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Il nutrimento dell ‘architettura [47] – di Davide Vargas

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Mia madre ha novanta anni e una camera da letto bellissima. La stessa dal 1955, più o meno. La disegnò zio Franco di Milano. Nell ‘immaginario familiare era l ‘architetto. Caso unico di geometra scambiato per architetto, sui cantieri mi è capitato spesso di sentirmi chiamare geometra, quasi che il titolo di architetto fosse una deminutio. Comunque zio Franco [e il fratello, lavoravano insieme] era bravo. In famiglia si diceva che avessero lavorato con Figini e Pollini. Ma in famiglia si dicevano molte cose di questi parenti milanesi. Visti da quaggiù per me che ero un ragazzino i cugini [irraggiungibili] che contestavano, giravano il mondo, parlavano del bar Giamaica e leggevano strani fumetti avevano un alone di mito.

Quando ho cominciato a studiare architettura zio Franco non c ‘era più. Non so se la sua figura ha orientato la mia scelta, ma questa camera da letto è stata una bella eredità. C ‘è un lambrino su tutta la parete, alto novanta centimetri, tutt ‘uno con i comodini e le lampade. Di noce nazionale, quello che non si lavora più perche fa sanguinare il naso. Poi una fascia di trenta centimetri gira sull ‘altra parete e porta una mensola in cristallo con due cassetti sospesi. Tutto continuo, molto equilibrato, con le misure ognuna multiplo dell ‘altra. I dettagli dei cassetti e degli sportellini sono curati e raffinati. Mi ricordo che erano state disegnate anche le chiavi, che ora sono perse. Come fu disegnato anche il tavolino e forse le poltroncine.

Mio padre buttava tutto e quindi non è rimasto neanche un disegno. Per questo ho fatto il rilievo. I miei collaboratori hanno ripetuto per tutto il tempo: elegante. Ancora due cose dalla leggenda familiare. Pare che per mancanza di soldi i miei avessero fatto fare l ‘armadio più piccolo [nel progetto doveva arrivare al soffitto] e altre modifiche e che zio Franco si fosse molto arrabbiato. E infine che fu usato del legname preso da un piccolo giardino venduto proprio per fare la casa. Non so se questo è vero. Ma è bello.

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