L ‘Ondata di ritorno dell ‘Oltremare – di Eduardo Alamaro

La grande proletaria s ‘è mossa. Così gridò entusiasta a Barge, da sinistra-nazionale, Giovanni Pascoli al salpare delle navi da guerra italiane alla conquista di Tripoli, bel suol d ‘amor, 1911. Ma la Libia, la quarta sponda Oltre Mare d ‘Italia apparve subito solo un illusorio scatolone di sabbia. E a tale svista, il tripolino-napoletano Raffaele Viviani osservò così sconsolato: Nun ce abbastava a famma nostra, n ‘ce vuleva pure a famma vostra!

In effetti i francesi e gli inglesi erano i padroni del Mediterraneo e s ‘erano già magnato tutto il meglio da tempo. Dall ‘800, col Borbone nostro dormiente e impotente. L ‘Italia unita era arrivata tardi, a pranzo coloniale finito. Solo per le banane e il caffè. Ma il voluttuoso D ‘annunzio scrisse lo stesso, nell ‘occasione, nei tempi di recupero, la canzone d ‘Oltremare, canto di lotta per alimentare il nostro sogno di un posto al sole coloniale mediterraneo.

Sogno d ‘Oltremare che mi è caro. In qualche modo di famiglia, molto raccontato perche vi partecipò, obbligato, ma forse anche con qualche piacere nazionale, anche mio padre nel 1935. Etiopia, AOI, Africa Orientale Italiana, sergente maggiore di fanteria, classe 1911. Vi rimase poi vari anni, non malamenti per lui, credo. Lavorò alla Gondrand trasporti, ben pagato ed appagato.

Conservo ancora un bell ‘album di fotografie annotate sul verso di suo pugno e, inquadrata in cornice, una croce al merito del Ministero della guerra. Ricordi d ‘Oltremare da alamare. O almeno da rispettare, alla memoria.

Mal d ‘Africa, malia d ‘Africa, nostalgia d ‘Africa. Esotismo, sogno, segno del tempo.

Come tanti suoi coetanei, mio padre visse dentro le illusorie parole del poeta: Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa italiana, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati. Anche là è Roma.

Un paio di piccole foto dell ‘album ritraggono però una lunga fila di abissini impiccati. Erano proletari etiopi che non condividevano quel sogno di impero romano italiano rinnovato. E si opponevano. E morivano resistenti. L ‘altra faccia della medaglia. Padroni e sotto. O ascari collaborazionisti.

Per quel fascinoso mondo d ‘Oltremare, per quella prospettiva politica imperiale, per quelle colonie italiane, il regime fascista pensò-progetto-eseguì in pochi mesi a Napoli, a Fuorigrotta, proprio all ‘imbocco della via Domiziana, nel 1940, un ‘apposita cittadella.

Ben disegnata dall’incisivo Canino, ben ambientata, tutta perimetrata e sorvegliata da alte mura, era la Mostra Triennale per le Terre d ‘Oltremare d ‘Italia, delle quali Napoli era il porto logistico primario naturale. E per questo motivo strategico subì poi, nella guerra, dalle forze aeree alleate, un numero record di bombardamenti liberatori.

La Mostra d ‘Oltremare, smessa quella disastrosa prospettiva politica, fu vissuta come un residuato bellico mussoliniano; un fastidioso ricordo di un passato d ‘oltre-male da archiviare. Da rimuovere presto. Una colpa da dimenticare. Un patrimonio edilizio da irridere nei suoi aspetti propagandistici. (Ricordo ancora, all ‘uopo, negli anni settanta, gli esilaranti racconti, vere e proprie gag alla Totò, di Antonino Barillà architetto e di Pasquale Monaco, scultore, che -giovanissimi- collaborarono all ‘opera ÔǪ).

L ‘Oltremare napolitano suggestivo, imponente, da riciclare, da restaurare, da riattivare in qualche modo, per passare indenni & assolti dal fascismo al post fascismo. Traghettiamo ‘o passato, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ÔǪ.

Del resto un intero popolo era stato coinvolto nell ‘avventura e ci fu un condiviso, provvidenziale, condono generale. Un ‘invocata amnistia salva-tutti, buoni e malamenti, vittime e carnefici. Si voltò così pagina e nel 1952 ci fu il battesimo dell ‘Ente autonomo per la Mostra d ‘Oltremare del lavoro italiano nel Mondo.

Ma il Mondo gira ÔǪ e il mondo del lavoro globale pure, da quel lontano 1952. Ciò che è rimasta costante è ‘a famma nostra e (soprattutto) a famma lloro, degli africani ÔǪ

Quel pezzo di città di Napoli così sfortunato, così appartato, così sottoutilizzato, ha conservato fino ad oggi o nonostante alcuni tentativi ed eventi memorabili (ricordo quelli di Uberto Siola dei festival PCI, provinciale del 1975 e onazionale- del 1976) o le alte mura di cinta e le cancellate di regime. Era ed è un grande parco protetto e sicuro, unico nel suo genere, sta scritto infatti nella pubblicità dell ‘Ente Mostra.

Il mare non bagna Napoli, scrisse la Ortese. E Napoli non è bagnata dall ‘Oltremare della sua Mostra, si potrebbe aggiungere.

Contro questa separatezza, contro questo maleficio, si batte da anni il decano degli architetti napoletani, Gerardo Mazziotti, attivissimo e lucido ultranovantenne. Di recente il coraggioso ha steso un vero e proprio manifesto per l ‘Oltremare open. Per aprirlo, per trasformarlo nel PARCO VINCENZO TECCHIO, che ne fu il gran regista, negli anni della costruzione e della ri-costituzione.

Scrive infatti Gerardo Mazziotti: Come l ‘EUR di Roma è un rione aperto alla città, senza barriere, anche a Napoli è necessario trasformare la inutile enclave della Mostra d ‘Oltremare (una denominazione priva di senso dopo la scomparsa delle colonie, del regno d ‘Albania e dei possedimenti nell ‘Egeo) in un rione cittadino ÔǪ…

E perciò Mazziotti ne ridisegna l ‘uso attraverso una serie di attività di rappresentanza, museali-artigianali, consolari, di vita pratica; con ambasciate, redazioni di giornali, media, tv, scuole, dipartimenti universitari, assessorati, ÔǪ ecc. ecc ÔǪ

Su questa sua proposta, ben ponderata, ben calibrata, ha chiesto adesioni, che son arrivate autorevoli e copiose .ÔǪ e, ultimissimo tra tanta genia, io stesso gli ho scritto per Pasqua: Caro Gerardo, AAAderisco!! ÔǪ perche questa tua proposta è tutta giocata in controtendenza con il sentimento di paura e di sospetto, di inimicizia e di chiusura che oggi sembra pervadere l ‘Italia e il mondo intero.

E poi, specificando: Tu, mi pare, vuoi dare un segnale in direzione opposta proponendo una narrazione diversa per Napoli, civile e moderna, a partire dal possibile sogno di una Mostra d ‘Oltremare normale, aperta, senza steccati e mura di recinzione. Luogo di aggregazione popolare e multirazziale e multifunzionale e multireligiosa rigorosa. Per una Napoli inclusiva, contaminata dal bene e bel vivere. Amen.

Come si fa a rendere concreto e palpitante-tante questo sogno che già fu di Carlo Cocchia architetto? Come si fa a partecipare a questa azione civile e progettuale? Esattamente come fa il Mazziotti: scrivendone, parlandone, proponendo, sollecitando pareri e quindi suggerimenti, perche il suo è un progetto aperto, includente e non inconcludente, credo.

Ed in questo senso gli scrissi che, per premere sulla pubblica opinione e su chi conta, per essere più incisivi e aderenti a quanto accade oggi, bisognerebbe essere ancora più audaci e realisti, cioè un po’ folli ÔǪ tuffarsi nell ‘Oltremare d’oggi.

Sostengo infatti che in tempi di migranti e di accoglienze mediterranee negate (o ammosciate dai Minniti di turno) bisognerebbe non cassare ma puntare maggiormente proprio sul senso dell ‘Oltremare a parti ribaltate e in direzione opposta a come era stata pensata nel ventennio dal folle buffone (come lo chiamava a lezione il gran Roberto Pane).

Dalla Mostra alla Di-Mostra che sai fare sul tema dell ‘Oltremare oggi, sul decisivo e strutturale tema dei migranti e delle religioni, degli usi e costumi dei popoli del Mediterraneo, degli scambi commerciali e umani, della mixite, (tu arruobbe a mme, io arruobbo a tte, come da giusto scambio prensile) . ÔǪ

ÔǪ e sarebbe per Napoli un grande motivo di vanto, di civiltà, di avanguardia, di orgoglio non provinciale de-magistrale: sarebbe porsi in avanti, rischiare per non più rosicare nel passato e nel folclore ÔǪ; per inalberare la bandiera della cittadella dell ‘accoglienza, senza mura e confini territoriali mentali ÔǪ perche questi profughi africani e mediorientali che fuggono dalla fame e dalla guerra, l ‘ho scritto tante volte sono energie fresche che vengono qui per salvarci, decisive ÔǪ

Insomma, un ‘Oltremare raddoppiato ravvicinato ÔǪ cioè un Vicino ‘o mare ÔǪ per andare oltre il restauro dell ‘antico-moderno (del padiglione 8 e 9 della Mostra, ahiloro!); altro e oltre ÔǪ ma molto oltre, l ‘Oltremarità consueta ÔǪ oltre il benemerito Tecchio che fu.

Besos, eldorado

1 Comment

  1. piera 19/09/2017 at 15:52

    bello, complimenti!!!

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