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Fo fuit, for ever, amen! – di Eduardo Alamaro

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Ero molto stanco, quel pomeriggio di una ventina di anni fa, o forse qualcosa in più ÔǪ ora non ricordo ÔǪ il tempo passa e scazza troppo veloce-mente ÔǪ; ora ricordo solo, alamarcord, che mangiai un panino alla studio, in fetta ÔǪ e contemporaneamente detti uno sguardo al giornale, ÔǪ (allora compravo ancora la carta stampata ÔǪ, poi tutto è cambiato con l ‘informazione in rete ÔǪ); l ‘occhio mi cadde su una notiziola, un avviso nell ‘apposita colonnina degli appuntamenti: all ‘Università centrale, a via Mezzocannone, azione-lezione di Dario Fo, a Sociologia, ore 16,30.

Mi riattivai subito, mi passò la stanchezza di botto, mi ripresi, non ci pensai su due volte. Torno tra poco, dissi ÔǪ; chiusi tutto e volai via di corsa, a piedi giù per la Stella e Costantinopoli .., per San Domenico Maggiore, fino al Mezzocannone.

Giunsi in ritardo: l ‘immensa aula era già gremita, ÔǪ gremitissima di studenti e curiosi. Non mi scoraggiai: permesso .. scusate,..; guadagnai così, discretamente infilandomi, posizioni su posizioni, (che male vi Fo?) ÔǪ fino a quando arrivai a una postazione visiva ed auditiva piuttosto accettabile ÔǪ, direi buona, vista la situazione mia iniziale.

Fu per me, quella, una lezione di architettura, così la percepii ÔǪ architettura sonora, scultura sociale ÔǪ; presa di spazio, misura e rapporto tra corpo d ‘autore e corpo sociale ÔǪ; una di quelle lezioni che ti restano impresse nella mente, che ti fanno essereÔǪ; che ti fanno capire la modestia sostanziale dei nostri docenti ad Architettura, da questo punto di vista ÔǪ (l ‘unico all ‘altezza della situazione sullodata era stato per me Roberto Pane, ÔǪ; un po ‘ forse, talvolta, raramente, Nicola Pagliara, ma ÔǪ ma complessivamente ÔǪ direi di lasciar perdere questo punto didattico fondante ÔǪ).

Del resto l ‘Accademia è accademia, e Carlo Salinari, ad esempio, a suo tempo (1962) aveva scritto che: ÔǪ la letteratura italiana fin dall ‘inizio, XII secolo, ha odor di lucerna, piuttosto che sapore d ‘erba e di rugiada ÔǪ; la poesia non appartiene mai al momento della spontaneità ma a quello della direzione ÔǪ controllata dalla ragione ÔǪ e da una intensa elaborazione culturale ÔǪ. Quelli di Stoccolma del premio Nobel gli hanno dato torno da tempo ÔǪ.

La lezione di Dario Fo quella sera fu infatti tutta centrata sull ‘emissione di voce, sul raccordo tra gesto e contesto, tra voce cantata e lavoro quotidiano: era un fatto anche tecnico il suo, ma ÔǪ ma ÔǪ ma che vi devo dire? a tanti anni di distanza mi è rimasta l ‘emozione, un ricordo di felicità che portai in me e ÔǪ e che ritrovai, che emisi e misi fuori quando partecipai a un bel seminario con la Donatella Mazzoleni, in una bella chiesa barocca, a Napoli ÔǪ proprio su questo punto archi/vocale, architettura a vivavoce che provammo a fare, a disegnare ÔǪ

In quella occasione napoletana, a Sociologia, Fo fece l ‘esempio dei battipali veneziani ÔǪ; come cioè la loro voce collettiva doveva accompagnare il gesto del battere nel costipare il terreno paludoso, sul quale poi costruire ; con il movimento del corpo battente che doveva ritmare e non contraddire il canto ÔǪ; quel canto potente di lavoro che avevo udito per la prima volta al teatro Tarsia di Napoli, nel lontanissimo 1966, per il suo (da regista) Ci ragiono e canto ÔǪ

ÔǪ quando vi andai col mio compagno di banco del primo anno di Architettura, Enzo Andriello, un pozzo di scienza, uno superdecorato della cultura che alla maturità classica aveva conseguito in tutte le materie il 10 (dico dieci), ma che in architettura e disegno era piuttosto scadente, per la (mia) verità ÔǪ: infatti si vestì subito dei simboletti di Kevin Lynch e dell ‘urbanistica salvatrice, col primo libro che leggemmo: l ‘Immagine della città ÔǪ – (è poi immaturamente scomparso, Enzo, un vero peccato per Napoli!, nda).

Era generoso Dario Fo, non si risparmiava, dava tutto se stesso, anche quella sera lo fece ÔǪ poi grammelottò alla grande, come sempre, for ever: la parola infatti va masticata, macerata, triturata, giocata al lotto ÔǪ, venduta a l ‘etto, cucinata indorata e fritta, sempre con amore, se possibile ma ÔǪ ma ad un certo punto Fo però guardò l ‘orologio e s ‘accorse che s ‘era fatto tardi. Così s ‘interruppe di botto. Disse che doveva prepararsi per lo spettacolo serale al Mercadante, ÔǪ che doveva andare a riposare un attimo … e ci dette appuntamento lì, alle 21.00.

Volai a Piazza Municipio, ormai ero troppo preso e compreso da Fo. Volevo continuare la lezione d ‘architettura. Al botteghino però mi dissero che non c ‘erano più biglietti. Tutto esaurito, in tutti gli ordini di p-osti, fin negli osti e riposti. Non demorsi, morsi, rimasi lì, stetti nella hall, ÔǪ in attesa degli eventi e dei venti favorevoliÔǪ

Intanto erano venuti altri studenti, altre persone, eravamo ormai una quarantina, forse più. Non andavamo via, non mollavamo la presa. Speravamo nella ripresa. Ad un certo punto il miracolo: vedemmo entrare Dario Fo nella hall del Mercadante, dalle porte a vetro. Era solo, alto, mi parve immenso ÔǪ, con in testa un gran cappello a falde larghe, ÔǪ.

Ci avvicinammo compagnamente: Dario, Dario ÔǪ non ci fanno entrare ÔǪ!!. Quello ci disse burbero: Che c ‘è?… , che c ‘è? Noi gli spiegammo che non c ‘erano più biglietti, che .., che ÔǪ. Che? quello disse .. . un momento, ÔǪ, vediamo, ÔǪ fatemi pensare ÔǪ; così pensò e andò ÔǪ dritto dritto nel gabbiotto del botteghino ÔǪ, e parlottò con la tipa che stava alla cassa. ÔǪ

Sentii distintamente, disse deciso: il palco è grande, troppo grande per me e per la Franca, siamo solo in due. Mettete pure quaranta sedie di qua e quaranta di là sul palco e fateli entrare. ÔǪ, a metà del prezzo del biglietto platea. Vecchio teatrante il Fo che fa; vecchio giullare con antica memoria da commedia dell ‘arte & mestieri affini itineranti, ÔǪ; gente d ‘arti che non perdeva un solo spettatore, un solo cliente, a costo di metterli sullo strapuntino o diretta-mente in scena: non si lascia indietro nessuno ÔǪ, nessuno a digiuno di teatro ÔǪ Parola di Fo che fu!!

E tutto ciò coincideva esattamente con un fare condiviso d ‘epoca ÔǪ, con quanto sostenuto da Aldo Giuffrè in una intervista che avevo pubblicato sul quotidiano Roma di Napoli, nel 1990; una intervista nella quale l ‘attore napoletano (agente quasi sempre in coppia col fratello Carlo) rievocava la sua formazione, la durezza della vita, la sua nascita a via del Sole, dove stavano i pompieri, nella vecchia Napoli ÔǪ; ricordò tante cose sul teatro dell ‘immediato dopoguerra e, venendo al punto, venendo a noi, ricordò che, ÔǪ

ÔǪ che non usufruendo di sovvenzioni e borderò, anche i grandi e affermati attori, anche i De Filippo, anche Nino Taranto, anche Totò, al mattino immancabilmente passavano per il botteghino del teatro,ÔǪ a firmare le foto, a ringraziare il cliente per l ‘acquisto del biglietto ÔǪ, a dire (addire, una parola..): Grazie signora, vedrà che si divertirà ÔǪ. Poi tutto è cambiato con l ‘assistenza diffusa ÔǪ (e Fo si vantava di non aver preso mai sovvenzioni, ed era vero ÔǪ, era sempre a rischio d ‘arte, ÔǪ sempre a rischio d ‘impresa ÔǪ).

Non ho mai visto uno spettacolo così bene da vicino come quella sera di Fo al Mercadante, a due passi dall ‘attore, sul palco: Franca Rame recitò il suo dolentissimo stupro, con una intensità e un dolore da brivido, che ancor oggi ricordo ÔǪ; Dario aveva introdotto la serata con una sua fabulazione napoletana, ÔǪ con una sorta di omaggio a Napoli, città che amava da tanti punti di vista teatrali e non (lo stesso figlio Jacopo ha poi messo su famiglia con una donna napoletana, si sa).

Quella sera Fo ricordò giullarescamente i lontani anni del dopoguerra, 1953 o 54 ÔǪ i primi tempi che stava con Franca ÔǪ; disse che ÔǪ che una sera a Napoli ÔǪ li avevano mandati a dormire sui Quartieri Spagnoli, sopra via Toledo ÔǪ; ma era una cosa, una casa, un albergo, un alloggio, un rifugio (non si sa bene cosa) ÔǪ talmente arrangiata e affollata, oggi impensabile, ÔǪ da essere inaccettabile, impraticabile ÔǪ; trovarono così promessa accoglienza verso il Vomero ÔǪ ma era tardi e non sapevano come raggiungere il posto letto indicato ..

ÔǪ fermarono al volo un bus, un notturno ÔǪ: l ‘autista vide i due forastieri (e certo Franca non passava inosservata) ÔǪ si fermò e domandò ÔǪ; e quelli gli dissero che dovevano andare su, verso le rampe di via Tasso ÔǪ; l ‘autista rispose che saliva al Vomero da un ‘altra parte ma ÔǪ, ma che poteva fare un ‘eccezzione: una deviazione che a quell ‘ora se puteva fa ‘ ÔǪ omaggio per i due forastieri, ‘e duje milanesi, jamme. ja ÔǪ;

Tutto proprio come in un film di Vittorio De Sica anni cinquanta, in una Napoli dolce alla Giuseppe Marotta, tutta giocata e cucinata quella sera da Fo con una lingua re-inventata, piena di ano e ono-matopee , di partenopee, ono-partenopee ÔǪ; di grammelotteria applicata al luogo s/partenopeo, tutto all ‘istante, di botto ohibò ÔǪ come sul bus, sul notturno per via Tasso quella notte del ’53ÔǪ

ÔǪ una Napoli deviante & accomodante, forse sparita e dipartita con Dario Fo, in questa mia sera scrivente e dolente. Una prece forever ‘e Press/T, alla memoria.

Saluti giullareschi, Eldorado

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