ARCHITETTURA E INCONSCIO: UN TEMA ANTICO, VALIDO ANCORA OGGI? | di Daniele Tomasin

 

Testo inedito

Il termine inconscio, oggi entrato a far parte del linguaggio comune ed utilizzato con relativa semplicità, affonda in realtà le sue radici in tempi molto lontani. Uno dei primi scritti che testimoniano la presa di coscienza di una realtà ‘altra ‘ rispetto a quella del mondo fisico è un testo riportato nell ‘opera del filosofo greco Plantone La Repubblica. Si tratta del Mito della caverna, un racconto nel quale si narra di alcuni uomini, da sempre prigionieri in una grotta, costretti ad osservare delle ombre proiettate sul fondo della caverna da un fuoco che illumina una serie di oggetti inanimati. I prigionieri percepiscono quelle ombre come la realtà, inconsapevoli dell ‘esistenza del mondo all ‘esterno della caverna.

La definizione di inconscio ha poi subito, nel corso dei secoli, notevoli evoluzioni, e il concetto che oggi conosciamo è un ‘eredità trasmessaci dalla rivoluzione attuata in campo psicoanalitico da Sigmund Freud all ‘inizio del XX secolo e che ha dato avvio ad una stagione di forte interesse verso il reame dell ‘inconscio, riflettendosi poi nel campo non solo della psicologia ma anche delle arti, con la nascita dell ‘Arte Metafisica e del Surrealismo. Analizzare il contesto nel quale questa rivoluzione si è sviluppata è senz ‘altro utile e riporta alla luce alcune questioni rimaste sopite per molti decenni e che oggi stanno tornando alla ribalta grazie ad una serie di scoperte e innovazioni in campo soprattutto scientifico che hanno permesso di riaprire il dibattito su questo tema e, soprattutto, sulla relazione tra inconscio e architettura.

L ‘influenza dell ‘inconscio nella percezione degli ambienti costruiti è infatti, come si è detto, argomento di ricerche che si stanno conducendo da qualche decennio, soprattutto a partire dagli anni ’90 grazie ad una serie di scoperte nel campo delle neuroscienze. Tuttavia l ‘origine della questione risale a molto tempo addietro e per trovarla bisogna guardare alla Germania di fine Ottocento.
├ê proprio in quel contesto che iniziano a fiorire i primi studi sulla percezione spaziale e su quale sia la relazione tra il corpo e lo spazio che lo circonda. La teoria dell ‘architettura ci offre una testimonianza di quale fosse, all ‘epoca, la visione in merito, grazie agli scritti di alcuni grandi pensatori. Nel 1886 Heinrich Wàlfflin pubblica la propria tesi di dottorato intitolata Psicologia dell ‘architettura nella quale per la prima volta l ‘architettura e la percezione corporea sono poste in relazione. La sua visione è certo influenzata da quella Einf├╝hlung, l ‘empatia descritta da Lipps e approfondita da Vischer solo qualche anno prima. Wàlfflin infatti definisce lo spazio come un processo nel quale l ‘esperienza affettiva, cioè emozionale, dell ‘uomo stabilisce le forme architettoniche dello spazio stesso.
A partire da questa linea di pensiero, August Schmarsow elabora i concetti di senso dello spazio ed immaginazione spaziale, attraverso i quali l ‘individuo è in grado di esperire lo spazio che lo circonda. Lo spazio non è solo un contenitore del corpo, ma una sua estensione, una proiezione esteriore dell ‘interiorità del soggetto in tutta la sua complessità affettiva. Schmarsow sviluppa inoltre una teoria che mira a dare una spiegazione riguardo al susseguirsi si stili architettonici nella storia dell ‘Europa Occidentale. Secondo l ‘architetto infatti, i cosiddetti stili architettonici sarebbero l ‘espressione visuale del profilo emozionale e psicologico che caratterizzava una certa popolazione in un determinato periodo storico.
Questa visione è anche ripresa dalle ricerche di Franz Làwitsch, architetto austriaco che per primo conia il termine sensazione spaziale. Secondo Làwitsch è infatti proprio la sensazione spaziale predominante nel contesto socio-culturale di una popolazione che determina la nascita di un determinato stile architettonico caratteristico di quella popolazione in quel determinato periodo storico, poiche la sensazione spaziale, che è

un ‘entità psichica, viene tradotta sul piano fisico in concetti spaziali che diventano le caratteristiche dello stile architettonico e che fanno sì che quello stesso stile sia accettato dalla popolazione, poiche essa vi si identifica.
La teoria delle sensazioni spaziali di Làwitsch introduce anche una seconda questione, fondamentale per capire come spazio, mente e corpo siano effettivamente connessi. Il legame è rappresentato dal movimento. Secondo l ‘architetto austriaco sarebbe proprio il movimento che ci permette di prendere coscienza innanzitutto del nostro corpo e subito dopo dello spazio che ci circonda. Dal momento della nascita e per tutto il resto della vita, l ‘uomo è in costante movimento nello spazio e lo spazio, inteso qui a livello architettonico, è modellato sul movimento del corpo umano.
├ê proprio il corpo il metro di misura con cui l ‘uomo si rapporta con il mondo, poiche è proprio grazie al nostro corpo, alla sua massa, al suo peso e al suo sistema di forze, che siamo in grado di capire gli effetti delle forze che agiscono nel mondo fisico.

Ma come mai queste teorie non sono riuscite a svilupparsi se non negli ultimi anni, a più di un secolo dalla loro nascita?
Dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, le ricerche su questo fronte hanno subito una battuta d ‘arresto. Considerate troppo ‘na├»f ‘ e senza ancora la possibilità di produrre delle evidenze scientifiche esse sono state accantonate, oscurate dal sorgere di movimenti come il Razionalismo prima e il Postmodernismo poi che le hanno poste sempre in secondo piano, almeno fino alla fine del XX secolo.
Durante questo periodo buio tuttavia alcune figure illustri hanno contribuito a mantenere viva, seppur flebile, la fiamma dell ‘interesse nei confronti di questi temi. Una di queste figure è Alvar Aalto. Pur essendo uno dei maestri del Movimento Moderno, nel 1935 Aalto elabora il concetto di Razionalismo esteso, intendendo con questo termine la necessità di superare l ‘approccio puramente visuale alla progettazione dello spazio per muoversi invece verso un ‘architettura fondata su un ‘esperienza sensoriale totale.
Le parole di Aalto centrano il punto della questione. Chi oggi continua a studiare la relazione tra inconscio e architettura, ovvero tra mente, corpo e spazio, sostiene infatti la necessità di ribaltare il modo di fare architettura che negli ultimi decenni ha privilegiato il risultato estetico a discapito dell ‘esperienza umana. Oggi quindi, si può dire, ci si sta muovendo verso un approccio alla progettazione il cui protagonista è il soggetto, e non più l ‘oggetto.
La definizione che emerge da questo quadro è quella di atmosfera, termine di cui parlano figure come il filosofo tedesco Gernot Bàhme o l ‘architetto finlandese Juhani Pallasmaa. Ma la parola atmosfera si associa anche a Peter Zumthor, nelle cui opere è proprio questa che costruisce lo spazio architettonico. Le parole di questi autori raccontano il significato di questa parola. Essa si riferisce a quel giudizio, preconscio, che siamo in grado di formulare non appena entriamo in uno spazio. Senza avere il tempo di soffermarci sui dettagli, siamo subito in grado di percepire l ‘atmosfera di quello spazio e quindi di definirlo come un ambiente positivo, accogliente oppure inospitale, freddo e così via.
Parafrasando le parole di Pallasmaa, il giudizio sullo spazio è un giudizio istantaneo e polifonico. Non è un caso che si faccia uso di un termine legato al mondo della musica poiche proprio la musica, tra tutte le arti, è quella che maggiormente è in grado di far leva sulle emozioni e di scatenare una reazione senza che il soggetto abbia necessariamente una consapevolezza del perche questo succeda.

Il parallelismo tra musica e architettura ci aiuta a capire qual è l ‘obiettivo delle più recenti ricerche, che non temono di sconfinare in altri settori disciplinari, ma anzi promuovono una reciproca contaminazione coinvolgendo architetti, designer, artistici, psicologi, neuroscienziati in un ‘ottica di condivisione che non può che portare ad un arricchimento delle singole discipline.

Gli ultimi centocinquant ‘anni hanno visto la nascita e il declino di un dibattito che resta ancora sospeso. Filosofi, psicologi, architetti, artisti, neuroscienziati, sociologi si sono spesi su un tema che ancora oggi pone delle questioni su cui riflettere. Per tutto il XX secolo in architettura si è parlato di inconscio, di empatia, di fenomenologia, di neuroestetica e oggi si avverte la necessità di trovare quella linea comune che riassuma tutte queste visioni e che dia la dovuta dignità ad un tema che ha ancora molto potenziale da esprimere.

DATI PERSONALI:
Nome: Daniele
Cognome: Tomasin
Data e luogo di nascita: 28/09/1992, Monfalcone (Go)
Indirizzo di residenza: Via del castelliere 33, 34076 Romans d ‘Isonzo (Go)
Professione: studente

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