Le Vele di Scampia – di Massimo Locci

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La questione della programmata demolizione delle Vele di Scampia pone alla comunità dei progettisti una serie di questioni, ragionamenti che valgono anche per lo ZEN di Palermo, per il Laurentino 38, per Tor Bella Monaca e per il Corviale di Roma, per il Rozzol Melara di Trieste e per tutti i quartieri di edilizia residenziale pubblica realizzati tra la metà degli anni ’60 e ’80, oggi al centro delle cronache per vicende di delinquenza e per il degrado sociale.

Se facciamo una ricognizione storica sui quartieri 167, sull’housing pubblico, l ‘indagine ci restituisce uno spaccato più ampio della semplice lettura urbanistica. Ci fornisce una visione complessiva della società e del potenziale economico di ciascuna fase storica, in quanto misura i mutamenti politici e strutturali complessivi, registra le diverse esigenze funzionali della società e, indirettamente, ci fornisce una lettura parallela della ricerca architettonica e dei linguaggi espressivi sperimentati in quegli anni. Soluzioni che spesso rappresentano una sorta di manifesto dell ‘utopia collettivista degli anni ’70.

Sostenuti dalla fiducia nella capacità aggregativa dell ‘architettura e dalla lotta al consumo di suolo, i nuovi quartieri furono costruiti come nuclei satelliti e autonomi al confine tra città e campagna. Spesso sono megastrutture urbana memori della Unite d ‘habitation di Marsiglia e dello sperimentalismo internazionale: dalle New Towns inglesi al piano Pampus per Amsterdam di Bakema e Van den Broek. Per porre un freno alla frammentazione delle periferie si proponeva la dimensione urbana che si scontrava, però, con la scala dimensionale dei complessi, spesso disumanizzante, cui è seguita una disaffezione da parte dei suoi abitanti e il degrado fisico/sociale.

La prima questione da affrontare è relativa a quali risposte dare, come architetti contemporanei, a una domanda della collettività, esasperata e impotente, che reagisce chiedendo la demolizione dei manufatti, sperando di esorcizzare il problema eliminando il simbolo, il mostro. Demolire è una soluzione di pancia, simile a chi chiede la chiusura delle frontiere o erige muri per non far entrare gli immigrati, nella speranza che i respingimenti consentano di opporsi alla crisi di lavoro ed economica delle proprie nazioni. Alla comunità dei progettisti si richiede una risposta concreta (frutto di un confronto pluridisciplinare) e non ipotesi di fantasia con accattivanti e astratti render, come spesso si vede nelle varie consultazioni su questi temi.

E ‘ sintomatico che pochi giorni dopo la rielezione il Sindaco di Napoli De Magistris ha dichiarato: “come primo atto della nostra attività procederemo all’abbattimento delle Vele di Secondigliano. Sicuramente, oltre alla leggerezza di questa visione populistica e alla scarsa valutazione delle problematiche complessive (dove allocare centinaia di famiglie o trasportare a rifiuto le enormi masse di detriti, in una città che non ha spazi idonei per lo smaltimento), colpisce che l ‘intenzione di demolirle fosse un punto di forza del suo programma politico e, quindi, è stato un punto condiviso dalla maggioranza dei cittadini e determinante per la sua rielezione.

Paradossalmente si vuole cancellare l ‘opera di architettura contemporanea di Napoli che, forse, meglio interpreta l ‘idea di spazio pubblico stratificato e polifunzionale della città storica. Il cortile interno e la forma della Vela si combina con il momento più umile e vivace della vita di Napoli, il vicolo, con l ‘opulenta iconografia della città delle acque o scrive Ada Tolla nel New York Times o per me è importante che si riconosca che le Vele non sono un fallimento dell ‘architettura, ma piuttosto un fallimento nell ‘esecuzione e nella manutenzione. La demolizione è soltanto un modo per nascondere lo sporco sotto al tappeto, ma non è il modo giusto per imparare dal passato.

La seconda questione riguarda lo spreco di energie intellettuali e di risorse economiche. Nonostante le innumerevoli analisi, gli studi di recupero urbano, le proposte d ‘intervento puntuali che dimostrano le valenze inespresse e le potenzialità delle Vele, progettate con interessanti soluzioni da Franz Di Salvo tra il 1962 e il 1975, si vuole cancellare quella stagione di sperimentazione sul tema dell ‘abitare. Per sostituirle con nuovi edifici di nessuna rilevanza architettonica, come è ben evidente guardando cosa è stato realizzato dopo l ‘abbattimento delle prime tre vele. Ancora una volta si riscontra un allontanamento sempre più marcato tra il punto di vista della cultura architettonica e le valutazioni della collettività. Direi che si preferisce il totale anonimato a una qualsiasi valenza urbana, funzionale ed espressiva.

Il paradosso è che gli esempi internazionali cui Di Salvo fa riferimento sono oggi quartieri di straordinaria qualità urbana (Villaggio Olimpico di Montreal) e, perfino, opere considerate oggi Patrimonio del XX secolo, come Marina Baie des Anges, costruiti sulla Costa Azzurra negli anni ’60.

Le Vele di Scampia o afferma Pasquale Belfiore – furono un disegno molto avanzato per quell ‘epoca, progettato peraltro con il contributo di figure professionali collaterali tra cui economisti e sociologi. Un progetto sostenuto dalla Cassa per il Mezzogiorno che aveva perciò grande disponibilità finanziarie, sicuramente maggiori rispetto ad altre opere di edilizia pubblica, e corrispondeva a un ‘idea nuova di concentrazione di residenze e attrezzature.

La terza questione da affrontare è una disquisizione solo apparentemente accademica, in verità è un tema fondante e interno alla disciplina, considerando che il MM ha veicolato l ‘idea che un buon progetto architettonico (ben risolto funzionalmente e nell ‘immagine) può essere in grado da solo di risolvere complessi fenomeni sociali: in questo caso anche l ‘assenza di opportunità di lavoro e l ‘enorme carenza di alloggi economici.

Soprattutto ci si domanda, all ‘opposto, se un impianto urbanistico e una morfologia architettonica eventualmente errata possono essere effettivamente causa dei tanti problemi sociali e azioni malavitose, caratteristici di questi quartieri: dalle aggressioni ai furti, dello spaccio di droga alle baby gang. In altri termini, come progettisti dobbiamo sentirci responsabili di questo innegabile sfascio complessivo?

Ovviamente la discussione è aperta anche tra i progettisti: ci si divide tra chi ritiene un fallimento totale la stagione dei grandi impianti edilizi a scala urbana e chi, pur riconoscendone i limiti teorici/utopici e i condizionamenti ideologici, considera l ‘esperienza una risposta corretta per quel momento storico e per quella fase economica, sia in termini funzionali-espressivi, sia di sperimentazione/avanzamento tecnologico del settore edilizio. Molti dei detrattori evidenziano la presenza di spazi pubblici inadatti per l ‘incontro e attività collettive; i difensori evidenziano le varie modificazioni che son state apportate nella fase di cantiere ai progetti originari, in particolare nelle Vele di Scampia.

A nessuno sfugge che il degrado attuale deve essere messo in relazione con la mancata realizzazione di servizi, delle connessioni veicolari e delle linee di trasporto pubblico, talvolta perfino degli ascensori nei palazzi, soprattutto con la mancanza per decenni di manutenzione degli immobili e degli impianti. A ben vedere i problemi risalgono all ‘origine della gestione di questi enormi complessi e alla logica delle assegnazioni degli alloggi. Erano anni profondamente segnati da un rapporto conflittuale tra i vari governi e la società: il tema della casa era fortemente sostenuto con azioni di gruppo in piazza e individuali (occupazioni abusive).

Perche le Vele di Scampia non debbano, oggi, essere abbattute lo spiega molto bene Vito Cappiello sulle pagine del Corriere della Sera. La promessa, o la minaccia (a seconda dei punti di vista), che fino ad ora non sembrava aver avuto esito, trova ora una conferma nello stanziamento da parte del Governo di 18 milioni di Euro per il loro abbattimento. Questa viene presentata come una grande vittoria delle strategie urbanistiche del Comune di Napoli, ma sembrerebbe opportuno riaprire la discussione su questo non secondario, e simbolico, tema, che, tra l ‘altro, ci riporta al ben più ampio e cogente tema della periferia napoletana e delle periferie urbane in genere (ÔǪ ) Ciò che, dal punto di vista urbano, continua ad essere carente in questi luoghi è la presenza diffusa di attività produttive, commerciali; di cinema, di attrattori di scala metropolitana e cittadina che determinino in quei luoghi un effetto città.

Ma, in questo discorso, paradossalmente le Vele rappresentano, nel panorama urbano locale (ed ormai anche nell ‘immaginario internazionale) un fatto iconico, caratterizzante della specificità paesaggistica di Scampia, di Secondigliano, ed , in parte della stessa periferia napoletana.

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