Germania anno 0 – di Massimo Locci

INVITOPREMIOBRUNOZEVI2014

L ‘ottava edizione del Premio Bruno Zevi per una ricerca storico-critico sull ‘architettura è stato assegnato nel 2014 a Benedetta Stoppioni, autrice di un saggio sulla ricostruzione in Germania: un Moderno a due volti. Ora, come prevede il premio, è stato pubblicato dalla Fondazione Bruno Zevi con il titolo Germania Anno Zero – Tra Storia e Mito. Il volume analizza il Museo Lehmbruck a Duisburg (1957- 1964), progettato e realizzato da Manfred Lehmbruck per ospitare lo straordinario corpus di opere scultoree del padre Wilhelm; inoltre rilegge la storia politica e sociale della ricostruzione tedesca nell ‘ultimo dopoguerra e analizza il complesso dibattito architettonico in Germania, in senso ampio dell ‘intera cultura mitteleuropea, nella stessa fase storica.
Il museo di Duisburg, pur non essendo molto conosciuto a scala internazionale (così come l ‘autore, più noto come teorico dell ‘architettura e come docente), può considerarsi, però, una pietra miliare della scuola architettonica tedesca della seconda metà del Novecento, in cui si confrontano due visioni contrastanti: quella neo-razionalista, fortemente influenzata dalla ricerca di Mies van der Rohe, e quella post-espressionista di Mendelsohn e Scharoun. Nell ‘intervento di Duisburg, infatti, si confrontano e si amalgamano con grande sensibilità la matrice astratta, definita da stereometrie puriste a tutto vetro, e la sensibilità plastico-materica dei volumi curvilinei. Più che un ‘opera manifesto di nuovi orientamenti linguistici il museo si può considerare un ‘opera emblematica della citata duplice espressività, un edificio duale anche nei fondamenti teorici e operativi.

Questa contrapposizione non era inedita, infatti riprende a distanza di tre decenni il dibattito sperimentale degli anni ’20 e ’30 (con poetiche e linguaggi i rigorosi che si confrontavano apertamente anche nell ‘ambito del Bauhaus) e che risultarono ancora vitali e strategici anche dopo l ‘interruzione del periodo nazista, caratterizzato dalla visione retorica e monumentalista.

L ‘opera analizzata da Benedetta Stoppioni è tra i primi musei edificati nella Repubblica Federale Tedesca; rappresenta l ‘impegno e la complessa strategia per rivalutare l ‘esperienza dell’arte moderna, dichiarata degenerata dal nazionalsocialismo, e testimonia anche il ruolo specifico di Wilhelm Lehmbruck nella costruzione dell ‘identità culturale dell ‘intero ambito industriale della Ruhr.

Negli anni ’50 e ’60, accantonata la dicotomia memoria/oblio (come ben testimonia il recente film Lo stato contro Fritz Bauer sulle responsabilità del popolo tedesco nei confronti della guerra e dei crimini del Terzo Reich), gli intellettuali tedeschi si riallacciarono all ‘esperienza della Repubblica di Weimar, rivalutandone in particolare le espressioni dell ‘arte e dell’architettura moderna, in quanto funzionale al ridisegno di un volto democratico del nuovo stato tedesco. Dopo anni di dibattiti sulla ricostruzione – scrive Benedetta Stoppioni – l’architettura del neues Bauen sembrava l’unico modo in cui la Repubblica Federale potesse presentarsi al mondo, anche se la realtà del paese era assai più complessa e svelava il doppio volto che connotò questo stato a partire dal 1945.

Il museo Lehmbruck di Duisburg è un raffinato intervento che viene ben documentato dallo studio monografico, che l ‘autrice aveva già analizzato nella sua tesi di dottorato. La metodologia seguita dall ‘architetto Stoppioni ha più registri di lettura critica e storica, connettendo e stratificando riferimenti diversi: dalla letteratura alla socio-antropologia, dalle implicazioni artistiche e architettoniche alle suggestioni cinematografiche, come ben testimonia il titolo scelto, una citazione esplicita di Germania anno zero, il film del 1948 diretto da Roberto Rossellini che affronta i temi della ricostruzione nell’immediato secondo dopoguerra.

Il saggio risulta perfettamente in linea con le finalità del premio, tese a sviluppare e diffondere l ‘insegnamento di Bruno Zevi e del suo metodo di indagine critica e storica, che si articola in cinque sezioni tematiche: lo spazio protagonista dell ‘architettura, le matrici antiche del linguaggio moderno, la storia come metodologia del fare architettonico, il linguaggio moderno dell ‘architettura, paesaggistica e linguaggio grado zero dell ‘architettura.

Il tema del museo diventa, dunque, occasione per una riflessione più ampia sulla relazione tra architettura e memoria, tra memoria e oblio, tra consapevolezza e rimozione, tra continuità e fratture. Per molti versi è in piena consonanza con l ‘incipit del citato film di Rossellini: quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia.

Scrivi un commento