Cornicioni e calzini bianchi – di Luca Capacci

calzini

Una delle critiche che più spesso vengono rivolte agli architetti dai non addetti ai lavori riguardo a molte opere di architettura moderna e contemporanea è quella di essere delle scatole senza tetto. Premesso che non posso esistere edifici privi di copertura, approfondendo la questione si arriva a capire che il fastidio provato dalle persone comuni verso le nuove architetture è spesso la mancanza dello sporto di gronda, del cornicione. Banalmente si pensa che gli architetti lo rifiutino per una sterile e capricciosa scelta estetica,ossia perchè lo ritengono “brutto”. Da qui nasce una facile crociata nei confronti degli architetti appunto, che vengono visti come esteti superficiali che si dimenticano della funzionalit├í e praticit├í delle regole costruttive comuni preferendo una vuota bellezza scultorea. D’altronde un cornicione protegge dalla pioggia porte e finestre, fa ombra d ‘estate, non fa bagnare i muri e i passanti che vi camminano sotto, come e possibile rinunciarci? Ed è qui che il professionista, per discutere coi non addetti inizia a parlare di materiali, certo di tecniche costruttive e ovviamente di cantiere, ma anche e soprattutto vorrebbe parlare di composizione architettonica.

Per semplificare e rendere più facilmente comprensibile cosa sia la “composizione architettonica” di un edificio (attività intellettuale e materiale che contiene in se la conoscenza degli spazi, degli elementi, delle proporzioni, dei materiali, della scienza delle costruzioni, ecc), la si potrebbe paragonare alla scelta di un preciso outfit d’abbigliamento al posto di un altro. O, scendendo ancora di più nello specifico del tema iniziale, paragonando lo sporto di gronda ai calzini bianchi.

La loro scelta dal cassetto dell’armadio non è mai casuale ma legata sempre all’occasione cui dobbiamo partecipare: non potremmo mai andare a un matrimonio in completo gessato blu con, ai piedi, un paio di calzini bianchi di spugna come se andassimo in palestra! E tanto ci fa ridere lo stereotipo del turista tedesco con canottiera sotto alla camicia a mezze maniche verde acqua rigorosamente aperta e fuori dai pantaloni, bermuda beige, in testa un Panama e ai piedi sandali e calzini bianchi, mentre non ci stupiremmo nel vedere un tennista indossarli sul campo di terra rossa. Emblematici sono invece i calzini bianchi di Michael Jackson, diventati una sua cifra stilistica d’immagine a tutti conosciuta.

Analogamente alla scelta dei calzini bianchi come tema d’abito, lo sporto di gronda dev’essere una scelta architettonica, un tema progettuale; non sempre è così, anzi nella maggior parte dell’edilizia italiana è solo l’elemento funzionale spesso sproporzionato, invadente, disturbante, inutile. Per meglio spiegare la tesi iniziale, è bene innanzitutto confutare quella per cui lo sporto di gronda è un puro elemento funzionale fondamentale per allontanare l’acqua piovana dai muri. Ad esempio, nella Francia settentrionale e in altre zone dell’Europa continentale le coperture di molti edifici del passato presentavano una doppia pendenza che aveva questo scopo senza che nessun cornicione si slanciasse al di là della linea del muro: una lunga falda con una pendenza molto forte partiva dal colmo e, vicino all’intersezione col muro verticale, si raccordava con una corta dalla bassa pendenza. In questo modo, l’acqua piovana prendeva un’accelerazione via via crescente lungo la falda principale e letteralmente “saltava via grazie alla seconda. O, ancora, tutti conosciamo i bianchi volumi stereometrici delle abitazioni delle isole greche; nonostante la forte presenza del sole e quella ridotta della pioggia, anche i muri greci si possono bagnare eppure nessuno si immaginerebbe un qualche cornicione spuntare dai loto tetti piani.

Per mostrare invece come i nostri “calzini bianchi” possano essere dei veri e propri temi architettonici, si farà riferimento ad alcune architetture più o meno conosciute, sia contemporanee che moderne che più antiche.

La facciata di Palazzo Farnese a Roma, edificio del XV-XVI secolo a cui hanno lavorato alcuni degli architetti più importanti del rinascimento italiano come Vignola, Michelangelo e Antonio da Sangallo il Giovane, è caratterizzata in sommità da un imponente cornicione (probabilmente opera dello stesso Michelangelo) all’apparenza sovradimensionato ed eccessivo. In effetti, un altro elemento pare sovradimensionato: lo stemma della famiglia Farnese posto sopra la grande apertura centrale al piano nobile. Le sue dimensioni eccessive erano dovute al fatto che dovesse risultare visibile anche da lontano, lungo l ‘attuale via Baullari. Il forte sbalzo del coronamento dell’edificio, ritmato dai travetti lapidei della copertura, dona quindi un termine fisico e visivo allo sviluppo in altezza del prospetto sottolineandone, al contrario, l’orizzontalità, la presenza massiva e l’attaccamento a terra; inoltre la sua presenza, considerata nel complesso del prospetto (non visibile interamente lungo il corso), ridimensiona lo stemma della casata rendendolo meno forte e impattante.

Nella non meno piovosa Venezia, invece, il Palazzo Loredan dell’Ambasciatore (come tanti altri edifici veneziani) si affaccia sul Canal Grande con la sua facciata gotica e quasi quadrata che culmina con una linea sommitale leggermente marcata da un breve cornicione e dalla sottile ombra da esso disegnata.

Se lo scopo del cornicione fosse stato puramente funzionale ad allontanare l’acqua dai muri verticali, i Farnese si sarebbero certi risparmiati del denaro ma l’effetto espressivo finale della facciata del loro palazzo sarebbe stato molto diverso, meno massivo, forse più sgraziato e, probabilmente, meno interessante. Al contrario, con un cornicione dalle dimensioni e dallo sbalzo più accentuato l’edificio sul Canal Grande sarebbe apparso più tozzo, basso, meno elegante.

Confrontando due edifici a torre costruiti nel secondo dopoguerra, i Lake Shore Drive Apartments a Chicago di Ludwig Mies Van der Rohe e le residenze per gli operai della Borsalino ad Alessandria di Ignazio Gardella, è chiaro come la tripartizione dell’edificio alto in basamento-corpo-coronamento possa essere interpretata in modo diverso, soprattutto per quanto riguarda il rapporto col cielo (ossia il coronamento). Nel primo, i parallelepipedi puri, neri, rigorosi ed eleganti che formano ciascuna delle due torri di appartamenti sono caratterizzati in facciata da una forte verticalità data dai pilastri e dai montanti degli infissi che chiudono uniformemente i quattro prospetti. In sommità, tali elementi terminano in maniera netta e chiara, e una precisa linea orizzontale nera, data dal rivestimento dell’edificio, contrasta con l’azzurro del cielo. Non vi è nessuno sbalzo, nessun solaio di copertura di maggiore spessore, nessun parapetto. Una semplice linea orizzontale delimita il volume puro di ciascuna delle due torri. Ad Alessandria, invece, il forte sbalzo del tetto piano, sostenuto dalle travi di copertura che escono dai volumi in laterizio scuro delle residenze, disegna la fine fisica, visiva e decisa dello sviluppo in altezza degli edifici a torre di Gardella, ancorandoli al suolo e rapportandoli in modo più stretto al contesto.

Infine, in riferimento a due opere di architettura contemporanea, si vuole qui paragonare due complessi di abitazioni progettate da Gabriele Lelli e Davide Cristofani rispettivamente a Faenza e Imola. Il primo, la residenza Sportelli, è formata da due volumi e ruotati di 90┬░ tra di loro, rivestiti in laterizio e con una copertura a due falde in tegole. I due elementi stereometrici richiamano in maniera palese l’archetipo della casa, quattro pareti verticali e un tetto a due acque. Nessuno sporto di gronda o nessuno sbalzo “sporca” la continuità del segno architettonico. Nel complesso residenziale di Imola, invece, i tre piani dei due blocchi per abitazioni di via Padovani culminano con un lungo sbalzo, un elemento sottile e bianco come le pareti dell’edificio che, grazie anche al disegno dell’ombra sulla facciata, contrasta con la forte verticalità dei prospetti data dalle aperture e dagli scuroni in legno, oltre a fare ombra alle logge dell’ultimo piano.

Detto ciò, ritornando al paragone iniziale, se un capo d’abbigliamento all’apparenza secondario o puramente funzionale, come i calzini, si può rivelare come un elemento stilistico caratterizzante il look di una persona famosa o meno, allo stesso modo un elemento architettonico, ma sempre apparentemente secondario e funzionale come lo sporto di gronda, può diventare un tema architettonico, una scelta derivante da un’idea compositiva. Anche la sua assenza è una decisione motivata, non giustificabile semplicemente da caratteristiche estetiche o solo funzionali. In questo senso, gli esempi riportati mostrano come la decisione di inserire e progettare lo sporto di gronda diventi un tema architettonico: al fine di ottenere un buon risultato, quello che si presenta come un mero problema funzionale viene affrontato e risolto in coerenza con tutto l’edificio, considerandone quindi anche gli aspetti compositivi, estetici, materiali, immateriali ed espressivi. Il tutto deve essere recepito come un invito ad affrontare il lavoro nella sua interezza, avendo cura e sensibilità nelle fasi di progetto e di realizzazione, perche rimediare a una scelta architettonica sbagliata non è così semplice come cambiarsi un paio di calzini.

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