Conflitto tra città e metropoli – di Alessandra Muntoni

Nel suo libro Urbanità e bellezza. Una crisi di civiltà, Solfanelli, Chieti 2016, Giancarlo Consonni. discute una questione che potrebbe sembrare inattuale, mentre invece sta al centro del progetto, della gestione e della stessa percezione dello spazio urbano. Definire la bellezza è difficilissimo. Basti pensare al dialogo tra filosofi e artisti raccolto nel volumetto Che cosa sia la bellezza non so, Leonardo, Milano 1991, dove essi s ‘interrogano tra loro (Lytard-Buren, Givone-Boetti, Zecchi-Paladino, Vattimo-Paolini, M├╝ller-Vitiello-Kounellis, Vitiello-Tatafiore) sul significato della parola, senza venirne a capo.

Qualunque cosa significhi, nel caso dell ‘urbanistica ha ragione Consonni: il termine è ormai molto lontano dall ‘operare di urbanisti e architetti, e ancor più da coloro che amministrano o organizzano i propri affari nella città e nella metropoli contemporanea. Egli tenta allora una nuova definizione: la bellezza d ‘assieme, o bellezza civile, connessa a una condivisione del significato e dell ‘uso della città raccordata al suo territorio, e quindi sinonimo di una civiltà che esprima valori comuni. Contrapposta alla bellezza del singolo edificio, spesso per lui sinonimo di autocelebrazione e di ricerca privata, la bellezza d ‘assieme si ricollegherebbe a una tradizione alta: quella che dal Dante Alighieri del Convivio giunge fino a Carlo Cattaneo e a Ildefonso Cerd├í.

Nella dismisura della metropoli contrapposta alla misura della città, sostiene Consonni, è ormai tramontato un sistema in equilibrio e la caduta della bellezza è ancor più evidente in ogni paesaggio antropizzato. Tanto più difficile, allora, appare l ‘introduzione nell ‘habitat di quell ‘auspicata bellezza d ‘assieme, visto che la crisi della civiltà ha sconnesso e separato i legami di una sostenibilità sociale.

Come esempio di questa dismisura, Consonni porta il caso della Piazza Gae Aulenti a Milano dove, anziche tessere con il contesto relazioni possibili, ┬½ogni organismo edilizio è chiuso in una totale solitudine, incapace com ‘è di istituire un legame con gli altri edifici e con l ‘intorno, verso cui si proietta disperatamente in un ‘esibizione narcisistica┬╗. Un giudizio fin troppo severo, visto l ‘uso quotidiano che ne fanno gli abitanti, ma certo da tenere presente per chi volesse rilanciare un più ampio consenso nella condivisone di valori. Una sfida per l ‘urbanistica del futuro.

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