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Da 107 anni, Gillo Dorfles – di Alessandra Muntoni

Praticamente da sempre. Sempre nel centro delle questioni della critica, dell ‘arte, della società di massa, del gusto mutevole, del design, dei linguaggi. Tutto attraversando, contiguo all ‘elite degli intellettuali e degli artisti italiani e stranieri, lui internazionale per nascita e per intima vocazione, curioso della ricerca degli altri, individua slogan interpretativi che servono a farsi largo nella complessità dei sistemi percettivi, nelle mitologie estetiche come nel cattivo gusto, nell ‘ambiguità e nella tecnocrazia del consumo dell ‘arte, nell ‘immaginario, nella babele della pluralità delle lingue. Insegna che il quotidiano, l ‘oggi, deve essere oggetto d ‘indagine continua, proprio per le sue continue trasformazioni, lui che dei cambiamenti di un secolo è stato testimone inquieto, ma anche capace di riassumerle in sintesi folgoranti.

Il fatto che Gillo Dorfles non ci sia più, ne ci siano molti altri capaci di individuare prospettive critiche di analoga originalità, ci stimola a rileggere i suoi libri, a riascoltare le sue interviste, a reinterpretare i suoi quadri, le sue sculture, i suoi oggetti di design. Per individuare, se ne siamo capaci, nuovi orizzonti della critica.

Lascio a lui la parola, proponendo una sua poesia scritta a Trieste nel settembre del 1941, per autodefinirsi e definire un ‘epoca tra le più terribili della storia:

La terra si aperse in mille
solchi funesti
a inghiottire le armi,
le macchine, i treni;
stridio di ferro e luminosi
bagliori elettrici
e un vano lamento
di mostri feriti.
Poi nel silenzio
Fatto di verde e di cielo
vidi un fungo spuntare.

Addio, Gillo, nostro incomparabile compagno di viaggio.

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