Cosa devono fare gli architetti nell’era della post verità? – di Marco Ermentini

In settimana Donald Trump diventerà il nuovo presidente e alcuni frequentatori di questa farmacia mi hanno chiesto che conseguenze comporterà. Provo a rispondere.

Sembra propio che saremo condannati a vivere in una serie di bolle in cui i fatti oggettivi non contano più nulla. Risultato: le verità vere sono divenute quelle che si possono inventare. Anche nell’architettura si notano tre fenomeni: balbettare un passato morto e sepolto di retorica accademica, adottare ricette miracolose tecnologiche green che generano edifici estranei e egoisti ( non c’è niente da fare, la visione analitica da ingegnere contrasta con la natura sintetica della vita) e infine la tendenza più pericolosa, il ruolo di truccatore, di un puro intervento cosmetico senza alcuna radice.

Forse è giunto il tempo di rovesciare lo sguardo usuale impantanato in queste miserie e cercare di pensare un nuovo modo di abitare la dimora dell’uomo. Forse, dimenticando la superbia- caratteristica dell’architetto- è giunto il tempo di capovolgere i termini: contano più le conseguenze che i princìpi. Forse un pensiero più cauto e attento facendosi carico delle sue contraddizioni mostra, nella sua debolezza, tutta la sua forza. Mi sbaglierò, ma sarà proprio la nuova generazione dell’architetto, con il suo sguardo umanistico e con la sua apertura al progetto, a essere capace di invertire la rotta e di affrontare con successo lo stato di necessità in cui ci troviamo.

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