Il nutrimento dell ‘architettura [43] – di Davide Vargas

 

Un tappeto di fiori davanti a una chiesetta di campagna. Una cornice di petali rossi intorno a una distesa di petali gialli. Fosizia ginestra buganvillea [ho sentito un uomo dire: dopo la bongovilla a certi ragazzi che chiedevano informazioni, indicando una cascata di fiori rossi.]. Roba che viene dall ‘intorno. Tutto qui. Ma il luogo diventa un altro. Una cosa povera trasforma la realtà. Come a dire che basta poco.

Povera e gentile, che è il massimo dell ‘atto rivoluzionario. Una vecchia signora con un fazzoletto annodato sulla testa bianca e un grembiule a fiorami osserva la sua opera. Qualcuno sempre si prende la briga di agire. Poi si avvia su due gambe sghembe verso la porta socchiusa della chiesetta. Si intravedono i bagliori delle candele e un ritaglio di luce mielata. Ma i petali appassiscono subito. Un tiro di vento può disperdere tutto. O quattro gocce di pioggia in questa giornata minacciosa. L ‘odore dell ‘incenso si mescola al profumo di erba bagnata.

Presto la terra battuta riprenderà il suo posto. E le mille foglie di malerba spunteranno qua e là. Ma l ‘esperienza del segno resta. Come una possibilità di trasformazione. Ce la portiamo dietro questa fissa. Il sogno tutto umano annidato nelle pieghe del dubbio altrettanto umano che qualcosa nella realtà alla fine sia sempre possibile modificarla.

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