Sulla deformazione in architettura – di Riccardo Onnis

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Io per├│ sono deformato dai nessi
con tutto ci├│ che qui mi circonda

Walter Benjamin

La deformazione in architettura sta come le sfaccettature caratteriali in una persona: essa si de-forma[1], cioè si allontana dalla forma per diventare altro, un qualcosa di diverso, di alternativo. Un unicum, che gradiamo o rigettiamo proprio in misura dell ‘apprezzamento della nuova configurazione raggiunta in seguito al suo uscire dalla forma. Dalla definizione etimologica ne consegue che il concetto di forma non è neutrale, nel senso che non si limita a definire le proprietà geometriche di qualcosa: esso rimanda a ciò che potremmo definire forma primaria.

In Architettura, tale forma primaria coincide anche con gli archetipi (trilite, arco, volta, etc.) che hanno caratterizzato l ‘attività del costruire nel corso della storia dell ‘uomo. Le deformazioni dunque, allontanamenti dalla configurazione originale, costituiscono delle variazioni al tema che come in musica si generano a partire da un tema principale. Ciò è strettamente collegato con le dinamiche attuali dell ‘architettura contemporanea. Infatti, se le varianti al tema sono più o meno numerose e più rapidamente desumibili, lo stesso non si può dire per l ‘archetipo, il quale ha un processo molto più lento di formazione e conformazione.

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Herzog & de Meuron, VitraHaus, Weil am Rhein, Germania

Da ciò è evidente che l ‘innovazione in architettura non sta tanto nelle configurazioni, ovvero de-formazioni, assunte di volta in volta, quanto nella assunzione di un nuovo archetipo, ossia di una forma che non possa essere riconducibile a qualcosa che le sia precedente in termini di essenzialità e dalla quale possano generarsi le conseguenti deformazioni. Il termine assunzione non è casuale: infatti è difficile stabilire se gli archetipi siano presenti a priori nella mente umana e/o nella natura, o piuttosto siano delle conquiste dell ‘ingegno, della creatività e della mente dell ‘uomo. Quello che è rilevante in questa sede non è tanto rintracciarne la genesi, quanto constatare che la sua assunzione come dispositivo, strumento che è capace di generare situazioni spaziali inedite, richiede una combinazione di fattori (storici o culturali o estetici o costruttivi o filosofici o spaziali, i quali tutti concorrono parimenti ad influire nel processo costante di metamorfosi che è insito nell ‘architettura) che portino, appunto, all ‘appropriazione di un nuovo archetipo; alla sua scoperta o riscoperta, a seconda di come si concepisca la sua genesi.

D ‘altra parte, se è vero che le forme primarie sono quelle che più si avvicinano al concetto generatore, dunque all ‘idea (intesa in senso platonico come elemento puro e incorrotto), esse stesse risultano deformate al momento in cui si calano nella realtà.

Prendiamo il Partenone, ad esempio: Fidia, per compensare la distorsione ottica inevitabilmente attuata dall ‘occhio umano, deformò i prospetti, incurvandone il basamento, e le colonne perimetrali, inclinandole e rigonfiandole alla base (entasis).

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Partenone. Particolare della curvatura del basamento

Un altro esempio è Piazza san Pietro, Bernini. Ci troviamo a tutti gli effetti all ‘interno di un ‘ellisse, eppure lo spazio di cui facciamo esperienza è perfettamente circolare ai nostri occhi. L ‘architetto utilizza lo spazio come strumento per manipolare la percezione dell ‘uomo, indirizzandola dove egli ha deciso.

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Piazza San Pietro

Si giunge dunque ad un paradosso: per rappresentar tangibilmente l ‘idea, la forma primaria, ci si avvale della deformazione per modificarla.

Perciò, parafrasando Kant, l ‘oggetto in se non è esperibile dall ‘uomo nella sua manifestazione pura, ma solamente attraverso l ‘attuazione di modifiche, ovvero delle de-formazioni; che opportunamente effettuate consentono infine la percezione della forma primaria.

├ê questo in sintesi il paradosso: l ‘archetipo viene deformato il tanto da poter rappresentare se stesso. Esso si allontana dalla sua configurazione originaria per diventare rappresentazione di se, dell ‘idea spaziale attraverso cui si rende intellegibile, comprensibile, apprezzabile (oppure no) dalla mente umana.

Quella appena illustrata è, chiaramente, una delle tante possibilità che il processo di deformazione, rivelandosi come strumento, offre alla mente dell ‘architetto.

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Zaha Hadid, Riverside Museum, Glasgow, Inghilterra

Ma proprio perche la nostra mente tende a ricondurre le de-formazioni alle forme primarie (cioè le variazioni al tema originario) da cui provengono, diventa allora chiara l ‘importanza della conoscenza e del controllo di tali processi, assolutamente decisivi nello stabilire il tipo di relazioni che gli spazi intrattengono tra di loro. E soprattutto la loro forza ed efficacia in quanto manifestazioni di Architettura.

In copertina: Aires Mateus, residenza in Leira, Portogallo

[1] Derivato dal lat. def┼ìrme(m), comp. di d─ô- ‘de- ‘ e f┼ìrma ‘forma ‘. che si allontana dalla forma naturale o normale.

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