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Scrivere per ricordare la storia dimenticata – di Alessandra Muntoni

Ma si potrebbe dire, rovesciando la frase: descrivere le opere della storia dell ‘architettura dimenticata, l ‘antichità e l ‘Ottocento, per non ricordare l ‘atrocità del proprio passato prossimo, le atrocità del Novecento. ├ê quello che fa Jacques Austerlitz, storico dell ‘architettura e fotografo compulsivo, nato a Praga ma vissuto nel Galles presso un predicatore calvinista da quando aveva quattro anni e mezzo col nome acquisito di Dafydd Elyas, poi laureato all ‘Università di Oxford col nome vero, ma senza chiedersene ragione. Il personaggio nasce dalla strepitosa penna di Winfried G. Sebald, scioccato da ragazzo quando per la prima volta vede a scuola un documentario sui campi di concentramento nazisti. La tecnica è quella del finto narratore che incontra il narratore vero, Austerlitz appunto. E lo incontra per caso, a diverse cadenze temporali, ma sempre in luoghi che aprono formidabili scorci interpretativi del Settecento e dell ‘Ottocento, sulla memoria e sul tempo: stazioni ferroviarie ÔêÆ a cominciare da quella di Anversa, dove i due s ‘incontrano per la prima volta ÔêÆ grandi alberghi, Templi massonici, biblioteche, archivi di Stato, musei, Palazzi di giustizia, osservatori astronomici, manicomi, giardini zoologici, cimiteri; ma anche paesaggi, villaggi agricoli e centri industriali. E poi grandi città europee: Londra, Parigi, Vienna, Anversa, Praga. Le affascinanti dissertazioni, con le quali Austerlitz descrive in modo fantastico ma precisissimo tutti questi luoghi, differiscono da quanto uno storico dell ‘architettura sarebbe in grado di fare. I suoi racconti, però, sono pieni di parole come tenebra, ombra, nebbia, luce accecante, oscurità, scintillio. Le illustrazioni sono sfocate e pervase da sfumature di grigio. Perche? Lo scopriamo verso la fin del libro.

Quando va in pensione, infatti, Austerlitz entra in crisi. Insonne, intraprende lunghe peregrinazioni notturne in una Londra che sta cambiando i propri connotati, e capita nella Stazione in demolizione di Liverpool Street, nella sala d ‘aspetto della quale ha la percezione rivelatrice di ciò che gli è veramente capitato sessant ‘anni prima: vede se stesso bambino, insieme ad altri piccoli profughi, approdati proprio lì, in Inghilterra. Da dove? Quale sono le sue origini? Da qui comincia il viaggio a ritroso fino a Praga, a Theresienstadt, dove la madre ebrea era stata segregata prima di essere avviata allo sterminio; e poi a Parigi, alla ricerca del padre.

Scopre, perciò, che per decenni ha ostinatamente cancellato tutto quello che è avvenuto prima di quell ‘evento, e che il suo studio di storico dell ‘architettura dell ‘Ottocento, così meticoloso, serviva solo a tessere un fitto velo per nascondersi il recente passato. Memoria, tempo, identità, sono quindi in opposizione, quasi nemici. Il tempo delle sue storie è un tempo fermo, ripiegato su se stesso, addirittura inesistente.

Può la presa di coscienza di ciò interrompere queste contraddizioni, facendo luce su ciò che è veramente successo? Oppure bisogna arrendersi all ‘impossibilità di restituire al tempo i suoi connotati?

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