Dov’era com’era – di Massimo Locci

norcia

Periodicamente dopo ogni evento catastrofico riemerge, come un mantra, il motto ricostruiamo tutto “dov’era e com’era“, tesi utilizzata spesso in opposizione a chi sostiene la delocalizzazione dei centri o la ricostruzione nello stesso luogo, ma con altre configurazioni urbane ed edilizie. I recenti terremoti hanno fatto riemergere la irrisolta problematica, forse con qualche equivoco terminologico e teorico in più.

Tralasciando di affrontare la soluzione estrema (cioè la delocalizzazione dei centri) che storicamente, però, è stata anche un ‘occasione straordinaria di valorizzazione e rinascita (come nel ‘600 nella Val di Noto, nel ‘900 ad Avezzano e per certi versi nel Belice) e che, quindi, non ha avuto solo esiti problematici o negativi (come le cosiddette new-towns aquilane). All ‘interno della opzione d ‘intervento ” in situ, peraltro oggi sostenuta da tutte le componenti culturali e politiche del nostro paese, per le ovvie ragioni socio-psicologiche e di memoria collettiva, esistono diverse ipotesi ricostruttive.

Prima di prendere in considerazione le varie modalità d ‘intervento e valutare le più idonee, bisogna avere ben presente la configurazione dei centri storici dell ‘Appennino, caratterizzati da aggregazioni edilizie con un ‘unità tettonica e materica straordinaria, percepibili come morfologie organiche fuse nel contesto paesaggistico, ma contenenti al loro interno ambiti urbani variati: dai tessuti compatti di epoca medioevale agli spazi rappresentativi di epoche successive. Luoghi in cui si esalta la contrapposizione piccolo-grande, semplice-complesso, edilizia minore-monumento, unità nella diversità e in cui la comunità locale da sempre si riconosce.

Dagli inizi del ‘900, attraverso le teorie/pratiche del Restauro e le categorie d ‘intervento previste nei Piani di Recupero, sono stati sperimentati tutti i gradi di tutela e valorizzazione delle opere architettoniche e dei luoghi monumentali. Restauro scientifico con ricostruzione fedele all ‘originale crollato (con nuovi materiali o con anastilosi delle parti), riedificazione con letture critico-interpretative (con varianti più o meno sostanziali della facies originaria per adeguare gli edifici alle nuove esigenze tecnico-funzionali), costruzione di nuove morfologie su impianti viari preesistenti e/o con un ridisegno urbano complessivo; tutte modalità d ‘intervento lecite e non necessariamente dicotomiche.

La prime due categorie valgono per gli edifici monumentali, si applicano correttamente con differenziazioni solo di natura teorica e talvolta con distinguo intellettualistici (sulla perdita dell ‘aura del monumento o sulla questione del ripristino stilistico) ma, in quanto molto specialistiche, esulano dal ragionamento generale sulla ricostruzione dell ‘edilizia minore e contemporaneamente, comunque, strutturanti l ‘immagine dei centri storici.

Ritornando alla tesi della ricostruzione “dov’era e com’era“, è necessario rilevare che l ‘accezione ha perso il significato iniziale di riedificazione con fedeltà totale al manufatto originario, peraltro difficilmente praticabile sia per assenza di adeguata documentazione tecnica e iconografica sulla preesistenza, sia per la necessità di adeguamenti alle normative vigenti. Oggi ha assunto il significato più flessibile di conservazione morfologica e tipologica, usando per quanto possibile i materiali di finitura originari. Più difficile è ricostruire i partiti architettonici rispettandone le proporzioni e i dettagli, la cosiddetta verità tettonica. Replicare la ‘forma ‘ di un ‘opera distrutta è un falso storico, affermava Cesare Brandi, in quanto la ‘forma ‘ non può essere disgiunta dalla ‘materia ‘, le due entità vivono in maniera ‘coestensiva ‘.

Vale la pena segnalare che, anche i pluricitati esempi ritenuti positivi di applicazione della teoria della replica fedele, quali la ricostruzione all ‘inizio del secolo scorso del campanile di San Marco a Venezia, nel 2┬░dopoguerra del centro storico di Varsavia, e del ponte di Santa Trinita a Firenze, in verità sono tutte deroghe felici della stessa teoria. Tutti, infatti, furono ricostruiti con materiali non di recupero, con nuove e diverse tecnologie (parte significativa in c.a.), perfino con diverse morfologie.

Non poteva essere diversamente, considerando che a piazza San Marco, in considerazione dei limiti di portanza delle fondazioni, si voleva ridurre il peso del manufatto e a Firenze bisognava adeguare il ponte ai carichi dinamici del traffico moderno.

La ricostruzione del centro storico di Varsavia è rilevante per l ‘estensione e perche fu raso al suolo dai nazisti proprio per cancellare l ‘identità del popolo polacco. Perciò fu giustamente rifatto il più fedele possibile all ‘originale, ma le differenze sono palesi e documentate. Si tenga conto che i progettisti potevano contare solo sulla memoria dei sopravvissuti e sulla base di scarsa documentazione grafica, fotografica e scritta. Eppure nessuno si sognerebbe di definire i casi citati falsi storici ed essi stessi rappresentano oggi altrettanti simboli cittadini.

Anche nei casi di ricostruzione di paesi interi ‘a╠Ç l’identique ‘, come vengono ritenuti quelli del Friuli e parte di quelli dell ‘Irpinia dopo i terremoti del ’76 e del 1980, gli architetti non hanno riprodotto in modo identico le preesistenze edilizie ma solo la “forma urbis“, come era ricostruibile dalle mappe e dalle rappresentazioni prospettiche (storiche e moderne).

Se osserviamo la veduta a volo d’uccello di Venezia, che Jacopo de’ Barbari raffigurò nel ‘500, riconosciamo con precisione la città antica nell ‘attuale e quindi saremmo in grado di ricostruirne oggi perfettamente gli invasi spaziali e le opere ascrivibili alla edilizia minore veneziana. Per i monumenti esistono le deroghe ed, essendo molto più studiati, si può immaginare una ricostruzione per anastilosi (ove eventualmente possibile). Per il resto della città si porrebbe il problema degli adeguamenti normativi. Anche se Venezia è rimasta sostanzialmente immutata nelle sue dimensioni, attraversando cinque secoli di mutamenti stilistici, tecnologici ma anche sociali, civili e politici, non si potrebbe ricostruirne la sua verità tettonica.

Oggi il “dov’era e com’era” ha assunto un significato più psicologico e antropologico che fisico-architettonico, così infatti vanno intesi gli appelli convergenti di vari intellettuali di impronta culturale molto diversa, come Salvatore Settis e Renzo Piano. Cino Zucchi, parlando delle problematiche della ricostruzione post-terremoto, evidenzia che il rassicurante slogan potrebbe essere oggi la strategia emotivamente e socialmente più adeguata; il problema però non è tanto quello del falso stilistico ( ÔǪ) ma piuttosto quello di capire se, una volta perso un bene al quale eravamo sentimentalmente molto legati, valga la pena di rifarne una copia solo in virtù di questa spinta emotiva; o se invece esso possa riempirsi davvero di nuova vita, di nuove scelte e impulsi.

Forse più che il “dov’era e com’era” sarebbe corretto chiedere ai progettisti di ribaltare la prospettiva del recupero, di porre al centro i valori in senso ampio della comunità, intendendo lo spazio urbano come valore comune, in cui l ‘ambito pubblico e privato fanno parte di un unico sistema fatto di strade, piazze, case, monumenti, paesaggio agricolo, spazi del lavoro.

Perche non riconoscere, dunque, un valore altrettanto rigenerativo e psicologico anche nel ricostruire una parte dei borghi antichi ex novo, senza falsi storici, quando non è possibile un recupero effettivo, con soluzioni rispettose del dialogo con l ‘antico ma anche in funzione del nostro tempo. Si chiede di cogliere un ‘opportunità nel cambiamento, intravedere una finalità propulsiva nella nuova identità, prescindendo anche dagli evidenti benefici economici, funzionali e tecnici.

Più che la conservazione astratta e la riproduzione pseudo-mimetica delle preesistenze si deve perseguire la tutela complessiva della civiltà di un luogo (fatta anche di cultura immateriale, di modalità di vita e di lavoro attualizzati) e la valorizzazione di una narrazione più ricca, fatta di antico e contemporaneo. In sintesi di dare vita al pensiero di Marsilio Ficino La città non è fatta di pietre, ma di uomini, e anche dell ‘astratta e segreta sostanza dei loro sogni.

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