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1851, Paxton allievo di Turner? – di Alessandra Muntoni

Non ci avevo mai fatto caso, ma la mostra al Chiostro del Bramante che espone i dipinti di William Turner mi ha portato a confrontare due eventi. La data della morte di Turner e quella della costruzione del Crystal Palace di Paxton coincidono: 1851. E se il Palazzo di Cristallo è un ‘opera rivoluzionaria che ha determinato una svolta decisiva nell ‘architettura, la genialità di Turner è già molto più avanti, una rivelazione per i giovani pittori francesi che daranno vita all ‘Impressionismo, prodromo della ricerca artistica della modernità che s ‘inoltra ben oltre l ‘Ottocento.

Turner esplora la forma dissolta nel colore-luce. Soggetto dei suoi quadri sono le turbolenze atmosferiche e le tempeste marine con minuscoli uomini in balia di marasmi, eruzioni, lampi, spruzzi, ondate, nebbie, aloni solari, naufragi. Ma anche i riflessi del sole, dei palazzi e delle chiese nella laguna di Venezia o lo sciogliersi delle archeologie romane nelle rugiade del mattino. Lo strumento prediletto per perseguire questo obiettivo è la pittura all ‘aperto, profezia di una modalità che farà scuola di lì in avanti, combattendo la formulazione nitida della figura.

Il Crystal Palace nasce, invece, come un paradosso. Tecnologia nuovissima, tipologia vecchia: strutture sottili e azzurrine di ferro e vetro, precisione, divisione del lavoro, programmazione del cantiere, ma la forma è quella della basilica. Tuttavia, ciò che sconvolse come uno shock i visitatori, accorsi in massa per vedere i prodotti di tutte le nazioni del mondo, fu proprio il fatto che l ‘involucro fosse quasi impercepibile, quasi che l ‘interno e l ‘esterno coincidessero in una unità atmosferica e luminosa che tutto invadeva. Anche qui, dunque, prevaleva la dissolvenza nell ‘aria, quasi profezia della fine del Crystal Palace per il grande incendio del 1936.

Turner parla a pochi, perche si taglia i ponti alle spalle con la tradizione, è in mezzo al tumulto della metamorfosi dell ‘energia. Paxton parla al grande pubblico, perche lo stupisce con l ‘inaudito spettacolo di un contenitore invisibile per un mercato di massa aperto a tutti i gusti (il Proteo dalle mille teste descritto da Semper e teorizzato da Menna). La sua stessa tecnica semplice, sicura, velocissima, di montaggio e smontaggio degli elementi, apre una innovazione cantieristica basata sulla flessibilità, il recupero, la trasformazione della figura; è una sfida alla ripetizione, alla certezza.

A metà dell ‘Ottocento, altri due innovatori, Ruskin e Morris, negano sprezzanti quella modernità, ma avranno alla lunga ragione sulla cultura delle preesistenze e sul metodo progettuale. Ancora una volta, vince la contraddizione che il moderno si porta dietro fino ad oggi.

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