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presS/Tletter n.27 – 2016

[01]EDITORIALI [02]FLASH [03]BLOG

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[01] EDITORIALI

LPP

Parliamo di cifre

In un periodo moralista come l’attuale ci si dimentica di dire che le opere di Wright costavano dalle 4 alle 10 volte le somme preventivate, che la Opera Sidney House costò più di 10 volte e fu un cantiere che non finì mai, tanto che il progettista fu, e non senza ragioni, licenziato e allontanato, che i capolavori di Scarpa non si sapeva mai quanto costassero e fossero pronti, che Herzog & de Meuron ad Amburgo hanno sforato alla grande avvicinandosi a 800 milioni di euro, da un preventivo di 100. Tutto questo per dire che i conti non siano importanti? No, affatto. Bisognerebbe penalizzare chi non sa fare preventivi. E ripristinare le abitudini mesopotamiche che prevedevano che l’architetto mettesse di tasca sua e fosse imprigionato. Detto questo, nessun serio storico può pensare di riscrivere una storia dell’architettura sulla base del rispetto di capitolati e computi metrico estimativi. Il motivo è semplice e sin troppo banale: nessuno penserà mai che la Giuseppina sia preferibile alla Bellucci perchè il costo di una serata o di una vita con lei è molto più prevedibile.

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Alessandra Muntoni

Il Museo del Weissenhof nella casa di Le Corbusier

Visitare la Doppelhaus di Le Corbusier è ora possibile, perche è diventata il Museo di tutta la Werkbund-siedlung del 1927. In quella occasione l ‘attenzione dell ‘architettura moderna si era concentrata sul problema della casa e le tipologie proposte da Le Corbusier erano state quelle che avevano suscitato maggiori polemiche, perche teorizzavano e concretavano per la prima volta pubblicamente i cinque punti nel nuovo modo di costruire. Ormai inclusa dall ‘Unesco a far parte del patrimonio dell ‘umanità, insieme ad altre sue sedici opere, la casa bifamiliare di Le Corbusier non finisce di stupire per la chiarezza planimetrica, i particolari ingegnosi degli infissi, delle porte scorrevoli, dei letti a scomparsa, dei mancorrenti incurvati, nonche per gli inediti cromantismi che tinteggiano gli spazi interni svelando la sua vena pittorica e per le formidabili aperture panoramiche inquadrate dal tetto giardino.

Il piano sinora consegnato da Mies van der Rohe per la Werkbund-siedlung dimostra un dilettantismo senza speranza: è praticamente inutilizzabile, aveva scritto Paul Bonatz nel 1926. Stava allora ultimanto la Hauptbahnhofdi Stoccarda, oggi al centro di una gigantesca ristrutturazione che coinvolge tutto il centro della città. Dal Weissenhof, collocato su una splendida collina dalla quale si domina la città, la s ‘intravede in lontananza. La imponente architettura di Bonatz o oggetto peraltro di una perversa amputazione o appare oggi in tutta la sua arcigna potenza, mentre il quartiere di Mies, Le Corbusier, Scharoun, Behrens, Gropius, Taut, Oud, Hilbersheimer, StamÔǪ splende per il suo non ancora assimilato programma di un habitat costruito con tecniche strutturali d ‘avanguardia e per la geniale modellazione delle singole abitazioni.

Seppure la forza del Weissenhof era stata quella di rimanere abitato e di non diventare un museo dell ‘architettura o come giustamente aveva sostenuto Julius Posener o, l ‘operazione attuale restituisce alla Doppelhaus la sua funzione dimostrativa. Uno dei due appartamanti della casa bifamiliare è perciò stato restaurato così come pensato originariamente. L ‘altro ospita l ‘allestimento museale realizzato con pannelli di cristallo e cassetti bianchi apribili dai visitatori: pochi ma ben scelti documenti dell ‘Esposizione del 1927 e una serie di plastici delle singole casette lasciate galleggiare su esili montanti di metallo: una flottiglia di vascelli che hanno saputo andare molto lontano.

Masssimo Locci

Dov ‘era com ‘era

Periodicamente dopo ogni evento catastrofico riemerge, come un mantra, il motto ricostruiamo tutto dov ‘era e com ‘era, tesi utilizzata spesso in opposizione a chi sostiene la delocalizzazione dei centri o la ricostruzione nello stesso luogo, ma con altre configurazioni urbane ed edilizie. I recenti terremoti hanno fatto riemergere la irrisolta problematica, forse con qualche equivoco terminologico e teorico in più.

Tralasciando di affrontare la soluzione estrema (cioè la delocalizzazione dei centri) che storicamente, però, è stata anche un ‘occasione straordinaria di valorizzazione e rinascita (come nel ‘600 nella Val di Noto, nel ‘900 ad Avezzano e per certi versi nel Belice) e che, quindi, non ha avuto solo esiti problematici o negativi (come le cosiddette new-towns aquilane). All ‘interno della opzione d ‘intervento in situ, peraltro oggi sostenuta da tutte le componenti culturali e politiche del nostro paese, per le ovvie ragioni socio-psicologiche e di memoria collettiva, esistono diverse ipotesi ricostruttive.

Prima di prendere in considerazione le varie modalità d ‘intervento e valutare le più idonee, bisogna avere ben presente la configurazione dei centri storici dell ‘Appennino, caratterizzati da aggregazioni edilizie con un ‘unità tettonica e materica straordinaria, percepibili come morfologie organiche fuse nel contesto paesaggistico, ma contenenti al loro interno ambiti urbani variati: dai tessuti compatti di epoca medioevale agli spazi rappresentativi di epoche successive. Luoghi in cui si esalta la contrapposizione piccolo-grande, semplice-complesso, edilizia minore-monumento, unità nella diversità e in cui la comunità locale da sempre si riconosce.

Dagli inizi del ‘900, attraverso le teorie/pratiche del Restauro e le categorie d ‘intervento previste nei Piani di Recupero, sono stati sperimentati tutti i gradi di tutela e valorizzazione delle opere architettoniche e dei luoghi monumentali. Restauro scientifico con ricostruzione fedele all ‘originale crollato (con nuovi materiali o con anastilosi delle parti), riedificazione con letture critico-interpretative (con varianti più o meno sostanziali della facies originaria per adeguare gli edifici alle nuove esigenze tecnico-funzionali), costruzione di nuove morfologie su impianti viari preesistenti e/o con un ridisegno urbano complessivo; tutte modalità d ‘intervento lecite e non necessariamente dicotomiche.

La prime due categorie valgono per gli edifici monumentali, si applicano correttamente con differenziazioni solo di natura teorica e talvolta con distinguo intellettualistici (sulla perdita dell ‘aura del monumento o sulla questione del ripristino stilistico) ma, in quanto molto specialistiche, esulano dal ragionamento generale sulla ricostruzione dell ‘edilizia minore e contemporaneamente, comunque, strutturanti l ‘immagine dei centri storici.

Ritornando alla tesi della ricostruzione dov ‘era e com ‘era, è necessario rilevare che l ‘accezione ha perso il significato iniziale di riedificazione con fedeltà totale al manufatto originario, peraltro difficilmente praticabile sia per assenza di adeguata documentazione tecnica e iconografica sulla preesistenza, sia per la necessità di adeguamenti alle normative vigenti. Oggi ha assunto il significato più flessibile di conservazione morfologica e tipologica, usando per quanto possibile i materiali di finitura originari. Più difficile è ricostruire i partiti architettonici rispettandone le proporzioni e i dettagli, la cosiddetta verità tettonica. Replicare la ‘forma ‘ di un ‘opera distrutta è un falso storico, affermava Cesare Brandi, in quanto la ‘forma ‘ non può essere disgiunta dalla ‘materia ‘, le due entità vivono in maniera ‘coestensiva ‘.

Vale la pena segnalare che, anche i pluricitati esempi ritenuti positivi di applicazione della teoria della replica fedele, quali la ricostruzione all ‘inizio del secolo scorso del campanile di San Marco a Venezia, nel 2┬░dopoguerra del centro storico di Varsavia, e del ponte di Santa Trinita a Firenze, in verità sono tutte deroghe felici della stessa teoria. Tutti, infatti, furono ricostruiti con materiali non di recupero, con nuove e diverse tecnologie (parte significativa in c.a.), perfino con diverse morfologie.

Non poteva essere diversamente, considerando che a piazza San Marco, in considerazione dei limiti di portanza delle fondazioni, si voleva ridurre il peso del manufatto e a Firenze bisognava adeguare il ponte ai carichi dinamici del traffico moderno.

La ricostruzione del centro storico di Varsavia è rilevante per l ‘estensione e perche fu raso al suolo dai nazisti proprio per cancellare l ‘identità del popolo polacco. Perciò fu giustamente rifatto il più fedele possibile all ‘originale, ma le differenze sono palesi e documentate. Si tenga conto che i progettisti potevano contare solo sulla memoria dei sopravvissuti e sulla base di scarsa documentazione grafica, fotografica e scritta. Eppure nessuno si sognerebbe di definire i casi citati falsi storici ed essi stessi rappresentano oggi altrettanti simboli cittadini.

Anche nei casi di ricostruzione di paesi interi ‘à l ‘identique ‘, come vengono ritenuti quelli del Friuli e parte di quelli dell ‘Irpinia dopo i terremoti del ’76 e del 1980, gli architetti non hanno riprodotto in modo identico le preesistenze edilizie ma solo la forma urbis, come era ricostruibile dalle mappe e dalle rappresentazioni prospettiche (storiche e moderne).

Se osserviamo la veduta a volo d ‘uccello di Venezia, che Jacopo de ‘ Barbari raffigurò nel ‘500, riconosciamo con precisione la città antica nell ‘attuale e quindi saremmo in grado di ricostruirne oggi perfettamente gli invasi spaziali e le opere ascrivibili alla edilizia minore veneziana. Per i monumenti esistono le deroghe ed, essendo molto più studiati, si può immaginare una ricostruzione per anastilosi (ove eventualmente possibile). Per il resto della città si porrebbe il problema degli adeguamenti normativi. Anche se Venezia è rimasta sostanzialmente immutata nelle sue dimensioni, attraversando cinque secoli di mutamenti stilistici, tecnologici ma anche sociali, civili e politici, non si potrebbe ricostruirne la sua verità tettonica.

Oggi il dov ‘era e com ‘era ha assunto un significato più psicologico e antropologico che fisico-architettonico, così infatti vanno intesi gli appelli convergenti di vari intellettuali di impronta culturale molto diversa, come Salvatore Settis e Renzo Piano. Cino Zucchi, parlando delle problematiche della ricostruzione post-terremoto, evidenzia che il rassicurante slogan potrebbe essere oggi la strategia emotivamente e socialmente più adeguata; il problema però non è tanto quello del falso stilistico ( ÔǪ) ma piuttosto quello di capire se, una volta perso un bene al quale eravamo sentimentalmente molto legati, valga la pena di rifarne una copia solo in virtù di questa spinta emotiva; o se invece esso possa riempirsi davvero di nuova vita, di nuove scelte e impulsi.

Forse più che il dov ‘era e com ‘era sarebbe corretto chiedere ai progettisti di ribaltare la prospettiva del recupero, di porre al centro i valori in senso ampio della comunità, intendendo lo spazio urbano come valore comune, in cui l ‘ambito pubblico e privato fanno parte di un unico sistema fatto di strade, piazze, case, monumenti, paesaggio agricolo, spazi del lavoro.

Perche non riconoscere, dunque, un valore altrettanto rigenerativo e psicologico anche nel ricostruire una parte dei borghi antichi ex novo, senza falsi storici, quando non è possibile un recupero effettivo, con soluzioni rispettose del dialogo con l ‘antico ma anche in funzione del nostro tempo. Si chiede di cogliere un ‘opportunità nel cambiamento, intravedere una finalità propulsiva nella nuova identità, prescindendo anche dagli evidenti benefici economici, funzionali e tecnici.

Più che la conservazione astratta e la riproduzione pseudo-mimetica delle preesistenze si deve perseguire la tutela complessiva della civiltà di un luogo (fatta anche di cultura immateriale, di modalità di vita e di lavoro attualizzati) e la valorizzazione di una narrazione più ricca, fatta di antico e contemporaneo. In sintesi di dare vita al pensiero di Marsilio Ficino La città non è fatta di pietre, ma di uomini, e anche dell ‘astratta e segreta sostanza dei loro sogni.

[02] FLASH

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana 23 – 27 novembre 2016 | Roma, Ostia Iscrizioni entro il 16 novembre 2016 Bando aggiornato al 4 ottobre 2016 SCARICA IL BANDO L ‘AIAC Associazione Italiana di Architettura e Critica e presS/Tfactory presentano la seconda edizione di OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est ÔǪ

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[03] BLOG

MERAVIGLIE E PARADOSSI. Il design dello stupore_Fondazione Plart- a cura di Cecilia Cecchini

MERAVIGLIE E PARADOSSI. Il design dello stupore Fondazione Plart- a cura di Cecilia Cecchini

MERAVIGLIE E PARADOSSI Il design dello stupore Con opere di Andrea Barzini e Silvio Pasquarelli a cura di Cecilia Cecchini Fondazione Plart – Napoli 10 novembre 2016 o 7 gennaio 2017 opening 10 novembre ore 18:00 Sul sito www.culturaliart.com presskit e immagini ad alta risoluzione. La Fondazione Plart è lieta di presentare la mostra Meraviglie e paradossi. Il design dello ÔǪ

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Architetti al cimitero - di Christian De Iuliis

Architetti al cimitero – di Christian De Iuliis

Tutti gli architetti dovrebbero andare al cimitero il due di Novembre. Anzi, sarebbe meglio che ci andassero non nella canonica commemorazione dei defunti perche in quell ‘occasione il camposanto è troppo affollato e difficilmente si possono cogliere le giuste indicazioni e le relative sfumature. Converrebbe che ci facessero un salto il giorno dopo, o in qualsiasi altro giorno dell ‘anno, per apprezzare ÔǪ

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Il giorno dei morti, dall 'alba al tramonto mail  - di Eduardo Alamaro

Il giorno dei morti, dall ‘alba al tramonto mail ÔǪ – di Eduardo Alamaro

ÔǪ Ogn’anno, il due novembre, c’e l’usanza / per i defunti andare al Cimitero. / Ognuno ll’adda fà chesta creanza; / ognuno l ‘adda tene chistu pensiero. / Quest’anno m’e capitata ‘n avventura ÔǪ / ‘O fatto è questo, statemi a sentire / Madonna! se ce penso, e che paura! / ma me faccio anema e curaggio / e ve la ÔǪ

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Dai defacement ai DDoS al doxing: i mille volti di Anonymous - di Antonio Tursi

Dai defacement ai DDoS al doxing: i mille volti di Anonymous – di Antonio Tursi

Un libro per raccontare tattiche e strategie della presa collettiva di parola che si afferma attraverso l ‘hacktivism: l ‘azione diretta in rete. Anonymous, la maschera collettiva degli hacktivisti più famosi al mondo non smette di far parlare di se. Tuttavia, dalle operazioni contro la Sony alla solidarietà manifestata a Julian Assange, forse non si è ancora riflettuto abbastanza sul significato politico di ÔǪ

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Il nutrimento dell 'architettura [51] - di Davide Vargas

Il nutrimento della architettura [51] – di Davide Vargas

Gianni Biondillo è architetto e scrittore . Io l ‘ho conosciuto anni fa dopo aver letto uno dei suoi libri in cui fa muovere l ‘ispettore Ferraro nel quartiere di Quarto Oggiaro. Ferraro è un uomo senza qualità particolari e Quarto Oggiaro è il quartiere simbolo della periferia di Milano e di ogni periferia urbana. Per questo stanno bene insieme. Gianni scriveva ÔǪ

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161101_Uno spazio esterno - di Felice Gualtieri

161101_Uno spazio esterno – di Felice Gualtieri

Quando penso alla città e all ‘esperienza urbana nel XXI secolo, vengo colto quasi sempre un senso di profonda nostalgia che nasce da un sincero legame (emotivo e caratteriale direi) con tutto quello che la cultura urbana ha rappresentato nel corso del ‘900. La mia generazione ha vissuto l ‘ultima parte di quel grande progetto culturale che, nel superamento dei provincialismi e ÔǪ

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Volevo fare l 'architetto_parte nona o di Carlo Gibiino

Volevo fare l ‘architetto parte nona o di Carlo Gibiino

Saper leggere il territorio: valorizzazione dell ‘arte e dell ‘architettura Promuovere la trasparenza e la qualità dell’architettura, incentivare la creatività e l’innovazione, dare centralità al benessere dei cittadini e dell’ambiente sono i giusti presupposti per arrivare ad una conclusione legislativa. In Sicilia, siamo un passo avanti, almeno sulla carta, rispetto alle altre Regioni, poiche la Legge Regionale 12 Luglio 2001 n. 12, ÔǪ

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Quando si dimentica il costo e l 'utilità di un opera? - di Guido Aragona

Quando si dimentica il costo e l ‘utilità di un opera? – di Guido Aragona

Forse non tutti, fra i lettori non di Torino, sanno che la Mole Antonelliana è il frutto di una forzatura personale del progettista, che, travalicando l’incarico iniziale di progettare una sinagoga, e la spesa preventivata, in corso d’opera la modificò al punto tale da farla divenire un monstrum. Appassionanti, oltre che tecniche, pagine di Franco Rosso raccontano quella vicenda, che ÔǪ

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Palladio Vs Scamozzi - di Marco Ermentini

Palladio Vs Scamozzi – di Marco Ermentini

La storia è sempre la stessa: il maestro e l’allievo. Il grande architetto che si forma in cantiere e nella bottega dello scalpellino e l’allievo che ne porta a conclusione l’opera studiando in biblioteca. ├ê meglio partire dalla pratica o dalla teoria? O vanno coltivate tutte e due? ├ê vero che ogni pratica contiene tanta teoria e viceversa? Tutto questo ÔǪ

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presS/Tletter n.26 – 2016

EDITORIALI FLASH BLOG EDITORIALI LPP Arte e architettura L’arte non è un quid in più che si somma a un fare, tanto meno la licenza di stupire o di fare cose strane. Nè, nel caso dell’architettura, il copiare la scultura e la pittura. L’arte nasce dal vedere il mondo non solo teoricamente o praticamente ma come valore in se, come oggetto di ÔǪ

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In redazione: LPP, Anna Baldini, Edoardo Alamaro, Marta Atzemi, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Valentina Buzzone, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Christian De Iuliis, Luigi Catenacci, Marcello del Campo, Arcangelo Di Cesare, Marco Ermentini, Claudia Ferrauto, Claudia Ferrini, Elisabetta Fragalà, Francesca Gattello, Diego Lama, Massimo Locci, Rosella Longavita, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Alessandro e Leonardo Matassoni, Roberta Melasecca, Alessandra Muntoni, Giulia Mura, Ilenia Pizzico, Filippo Puleo, Marco Maria Sambo, Roberto Sommatino, Graziella Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.

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