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Itabashi calls Bologna…e sarebbe stato meglio non rispondere, forse – di Riccardo Brini

Ancora, di nuovo e forse più di prima mi ritrovo a dover (non poter, DOVER, perchè un professionista nel suo settore ancora più di una persona normale che esprime il proprio parere, deve segnalare e commentare e criticare -positivamente o negativamente- quello che accade nel suo settore, nel suo territorio) riflettere su di un risultato di un concorso.

Sì perche l ‘ultimo concorso di idee indetto nella mia cara (in tutti i sensi) Bologna non ha fatto altro che aprirmi sotto i piedi una voragine di interrogativi, delusioni e forse rassegnazione che ha letteralmente sfondato il solido pavimento di speranza che si era creato alla vista del bando: un bando snello, internazionale e soprattutto rivolto a studenti e giovani progettisti MA con l ‘obiettivo vero, questa volta, di realizzazione della piccola opera da proporre.

Riassumendo, ma neppure troppo, in collaborazione con un importante studio nipponico di progettazione (autori del progetto per la nuova biblioteca di Itabashi) si sarebbe dovuto proporre uno spazio di 3,5×3,5x 3 metri atto ad ospitare ovviamente diversi volumi cartacei, oltre a cartelloni informativi, ecc. il tutto combinando modernità, permeabilità di accesso e visivo, sicurezza e caratteristiche della città di Bologna. Nel caso particolare poi, inserito nell ‘area dedicata ai bambini.

Premetto come sempre che non critico il lavoro, il sudore, il progettista, ma credo di poter criticare il risultato, o meglio, il risultato della valutazione che ha premiato a mio parere qualcosa che ci riporta indietro di almeno qualche decina d’anni. Sì perchè se ultimamente anche nella triste povertà architettonica nell ‘ambito contemporaneo degli ambienti di istruzione bolognese (esperienza universitaria in prima persona affrontata, con non poca sofferenza da parte di chi scrive) qualcosa si era mosso, premiare un progetto in sostanza estremizzatore delle correnti storiciste felsinee (non dei più ma spesso di quelli che potendo intervenire sui giornali, o simili mezzi, valgono maggiormente dei più) rappresenta a mio parere, un deciso passo indietro o per lo meno un non volersi piegare all ‘avanzare del tempo (e quindi della cultura, delle persone, del lavoro).

Banalizziamo al massimo l ‘idea di Bologna: portici. Estremizziamola: portici con intonaco beige (nel caso in oggetto addirittura rosa acceso). Ridicolizziamola: portici con intonaco beige, pilastri ricoperti in legno e verde dall ‘alto per dare un ‘idea casuale di eco-progetto che tanto va di moda (anche giustamente e che avrei apprezzato di più della motivazione ufficiale di storici sporti in legno e magnificenti terrazze del centro inverdite).

Il tutto sorretto molto instabilmente dalla teoria del dover rappresentare le principali peculiarità di Bologna, esattamente così com ‘è (ma non dov ‘èÔǪe nemmeno com ‘è nella mia visione a dire il vero ma qui si aprirebbero parentesi decisamente troppo estese).

Vi ho appena descritto senza se e senza ma il progetto giudicato vincitore.

Ma come si può provare a spiegare, almeno preliminarmente, tale fatto? Forse nella palese e insistente, mania di storicismo che ci si trascina dietro in nome della salvaguardia di determinate specialità di periodi storici (e anche qui ci sarebbe da discutere sul perche, persino all ‘interno dello storicismo spinto, determinati periodi siano considerati prioritari rispetto ad altri).

Oppure proprio per la paura crescente chiara e limpida finalmente del superamento da parte dei giovani e di alcuni recenti interventi della dicotomia Bologna-Centro storico e conseguenti forme considerate perfette e non perfettibili.

Oppure, ancora, nella volontà di voler imporre agli altri la visione che il mondo dovrebbe avere della nostra città (e allargo, del nostro Paese) partendo dal presupposto che non ci possano essere altri elementi di pregio da proporre; senza imparare dai propri errori (esempio clamoroso il padiglione della città di Bologna all ‘Expo di Shanghai, moderno nella visione di chi pensa che lo possa essere tutto ciò che minimamente si discosta dal laterizio o come se bastasse questo o di contro non esistessero opere contemporanee con anche quel materiale che nulla a che fare con la selvaggia storicizzazione).

Ricordiamoci però che stiamo parlando di un intervento FISICAMENTE de-contestualizzato, in teoria lontano migliaia di km e soprattutto lontanissimo culturalmente.

Cosa ci dice questo? Due cose credo: una, GRAVISSIMA, che in realtà questo passatismo (molto di più ad esempio di un profilo nero in acciaio di stampo “scandalosamente modernista”) è ritenuto in assoluto, a prescindere da tempo-luogo-spazio la soluzione migliore! E ci dice anche che probabilmente non vi è nemmeno la voglia, non si sente la necessità, di confrontarsi con soluzioni differenti ed estranee o meglio, estranianti, da quello a cui siamo stati abituati.

Senza voler quindi giudicare a fondo il lavoro, la mia paura è che questo meccanismo (non isolato a questo caso e non limitato alla sola città di Bologna) di premio a una soluzione scontata e ovvia nel riconoscere di base quindi già i difetti insiti nella visione stessa che la città ha di se stessa, faccia da deterrente alle nuove idee e soprattutto alla VOGLIA di affrontare e risolvere le questioni architettoniche e urbanistiche con ricerca, sviluppo, coraggio, demolizione, ricostruzione, tentativi, anche errori che invece una città universitaria e giovane dovrebbe avere.

Perche se questo avvenisse, a livello di giovani progettisti, forse allora sarebbe davvero il caso di emigrare in Giappone.

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