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Roma futura – di Massimo Locci

 

Nel documento programmatico dell ‘In/arch per il prossimo convegno nazionale (Bigger is better? Città 4.0), si evidenzia che le grandi agglomerazioni urbane sono considerate, da alcuni economisti, le uniche in grado di attrarre investimenti, di promuovere l ‘innovazione, di produrre PIL. In molti studi si sostiene che per reggere la competizione su scala mondiale le città devono necessariamente diventare più grandi.

Lo slogan scelto dalla città di Londra per il suo ‘London Infrastructure Plan 2050 ‘ è, infatti, ‘Bigger and better, che identifica una visione per sostenere l ‘espansione demografica della metropoli londinese. ‘Strong and bigger ‘ è la prospettiva del piano Symbol City di Stoccolma al 2040 e ‘Grand Paris‘ è il piano di Parigi. Berlino e Madrid hanno programmi di forte concentrazione urbana, Mosca e Istanbul crescono così velocemente che hanno esaurito anzitempo le aree di nuova edificazione (tutte ad alta densità) previste nei rispettivi piani regolatori pluriennali.

Rispetto a tali ambiziose prospettive di altre capitali europee, quale visione di sviluppo sceglie Roma per il suo prossimo futuro? Se il piano regolatore del 1962-65 aveva nell ‘asse attrezzato una grande prospettiva espansiva, funzionale e immaginifica, quello attuale si prefigge solo di gestire lo status quo. Peraltro l ‘unica previsione di respiro strategico, le 18 centralità periferiche, non si sono minimamente attuate.

A quasi 25 anni dall ‘impostazione e a10 dalla definitiva approvazione, dunque, il PRG di Roma andrà in soffitta (come ha annunciato il sindaco) e urge incominciare a ragionare su una prefigurazione di ampio respiro, una visione capace di rilanciare la Capitale su scala internazionale, soprattutto facendo leva sulle sue specificità e potenzialità inespresse.

Come sarà Roma fra 10, 20, 30 anni?

Un primo dato da valutare è proprio la dimensione fisica che vuole assumere. Con una realtà demografica differente e con un trend di crescita opposto rispetto alle grandi capitali europee bisogna interrogarsi se, dopo un ‘inerzia così prolungata, sia realistico inseguire questi modelli insediativi, concentrando grandi investimenti in politiche espansive, assecondando e incentivando processi di maggior inurbamento. Occorre una riflessione sulle prospettive a lungo termine dello sviluppo del nostro territorio, consapevoli che il passaggio dalla città post-industriale alla ‘cyber city ‘ non ha come unica prospettiva il ‘bigger and better ‘.

Sviluppando le valutazioni dell ‘In/arch si potrebbe proporre un diverso modello di organizzazione del territorio, per esempio, caratterizzato daa un forte policentrismo che, a differenza delle inattuate nuove centralità, sia capace di tessere relazioni funzionali effettive tra i diversi ambiti senza identità della periferia, ma anche tra la Capitale e le città medio-piccole dell ‘hinterland.

Per far decollare effettivamente la ‘Città Metropolitana di Roma non basta, infatti, un Decreto Legge che, paradossalmente, identifica la sua area di competenza con quella della ‘soppressa ‘ provincia. Al di là dell ‘incongruità dimensionale, per strutturare un sistema metropolitano policentrico servono strategie e investimenti per rendere attrattive le singole aree, specializzandole per ambiti di servizi (amministrativi, sanitari, culturali, formativi) residenziali e produttivi; collegandoli con le reti infrastrutturali (ferrovie-metropolitane, reti di comunicazione a banda ultra-larga, connettività diffusa ed efficiente, gestione intercomunale del trattamento dei rifiuti).

Un policentrismo che è, ovviamente, tutto da verificare nelle modalità attuative e solo dopo un confronto interdisciplinare, ma che appare in grado di coniugare l ‘orientamento internazionale (per le grandi concentrazioni urbane) con le nostre specificità (reti dense e diffuse nel territorio di città medie e piccole).

Tra le parole per il futuro non si può non partire da approcci generali come la ‘Densificazione Urbana riducendo l ‘area urbanizzata che lega la trasformazione delle aree dismesse (produttive, militari e di servizio urbano) e i programmi di riuso urbano con la grande richiesta di residenze a basso costo (social housing). In particolare strutturate per un target più contemporaneo.

Lo stop al consumo di suolo (pratica comune in tutte le città moderne), a Roma avrebbe un senso maggiore perche consente di connettere in un sistema organico (pari al 45 % del proprio estesissimo territorio), con aree agricole, aree a verde per il tempo libero e aree archeologiche, tutte da valorizzare.

Gli stessi tessuti consolidati richiedono radicali interventi di rifunzionalizzazione e trasformazione, che non necessariamente devono coincidere con il recupero conservativo. La logica della tutela, così come la intendono le soprintendenze, non produrrà grandi benefici per la città e per il paesaggio, ne in termini di funzionalità ne di ricerca espressiva.

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