funzionale o superando gli schemi abituali. Le quattro palazzine si dispongono parallelamente e a coppie, attestandosi con i lati corti su una strada a principale percorrenza automobilistica, che si ramifica poi perpendicolare in tre passaggi carrabili che servono gli alloggi. Ma sono soprattutto i percorsi pedonali il filo conduttore della progettazione di Savioli: entrano a far parte degli edifici sia come percorrenze sopraelevate (che legano i vari corpi e che danno accesso, con scalinate interne ed esterne, ai piani superiori) che come spazi coperti (quello a quota zero prevedeva anche l ‘affacciarsi di box e negozi, poi non realizzati).
Essi rispondono al tema, caro all ‘architetto fiorentino, della creazione di luoghi d ‘incontro, in un continuum di occasioni per la socializzazione. Addirittura Savioli progetta e innesta sopra al complesso una sorta di altana, di loggia-belvedere della tradizione della casa toscana come stenditoio collettivo: quindi un ulteriore modo per accentuare il carattere unitario dell ‘insediamento umano/urbano nella campagna rurale appena edificata.
Anche se nel corso della realizzazione, conclusa nel 1959, Savioli dovette rinunciare a diversi dettagli tecnici ed estetici o ad esempio lasciare a vista i plinti di fondazione e sostituire gli infissi, previsti in abete verniciato, con finestrature in metallo o per mere questioni economiche, il risultato è superiore ed esula decisamente dalla consueta produzione INA-Casa (fattura riconoscibile anche dalla iconica formella di ceramica smaltata impressa nelle facciate).
Per anni o i primi decenni o il villaggio ha risentito della forte connotazione popolare, di gruppo, dato da quella massa collettiva che entrava nel quartiere e che poi ci è cresciuta dentro. Ma inevitabilmente la sedimentazione di usi, gusti e abitudini ha creato delle differenze effettive anche nello spazio esterno. Questo è un altro aspetto su cui vale la pena riflettere: la variazione negli anni del vivere la comunità, il mutamento che avviene nel suo agire più quotidiano.
Nel caso specifico, si osserva oggi al Belvedere un particolare stato: dalla costruzione ad ora non sono avvenuti sostanziali cambiamenti nella volumetria degli edifici, mentre all ‘interno degli appartamenti sono state spesso modificate le finiture; molte delle piccole terrazze con lavatoio, corrispondenti alla cucina e al bagno, sono state chiuse con vetri e profilati in alluminio di colore diverso dal rosso originale. Anche le recinzioni e quindi le zone destinate al verde privato hanno assunto aspetti diversi, tra i più personali e variegati: tante piccole realtà diverse tra loro, non più legate da un ‘occasione di logica comune.
Si nota poi il degrado e il vuoto degli spazi condivisi, la perdita dello stretto colloquio reciproco che Savioli ricercava fra le parti esterne e interne e anche, soprattutto, tra i suoi proprietari. Non c ‘è più dialogo tra le persone, questo è il punto. Ognuno è chiuso dentro il proprio pezzetto e delle parti condominiali, spesso non vuole interessarsi (se qualcosa è di tutti, va a finire che non è di nessuno).
Dato importante è anche la progressiva scomparsa della vitalità che per decenni ha animato il quartiere; adesso è abitato quasi esclusivamente da persone anziane o tra cui un ‘arzilla vecchietta che, durante il sopralluogo, lungo il percorso pedonale del primo piano, chiese cosa ci facevamo lì ┬½in quel posto tra i più brutti che ci sono in giroÔǪ che più brutto non si può!┬╗.
E proprio da questa critica è bene riflettere sul perche tutto questo non si possa provare a recuperare. Provare a ripensare un ‘architettura che deve essere aggiornata e rinnovata, non lasciata a invecchiare malamente, per cercare di migliorare quindi la qualità della vita che attorno vi si svolge. Perche l ‘architettura è patrimonio di tutti e, come sosteneva Bruno Zevi, è quella ┬½che si fa e quella che si ricrea e reinterpreta┬╗, ┬½ÔǪ non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi o da altri; è anche e soprattutto l ‘ambiente, la scena, ove la nostra vita si svolge┬╗. Perche non pensare di indagare qual è il valore reale dello spazio condiviso, capirne la necessità, documentarne gli sviluppi e innescarne le reazioni per migliorare le condizioni attuali?
Attuazione che forse magari può partire proprio con il restauro omogeneo delle parti condivise e dei giardini privati che si affacciano però sui tratti in comune, l ‘offrire dei servizi o attingendo ai fondi comunali, regionali, statali che invece di investire in nuova edilizia punterebbero al recupero dell ‘esistente o che non tutti gli appartamenti si possono permettere, provare a far riavvicinare coppie giovani con nuove proposte e attrattive già familiari a quel co-housing che solo un ventennio fa buona parte di noi sperava volgesse ad un ben più ampio successo.
Un primo spunto potrebbe essere ispirato alla nuova tendenza nata con i fenomeni del lavoro condiviso: condividendo la bolletta dell ‘elettricità e un unico servizio di condizionamento d ‘aria; condividendo cioè ambienti che siano freschi d ‘estate e caldi d ‘inverno. Oppure/anche fornire zone o come succede già in alcune piazze o coperte da una rete wi-fi gratuita agli abitanti degli alloggi; sfruttare la potenza attrattiva del World Wide Web per far ri-avvicinare le persone proprio in quegli spazi condivisi che Savioli amava predisporre ma che oggi non sono utilizzati.
Perche saper armoniosamente invecchiare in una comunità (col paziente contributo dell ‘assistenza dei singoli) costituisce una qualità cardinale di una società moderna e civile, e la mentalità dell ‘abbandono non dovrebbe più essere tollerata. Quel patrimonio o che citava Zevi o riconosciuto qui come una architettura da vivere dovrebbe, infatti, ragionevolmente esistere solo se attento al non dimenticarsi mai di chi quell ‘ambiente lo utilizza.

DATI PERSONALI:
Nome: FEDERICA
Cognome: CAPODURI
Data e luogo di nascita: 30/12/1983
Professione: DESIGNER E GRAFICO EDITORIALE

Scrivi un commento