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La scomparsa dell’architetto – di Marco Ermentini

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├ê inutile nasconderlo: la figura dell’architetto, così come si era formata dall’inizio del Novecento, è entrata via via in dissolvenza, si è consumata, svuotata. ├ê sotto gli occhi di tutti: l’architetto in realtà, nel Belpaese, sta scomparendo. Viene in mente il noto articolo di Pasolini sul Corriere del 1975 sulla scomparsa delle lucciole nelle campagne notturne. La figura professionale che si era accresciuta dal dopoguerra sembra ormai al tramonto. Risultato: dai clienti privati l ‘architetto è visto come una specie di facilitatore burocratico inevitabile, necessario non per la qualità del progetto ma solo per obbligo di legge, non per risolvere problemi ma per complicarli e moltiplicarli. Dalla committenza pubblica è trattato come una fastidiosa incombenza legislativa da rispettare senza alcun valore reale; poiche il progetto non è per niente considerato, non vale nulla, conseguentemente ciò che conta è l’appalto, il fatturato e null’altro. La legislazione sugli appalti, nonostante le continue riforme (se ne contano più di quaranta in pochi anni- tempo fa ho proposto di mettere anche l’ora e non solo il giorno sui decreti!) è un esempio di suicidio dell’intelligenza e si occupa di sole quantità e di aspetti giuridici perdendo di vista le vere ragioni del perche si realizzino le opere pubbliche. Insomma, è una desolazione che nel nostro Paese raggiunge vette di stupidità. ├ê inutile fare esempi perche tutti i giorni ne siamo sopraffatti.

Ma non è sempre stato così, solo qualche decennio fa c’era una certa sinergia delle parti verso la volontà di realizzare qualcosa di buono: il committente, il progettista, l’impresa, l’ente pubblico non erano impegnati con tutte le forze in una costante guerra di tutti contro tutti. L’aspetto della giuridificazione delle nostre vite non era ancora così asfissiante. La fiducia è scomparsa: dobbiamo difenderci da tutto e da tutti, siamo sospettati, sotto inchiesta e siamo costretti a procurarci validi alibi. Certo è una condizione generale: l’uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei ed è scomparso anche il prossimo. Sono gli effetti della nostra epoca postindustriale. Risultato: fare qualsiasi cosa è diventato complicatissimo anzi, quasi impossibile. Il cliente fiducioso nel proprio architetto diventa il cliente sospettoso del fatto che i propri bisogni non siano adeguatamente soddisfatti e che i propri diritti siano colpevolmente disattesi. L’architetto, dal canto suo, scende dal piedestallo di “architetto di fiducia” per acquisire lo stato fastidioso di architetto diffidente. In realtà gli architetti in cantiere sembrano, a volte, periti in tribunale.

Certo, dobbiamo dircelo, siamo stati proprio noi architetti ad aggravare la situazione. Negli ultimi anni abbiamo fatto molti sbagli a partire dal metodo di progettazione non più adeguato alla realtà. Così prima si progetta a tavolino e solo dopo si cerca di adattarsi al cliente e alle sue esigenze, così si forma oggi l’architetto: un piccolo dittatore estetico con tutto il suo armamentario di retorica. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: astrazione, distacco, formalismo, isolamento e perdita di reputazione nella società civile.

Ma esiste anche un altro metodo molto più intelligente: prima si cerca di capire le necessità del cliente e solo dopo, senza fretta si progetta con attenzione. Sono due modi differenti di approccio: uno formale da scrivania, l’altro informale che si nutre del crossing d ‘informazioni, di curiosità, di anti retorica e collaborazione. ├ë un po’ come eseguire una musica classica scritta da un altro o improvvisare nel jazz. Forse è giunto il tempo per gli architetti di abbandonare il vecchio ruolo di stilisti glamour e di abbracciare la nuova funzione di riparatori, di rammendatori, di apprendisti-esperti nella comprensione in grado di aiutare le persone ad abitare in maniera intelligente.

In realtà però la situazione della professione è molto grave ed è in gioco persino la sua stessa sopravvivenza. ├ê un peccato perche la figura dell’architetto è fondamentale nella società e lo sarà sempre di più; si tratta di un ruolo di regia importantissimo, la sua capacità di sintesi delle diverse discipline è l’unica che possa garantire ottimi risultati nell’intervento sul territorio, la sua attività multiforme che coordina gli aspetti tecnici e umanistici è essenziale per favorire la vita dell’uomo sulla Terra. L’architettura è la sintesi di tutto il sapere e del suo rapporto concreto con il mondo, di conseguenza recuperare la figura dell’architetto sotto una nuova luce, con un ruolo più intelligente e calato nel reale è essenziale. Ma non tutto è perduto, oltre allo sforzo che dobbiamo compiere nel generale ripensamento, sono convinto che la nuova generazione sarà in grado di uscire dalle secche in cui ci siamo cacciati.

Ciascuno di noi è il risultato di un ‘ininterrotta sequenza di viventi così ogni generazione lascia sulla successiva la sua indelebile impronta. La generazione millenaria, i nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, è la prima ad affrontare la grande crisi economica. Ha imparato in tempi difficili a convivere con disoccupazione, lavori precari, scarse retribuzioni, insicurezza del futuro… Tuttavia proprio per questo possiede grandi capacità molto superiori alle altre generazioni come la comunicazione istantanea grazie alla rete, SMS e a nuovi media come i social networking che la orienta verso lo scambio e il commercio globale. Ho avuto la fortuna di conoscere la nuova generazione di architetti e, credetemi, non c’è paragone con le precedenti (soprattutto con la mia vecchia dei baby boomers) non è sbagliato paragonarla a quella eroica grande generazione dei nati all’inizio del ‘900 che ha conformato tutto il secolo. Il loro spirito di concretezza combinato con l’uso nativo delle tecnologie riserverà molte sorprese positive. Forse, se non saremo così ciechi da impedirglielo, anche nel nostro martoriato paese i millenials costituiranno i veri buoni germogli che matureranno nel futuro e che determineranno l’auspicata ricomparsa dell’architetto.

I primi segnali si possono vedere proprio visitando la Biennale di Venezia da poco aperta. Dopo anni di ubriacatura nel virtuale finalmente si torna alla materia, allo spirito del reale. Ormai l’abbiamo capito, viviamo nei grandi sprechi che le generazioni future pagheranno, è giunto quindi il tempo di reagire e di ripensare il ruolo dell’architetto come esperto nella comprensione in grado di aiutare a risolvere i problemi delle persone. In un momento dove s ‘innalzano muri per proteggersi questa strana Biennale agisce in maniera opposta: cerca di abbattere le separazioni, cerca di proporre piccole soluzioni in modo gentile, camminando sulle uova, cerca di testimoniare con esempi e non modelli, invita a contaminarsi con il luogo, cerca di far capire che forse è meglio costruire meno ma imparare ad abitare in modo diverso.

├ê giunto quindi il tempo di ripensare il ruolo dell’architetto e già s ‘intravvede un grande cambiamento verso un’architettura fondata sull’ascolto. Forse il nuovo architetto, reinventato e aggiornato per le esigenze del nostro tempo, potrebbe assumere il ruolo di amico, scienziato e filosofo adatto a quell’arte lunga della cura necessaria per la sopravvivenza e per l’utilizzo intelligente del nostro sterminato patrimonio storico-artistico-materiale.

Stralcio dell ‘articolo pubblicato su Recupero & Conservazione n135, luglio 2016, De Lettera WP, Milano, http://magazine.recuperoeconservazione.it/cms/it4-magazine.asp

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