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presS/Tletter n.24 – 2016

[01]EDITORIALI [02]FLASH [03]BLOG

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[01] EDITORIALI

LPP

Benedetto Croce e le papere

Internet ha cambiato non solo il modo di leggere e scrivere i testi, spingendo alla sintesi, alla profondità e insieme alla superficialità, ma anche il modo di produrre la storia. Gli studiosi curiosi dispongono di un universo di immagini e di dati senza pari e della possibilità di fare le più azzardate ricerche incrociate. Che rapporti ci furono tra Benedetto Croce e le papere? Basta cercarlo con Google. Ci vorranno un po’ di anni affinchè ci si renda conto dei frutti di questo cambiamento epocale che porterà a una meravigliosa rivisitazione di tutta la nostra storia e soprattutto di quella contemporanea della quale foto e informazioni sono già in gran parte in rete.
Spero cosí di aver risposto seriamente e con un minimo di rigore metodologico a Fabio che mi chiedeva dove prendessi i dati delle mie controstorie.

( nella foto: Benedetto Croce, mancano, ovviamente, le papere)

 

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Alessandra Muntoni

Sfasature temporali alla GNAM

Ci siamo abituati, da decenni, a Mostre per le quali la filologia è criterio irrinunciabile. Contesti accuratamente individuati, ricerche di archivio, cronologie rispettate allo scopo di restituire l ‘immagine storicamente documentata di un autore, un movimento, un evento. Soprattutto alla Galleria Nazionale d ‘Arte Moderna di Roma recentemente ha funzionato così. Ora cambia tutto. La Mostra The lasting, che adotta il motto Time is out of joint ed è proposta dalla curatrice Cristiana Collu, usa tutto un altro metodo: espone il fascino del tempo sfasato, intrecciando opere che nel taglio del pane dello spazio-tempo ÔÇÆ per dirla con Brian Green ÔÇÆ adopera una direzione diagonale, così da mettere in connessione, tornando anche un po ‘ indietro, l ‘ultimo Ottocento con il primo Duemila.

Se possiamo affermare che tutto ciò che sopravvive nella città contemporanea è contemporaneo, che quindi è percepibile ed esteticamente apprezzabile da chi vive oggi qui, che anche l ‘archeologia può e deve colloquiare con la città contemporanea, dobbiamo apprezzare questo nuovo metodo. Si tratta di una ginnastica mentale che collima con la controstoria proposta da Bruno Zevi, dove ciò che resiste al consumo del tempo è poco, pochissimo rispetto a quanto prodotto, ma di eccezionale valore e capace di creare strepitosi corti circuiti tra opere di ieri e di oggi, conferendo loro nuovi significati.

Un solo esempio: nella sala che espone la Lotta di Centauri di De Chirico (1909), la Battaglia di Custoza di Fattori (1880), il Grande Rosso di Burri (1964), La battaglia di San Martino e La battaglia di Dogali di Cammarano (1880-1883 e 1896), lo Scontro di situazioni n. 4 di Vedova (1959), il film di Cristina Lucas La liberte raisonnèe (2009), laCrocifissione di Guttuso (1940-41), i quadri sono tenuti insieme e fatti interagire dalle sculture di Leoncillo:Bombardamento notturno (1954), Supplizio azzurro (1960) e San Sebastiano bianco (1962). ├ê dunque Leoncillo che dà i voti. Direi che premia Guttuso, segnala Cammarano, mette in ombra Fattori, conferma De Chirico, Burri e Vedova. Ed è anche la conferma che talvolta l ‘opera d ‘arte nasca dalla conflagrazione dei conflitti e dal dolore. Questa, almeno, la mia sensazione. Ogni sala propone quesiti del genere, suscita curiosità, spinge a valutazioni.

Il limite? Si lavora, con qualche integrazione, sul materiale del magazzino di una Galleria che ha da poco superato i cento anni di età. La ricerca, dunque, consiste in una aggregazione tematica e nella selezione per gusto e capacità critica del curatore. Può essere, perciò, una delle tante selezioni possibili, che in questo caso propone i percorsi atemporali fatti da una GNAM in procinto di cambiare nome strategia culturale, quasi un ricominciare da capo. Un incipit originale: sarà interessante seguirne gli esiti futuri.

Masssimo Locci

Le Vele di Scampia

La questione della programmata demolizione delle Vele di Scampia pone alla comunità dei progettisti una serie di questioni, ragionamenti che valgono anche per lo ZEN di Palermo, per il Laurentino 38, per Tor Bella Monaca e per il Corviale di Roma, per il Rozzol Melara di Trieste e per tutti i quartieri di edilizia residenziale pubblica realizzati tra la metà degli anni ’60 e ’80, oggi al centro delle cronache per vicende di delinquenza e per il degrado sociale.

Se facciamo una ricognizione storica sui quartieri 167, sull ‘housing pubblico, l ‘indagine ci restituisce uno spaccato più ampio della semplice lettura urbanistica. Ci fornisce una visione complessiva della società e del potenziale economico di ciascuna fase storica, in quanto misura i mutamenti politici e strutturali complessivi, registra le diverse esigenze funzionali della società e, indirettamente, ci fornisce una lettura parallela della ricerca architettonica e dei linguaggi espressivi sperimentati in quegli anni. Soluzioni che spesso rappresentano una sorta di manifesto dell ‘utopia collettivista degli anni ’70.

Sostenuti dalla fiducia nella capacità aggregativa dell ‘architettura e dalla lotta al consumo di suolo, i nuovi quartieri furono costruiti come nuclei satelliti e autonomi al confine tra città e campagna. Spesso sono megastrutture urbana memori della Unite d ‘habitation di Marsiglia e dello sperimentalismo internazionale: dalle New Towns inglesi al piano Pampus per Amsterdam di Bakema e Van den Broek. Per porre un freno alla frammentazione delle periferie si proponeva la dimensione urbana che si scontrava, però, con la scala dimensionale dei complessi, spesso disumanizzante, cui è seguita una disaffezione da parte dei suoi abitanti e il degrado fisico/sociale.

La prima questione da affrontare è relativa a quali risposte dare, come architetti contemporanei, a una domanda della collettività, esasperata e impotente, che reagisce chiedendo la demolizione dei manufatti, sperando di esorcizzare il problema eliminando il simbolo, il mostro. Demolire è una soluzione di pancia, simile a chi chiede la chiusura delle frontiere o erige muri per non far entrare gli immigrati, nella speranza che i respingimenti consentano di opporsi alla crisi di lavoro ed economica delle proprie nazioni. Alla comunità dei progettisti si richiede una risposta concreta (frutto di un confronto pluridisciplinare) e non ipotesi di fantasia con accattivanti e astratti render, come spesso si vede nelle varie consultazioni su questi temi.

E ‘ sintomatico che pochi giorni dopo la rielezione il Sindaco di Napoli De Magistris ha dichiarato: come primo atto della nostra attività procederemo all ‘abbattimento delle Vele di Secondigliano. Sicuramente, oltre alla leggerezza di questa visione populistica e alla scarsa valutazione delle problematiche complessive (dove allocare centinaia di famiglie o trasportare a rifiuto le enormi masse di detriti, in una città che non ha spazi idonei per lo smaltimento), colpisce che l ‘intenzione di demolirle fosse un punto di forza del suo programma politico e, quindi, è stato un punto condiviso dalla maggioranza dei cittadini e determinante per la sua rielezione.

Paradossalmente si vuole cancellare l ‘opera di architettura contemporanea di Napoli che, forse, meglio interpreta l ‘idea di spazio pubblico stratificato e polifunzionale della città storica. Il cortile interno e la forma della Vela si combina con il momento più umile e vivace della vita di Napoli, il vicolo, con l ‘opulenta iconografia della città delle acque o scrive Ada Tolla nel New York Times o per me è importante che si riconosca che le Vele non sono un fallimento dell ‘architettura, ma piuttosto un fallimento nell ‘esecuzione e nella manutenzione. La demolizione è soltanto un modo per nascondere lo sporco sotto al tappeto, ma non è il modo giusto per imparare dal passato.

La seconda questione riguarda lo spreco di energie intellettuali e di risorse economiche. Nonostante le innumerevoli analisi, gli studi di recupero urbano, le proposte d ‘intervento puntuali che dimostrano le valenze inespresse e le potenzialità delle Vele, progettate con interessanti soluzioni da Franz Di Salvo tra il 1962 e il 1975, si vuole cancellare quella stagione di sperimentazione sul tema dell ‘abitare. Per sostituirle con nuovi edifici di nessuna rilevanza architettonica, come è ben evidente guardando cosa è stato realizzato dopo l ‘abbattimento delle prime tre vele. Ancora una volta si riscontra un allontanamento sempre più marcato tra il punto di vista della cultura architettonica e le valutazioni della collettività. Direi che si preferisce il totale anonimato a una qualsiasi valenza urbana, funzionale ed espressiva.

Il paradosso è che gli esempi internazionali cui Di Salvo fa riferimento sono oggi quartieri di straordinaria qualità urbana (Villaggio Olimpico di Montreal) e, perfino, opere considerate oggi Patrimonio del XX secolo, come Marina Baie des Anges, costruiti sulla Costa Azzurra negli anni ’60.

Le Vele di Scampia o afferma Pasquale Belfiore o furono un disegno molto avanzato per quell ‘epoca, progettato peraltro con il contributo di figure professionali collaterali tra cui economisti e sociologi. Un progetto sostenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno che aveva perciò grande disponibilità finanziarie, sicuramente maggiori rispetto ad altre opere di edilizia pubblica, e corrispondeva a un ‘idea nuova di concentrazione di residenze e attrezzature.

La terza questione da affrontare è una disquisizione solo apparentemente accademica, in verità è un tema fondante e interno alla disciplina, considerando che il MM ha veicolato l ‘idea che un buon progetto architettonico (ben risolto funzionalmente e nell ‘immagine) può essere in grado da solo di risolvere complessi fenomeni sociali: in questo caso anche l ‘assenza di opportunità di lavoro e l ‘enorme carenza di alloggi economici.

Soprattutto ci si domanda, all ‘opposto, se un impianto urbanistico e una morfologia architettonica eventualmente errata possono essere effettivamente causa dei tanti problemi sociali e azioni malavitose, caratteristici di questi quartieri: dalle aggressioni ai furti, dello spaccio di droga alle baby gang. In altri termini, come progettisti dobbiamo sentirci responsabili di questo innegabile sfascio complessivo?

Ovviamente la discussione è aperta anche tra i progettisti: ci si divide tra chi ritiene un fallimento totale la stagione dei grandi impianti edilizi a scala urbana e chi, pur riconoscendone i limiti teorici/utopici e i condizionamenti ideologici, considera l ‘esperienza una risposta corretta per quel momento storico e per quella fase economica, sia in termini funzionali-espressivi, sia di sperimentazione/avanzamento tecnologico del settore edilizio. Molti dei detrattori evidenziano la presenza di spazi pubblici inadatti per l ‘incontro e attività collettive; i difensori evidenziano le varie modificazioni che son state apportate nella fase di cantiere ai progetti originari, in particolare nelle Vele di Scampia.

A nessuno sfugge che il degrado attuale deve essere messo in relazione con la mancata realizzazione di servizi, delle connessioni veicolari e delle linee di trasporto pubblico, talvolta perfino degli ascensori nei palazzi, soprattutto con la mancanza per decenni di manutenzione degli immobili e degli impianti. A ben vedere i problemi risalgono all ‘origine della gestione di questi enormi complessi e alla logica delle assegnazioni degli alloggi. Erano anni profondamente segnati da un rapporto conflittuale tra i vari governi e la società: il tema della casa era fortemente sostenuto con azioni di gruppo in piazza e individuali (occupazioni abusive).

Perche le Vele di Scampia non debbano, oggi, essere abbattute lo spiega molto bene Vito Cappiello sulle pagine del Corriere della Sera. La promessa, o la minaccia (a seconda dei punti di vista), che fino ad ora non sembrava aver avuto esito, trova ora una conferma nello stanziamento da parte del Governo di 18 milioni di Euro per il loro abbattimento. Questa viene presentata come una grande vittoria delle strategie urbanistiche del Comune di Napoli, ma sembrerebbe opportuno riaprire la discussione su questo non secondario, e simbolico, tema, che, tra l ‘altro, ci riporta al ben più ampio e cogente tema della periferia napoletana e delle periferie urbane in genere (ÔǪ ) Ciò che, dal punto di vista urbano, continua ad essere carente in questi luoghi è la presenza diffusa di attività produttive, commerciali; di cinema, di attrattori di scala metropolitana e cittadina che determinino in quei luoghi un effetto città.

Ma, in questo discorso, paradossalmente le Vele rappresentano, nel panorama urbano locale (ed ormai anche nell ‘immaginario internazionale) un fatto iconico, caratterizzante della specificità paesaggistica di Scampia, di Secondigliano, ed , in parte della stessa periferia napoletana.

[02] FLASH

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana

OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est Progetti per Roma Marittima lungo la Via Severiana 23 – 27 novembre 2016 | Roma, Ostia Iscrizioni entro il 16 novembre 2016 Bando aggiornato al 4 ottobre 2016 SCARICA IL BANDO L ‘AIAC Associazione Italiana di Architettura e Critica e presS/Tfactory presentano la seconda edizione di OSTIA AUTUMN SCHOOL 2016_41┬░ Nord 12┬░ Est ÔǪ

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[03] BLOG

Tappezzeria - a cura di Luigi Prestinenza Puglisi

Tappezzeria – a cura di Luigi Prestinenza Puglisi

Tappezzeria A cura di Luigi Prestinenza Puglisi Marco Bernardi РArianna Bonamore РPrimarosa Cesarini Sforza РGruppo Giacenza РRoberta Mariani 26 ottobre 2016 ore 18.00 | Fondazione Exclusiva | Roma Il giorno 26 ottobre 2016 alle ore 18.00, presso gli spazi di Fondazione Exclusiva, inaugura Tappezzeria, un progetto a cura di Luigi Prestinenza Puglisi, in collaborazione con Interno 

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Carnet de Voyage

Carnet de Voyage

Ogni architettura è grande dopo il tramonto: forse l ‘architettura è veramente un ‘arte notturna, come quella dei fuochi artificiali. (Gilbert Keith Chesterton)

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La borsa dell'architetto - di Christian De Iuliis

La borsa dell’architetto – di Christian De Iuliis

Si sono versati, e si versano, fiumi d ‘inchiostro sull ‘argomento borsa delle donne, tanto da arrivare a dedicarci canzoni, talk show televisivi e spettacoli teatrali, ma colpevolmente si ignora il tema, altrettanto intrigante, della borsa dell ‘architetto. Per un architetto andare in giro con un appendice, che in alternativa della borsa può essere il tubo dei progetti o un semplice faldone di ÔǪ

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CARLO SCARPA. Una [curiosa] lama di luce, un gonfalone d 'oro, le mani e un viso di donna o di Santo Giunta

CARLO SCARPA. Una [curiosa] lama di luce, un gonfalone d ‘oro, le mani e un viso di donna o di Santo Giunta

Santo Giunta CARLO SCARPA. Una lama di luce, un gonfalone d ‘oro, le mani e un viso di donna Riflessioni sul processo progettuale per l ‘allestimento di Palazzo Abatellis 1953 o 1954 Marsilio 2016 L ‘organizzazione spaziale di tutta la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis è un luogo di mediazioni complesse fra l ‘impegno progettuale scarpiano, il senso di misura e di armonia complessiva ÔǪ

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Fo fuit, for ever, amen! - di Eduardo Alamaro

Fo fuit, for ever, amen! – di Eduardo Alamaro

Ero molto stanco, quel pomeriggio di una ventina di anni fa, o forse qualcosa in più ÔǪ ora non ricordo ÔǪ il tempo passa e scazza troppo veloce-mente ÔǪ; ora ricordo solo, alamarcord, che mangiai un panino alla studio, in fetta ÔǪ e contemporaneamente detti uno sguardo al giornale, ÔǪ (allora compravo ancora la carta stampata ÔǪ, poi tutto è ÔǪ

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Il nutrimento dell 'architettura [48] - di Davide Vargas

Il nutrimento della architettura [48] – di Davide Vargas

Ci sono piccoli paesi che li attraversi e ti sembra che non ci sia nulla degno di nota. Il luogo resta impigliato in una diffusa anomia. Ce ne sono molti nel sud dell ‘Italia e credo ovunque. Sono arrivato qui dopo che il navigatore mi ha fatto fare un giro incredibile. E pensare che c ‘era anche un cartello sull ‘autostrada. A ÔǪ

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Volevo fare l 'architetto_parte sesta o di Carlo Gibiino

Volevo fare l ‘architetto parte sesta o di Carlo Gibiino

Il sistema Italia crolla a pezzi La fiducia espressa dai cittadini nei confronti delle istituzioni, nonche la partecipazione civica e politica, favoriscono la cooperazione e la coesione sociale e consentono una maggiore efficienza delle politiche pubbliche. Queste dimensioni sono direttamente correlate alla posizione (status) degli individui, ai legami interpersonali, nonche alle reti sociali e alle norme di reciprocità e fiducia ÔǪ

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La vita vera - di Marco Ermentini

La vita vera – di Marco Ermentini

“Il contributo che la filosofia può dare alla politica non è affatto la volontà di potenza, ma il disinteresse”. Dai tempi di Platone lo sappiamo: è il potere che corrompe, non il filosofo. Così, in questi amari tempi Alain Badiou vede lontano e ci propone il suo “appello alla corruzione dei giovani”. Un stupefacente e accorato pensiero che propone ai ÔǪ

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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA o SETTEMBRE 1966 - di Arcangelo Di Cesare

#PRESSTLETTER CRONACHE E STORIA SETTEMBRE 1966 – di Arcangelo Di Cesare

In Francia, dopo le stagioni di Le Corbusier e di Andrè Lurcat, mancò totalmente il capitolo espressionista; le tendenze Cubiste furono riassorbite dalla corrente Beaux-Arts isterilendosi progressivamente con la prefabbricazione. Questo, combinato con la richiesta sempre crescente di case, creò una certa omologazione nei linguaggi architettonici con cui furono costruiti i grandi piani di edilizia popolare. Una figura, più delle ÔǪ

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Master Exhibit & Public Design IX edizione

Master Exhibit & Public Design IX edizione

Master Exhibit & Public Design IX edizione a.a. 2016-2017 20 posti disponibili, scadenza domande 31 Gennaio 2017 Inizio attività Febbraio 2017 – Termine attività Febbraio 2018 Il progetto dello spazio pubblico. E ‘ questo il tema, vario e complesso, affrontato nel Master in Exhbit & Public Design, attraverso un percorso formativo finalizzato a sviluppare nei partecipanti sensibilità culturale e consapevolezza tecnica ÔǪ

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presS/Tletter n.22 – 2016

EDITORIALI FLASH BLOG EDITORIALI LPP VIZI PRIVATI E PUBBLICHE VIRT├Ö Credo che oramai il modello dominante della comunicazione degli architetti più noti sia quello dei brand industriali: vizi privati e pubbliche virtù. Le pubbliche virtù (l’interesse sociale, l’attenzione verso la salvaguardia del pianeta, le iniziative a vario titolo filantropiche) servono a far passare sotto una luce diversa operazioni che altrimenti sarebbero criticate ÔǪ

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In redazione: LPP, Anna Baldini, Edoardo Alamaro, Marta Atzemi, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Valentina Buzzone, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Christian De Iuliis, Luigi Catenacci, Marcello del Campo, Arcangelo Di Cesare, Marco Ermentini, Claudia Ferrauto, Claudia Ferrini, Elisabetta Fragalà, Francesca Gattello, Diego Lama, Massimo Locci, Rosella Longavita, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Alessandro e Leonardo Matassoni, Roberta Melasecca, Alessandra Muntoni, Giulia Mura, Ilenia Pizzico, Filippo Puleo, Marco Maria Sambo, Roberto Sommatino, Graziella Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.

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