New Design Museum Londra: una critica igienico-sanitaria – di Marco Ermentini

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Tra il traffico intenso di una delle strade commerciali più importanti, Kensington High Street, e la pace del parco più discreto e bello di Londra , Holland park, è rinato uno strano edificio del modernismo costruito nel 1962. Un grosso cubo caratterizzato da una formidabile copertura a paraboloide iperbolico, la prima realizzata in Gran Bretagna, destinato a sede del Commonwealth Institute in disuso da anni, è stato trasformato in modo discreto nel nuovo Design Museum. L’edificio è tutelato dall’autorità civica e John Pawson è stato capace di operare con discrezione con una serie di aggiunte, un ‘architettura nell’architettura, una sequenza di piani e di spazi che si coagulano nella grande piazza centrale. Il compito non era facile, spesso gli edifici massicci e opachi degli anni ’60 si presentano arcigni, chiusi, come se fossero “fortificati”. Tuttavia il progettista è stato capace di ascoltare pazientemente e accostarsi con attenzione utilizzando una materia completamente differente per superficie, colore, tatto e immagine: il legno di quercia. Così, il cuore è stato svuotato e articolato in tre livelli caratterizzati da balconate in vetro, scale e pareti di legno.

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I percorsi sono stati studiati in maniera suggestiva per generare una vera passeggiata architettonica che permette molteplici angolazioni e prospettive di vista. Il livello del piano terra è dotato di una grande scala che diviene, nella parte centrale, una comoda gradonata, in questo modo si ottiene uno spazio di sosta e d ‘incontro molto interessante. Le balconate sono dotate di alcuni particolari che le rendono “abitabili”, ad esempio il primo livello ha un parapetto in vetro la cui sommità, normalmente lasciata nuda e cruda con il suo aspetto spigoloso e duro, al contrario è dotata di un comodo e caldo piccolo leggio, un piano sagomato morbidamente di circa trenta centimetri di legno che serve ad appoggiarsi con i gomiti per ammirare lo spazio oppure a posare un libro. C ‘è una serie di panche di legno che invitano alla sosta, insomma il luogo induce a fermarsi, a prendersi una pausa, a perdere tempo e questo, in un periodo come il nostro, è una cosa notevole.

Le pareti, le porte, le scale sono studiate con attenzione e precisione, i materiali sembrano invitarci a essere toccati: liscio, ruvido, morbido, freddo, caldo. Ciò è sempre il segno dell’architettura di qualità.

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Le collezioni ospitate sono interessanti e gli allestimenti semplici ed efficaci. Una sezione è dedicata a 200 pezzi scelti direttamente dai follower in rete, operazione astuta e coinvolgente. Il museo punta molto sulla comunicazione e con i suoi tre milioni di follower è già, su Twitter, il museo più seguito al mondo. I primi giorni sono stati un vero successo di pubblico, il museo ha aperto il 24 novembre e l’articolazione delle mostre previste e delle iniziative in programma è imponente anche perche con i suoi oltre 10.000 metri quadrati è il museo di design più grande. L’obiettivo ambizioso è di raggiungere i 650.000 visitatori. Se ci pensiamo bene, è chiaro il messaggio trasmesso: il museo contemporaneo dipende maggiormente dalla manutenzione della comunicazione rispetto al magazzino di oggetti in uno spazio.

Alla fine della visita la lezione che si può trarre è limpida: la globalizzazione porta a levigare gli spazi, sempre più lisci verso la smaterializzazione, qui al contrario l’architettura è rugosa, porosa, mostra il suo lato tattile, si percepisce il calore della vita. Forse il compito nuovo dell’architettura è proprio il dialogo con l’esistente, l’ascolto paziente del costruito, l’agire discretamente senza sottrazioni ma con aggiunte che fanno aumentare la qualità, la vita del luogo. Forse, dopo tanti fallimenti, dobbiamo fondare la ricostruzione della modernità con un nuovo atteggiamento manipolando, modificando e facendo rivivere gli spazi ereditati dalla modernità abbandonando il sogno di ricostruzione globale dei luoghi umani. Forse è dal nuovo sapere degli innesti, della stratificazione, dalla conoscenza di come si connettono le cose che l’architettura trarrà nuova linfa?

Certo, mi direte, non c’è niente di nuovo: Leon Battista Alberti lo sperimentava nella facciata di S. Andrea, dove non cancella il campanile gotico o nel tempio Malatestiano dove si connette alle pareti dell’aula antica.

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Ma c’è di più: i luoghi più interessanti, tutto sommato, sono i bagni. ├ê curioso, mentre fino a qualche tempo fa il ristorante costituiva il fulcro di ogni museo che si rispetti, oggi sembra che questo testimone sia passato alla toilette, vero condensato dell’essenza dell’architetto. Forse la storia dell’architettura andrebbe riscritta? In realtà esaminare gli edifici in base agli aspetti igienico-sanitari, oltre a verificare la salubrità di certi luoghi, sarebbe un ‘operazione di grande interesse. Vi confesso che ho capito a fondo la poetica di Le Corbusier solo dopo aver letto il capitolo sul bidet di sua moglie Yvonne scritto da Luigi Prestinenza Puglisi (un piccolo capolavoro della critica molto più efficace di tanti tomi polverosi). Lo trovate qui: http://prestinenza.it/2015/12/il-mistero-del-bidet-di-le-corbusier/ ). Proviamo a pensarci, spesso per denigrarlo il servizio igienico da noi è chiamato cesso. Tuttavia non è una parola volgare, si riferisce al luogo recesso, cioè nascosto, riparato, discreto, secondario. La storia dell ‘architettura ce ne tramanda esempi molteplici, e a volte geniali. Da quelli pubblici e comuni di villa Adriana, ai piccoli cubicoli attaccati alle mura dei castelli per permettere lo scarico diretto nel rigagnolo sottostante.

Da quelli romantici di Venezia sui rii secondari a quei geniali mobili che compaiono negli angoli delle stanze dei palazzi. A Barzio, sopra Lecco, ce n’è una serie a tre piani con wc sovrapposti: una specie di grattacielo igienico o ora si direbbe “cesso verticale” veramente geniale. Quelli giapponesi sono i più discreti, gentili e raffinati. La storia dell’architettura moderna c’è ne tramanda di curiosi: da quello con il raffinato lucernario di Villa Tugendhat di Ludwig Mies van der Rohe a quello caldo e luminoso della Gordon House di Frank Lloyd Wright. Risultato: si tratta sempre di piccoli ambienti separati, marginali, mantenuti in penombra, con minime aperture per la ventilazione, essenzialità nelle forme e propensione alla sobrietà. Sono veri luoghi silenti e semplici. Pensandoci bene la semplicità sembra una cosa facile ma in realtà è sempre il risultato di una riflessione profonda.

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Così, lo stesso giorno ho sperimentato, nella patria del water close, i servizi igienici dello Shard, i nuovi della Switch House nella Tate Modern e quelli del Design Museum e mi sono reso conto che il nostro tempo si possa proprio rappresentare in quel luogo.

Al secondo piano, superata un ‘elegante porta a bilico in quercia chiara, si accede a una stanza piccola e discreta, pareti e pavimento in resina bianca, lavandino in resina squadrato e ci si para davanti ad un grande specchio illuminato da sotto che sporge una spanna dalla parete ed evidenzia in trasparenza tre simboli retroilluminati: acqua, sapone e aria calda. Basta avvicinare le mani e tutto funziona alla perfezione, un piccolo miracolo!

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Fotografie di Cino Ermentini

Design Museum Kensington 224 o 238 Kensington High Street
Apertura al pubblico dal 24 novembre 2016

designmuseum.org

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