Tra il Caffè Cola e il Paradiso perduto di Scola, dalle parti di AlthenopisÔǪ – di Eduardo Alamaro

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Bisogna saperla raccontare, non c ‘è che fare & non c ‘è che dire.

Bisogna saper raccontare la vita, i luoghi, gli oggetti. Altrimenti non valgono, non vale la pena viverli, progettarli, scriverli,  de- scriverli, reinventarli.

E certi libri hanno questa magia, questa malia.

Sono architetture magistrali, architetture in pagina.

Cunti de li cunti scritti ad arte che ci fanno stare dentro le cose e le case.

Dentro i luoghi. Dentro i fatti e i miss-fotti.

Scriverli e come mettere in corrente un elettrodomestico inerte: bello ma che non balla ma ÔǪ ma, una volta messo nella presa diretta del testo, quella scatoletta della radio, quell ‘aspirapolvere, quel frigorifero, quella lavatrice, quel televisore ÔǪ parlerà, aspirerà, raffredderà, laverà, sciacquerà: ma che modernità ÔǪ ta ttà!!

Se poi tu lettore ti sentirai gelato proprio dentro quel frigorifero stampato; o starai nel canale giusto di quel televisore; o ben lavato e strizzato in quella lavabiancheria d ‘autore (i panni sporchi si lavano in famiglia di lettori) ÔǪ allora sarai nel Sublime, ÔǪ

Starai proprio nella tazza dove Proust inzuppava le sue madeleines; proprio dentro quer pasticciaccio gaddiano de la via Merulana; disteso sulle vecchie mattonelle di cotto della chiesa dove giacque la figlia marocchinata de la Ciociara di Moravia ÔǪ; o ti sentirai in pericolo di vita con gli alberi cecoviani del giardino dei ciliegi (da tagliare per far posto alla modernità speculativa incalzante ÔǪ )ÔǪ.

A me è capitato proprio questa magia, questa maliaÔǪ., tanti anni fa.

Capitò per caso, per casa ÔǪ, per la casa estiva che fittai in un appartato borgo del cul de sac sorrentino, Santa Maria di Massa Lubrense e ÔǪ e mi ritrovai così, a mia insaputa, nella location della prima parte del libro di Fabrizia Ramondino, Althenopis – Einaudi 1981 – ora ristampato con bella prefazione dell ‘ottimo Silvio Perrella ÔǪ.

Giravo allora in una 124 sport coupe verde oliva acquistata di seconda mano: assetto di guida sportivo, sediolini comodi e bassi, cruscotto di legno: una gioia, anche se succhiava maledettamente, quella gran puttana di coupe, ÔǪ; specie quando – spingendo a tavoletta – si apriva la valvola del secondo carburatore ÔǪ ma era la bella modernità che mi potevo permettere, ÔǪ in quel tempo lontano, nella calda estate del 1985 ÔǪ..

Andavo in giro tutto il giorno per la mia penisola delle maioliche ÔǪ; andavo alla ricerca dell ‘arte minore perduta, come Indiana Jones, ÔǪ; andavo alla ricerca della riggiola (mattonella, ndt) perduta del ‘700, tra barocco e rococò, ÔǪ fortunatamente talvolta dimenticata in chiese e conventi ÔǪ

 miracolosamente sopravvissute ai mariuoli e agli interessati modernizzatori locali che dicevano di agire a fin di bene coi soldi delle rimesse degli emigranti e/o per mezzo di apposite questue molto indulgenti sui peccati compiuti, sulla via del paradiso promesso,  anzi perduto stupidamente, per pigrizia, per indolenza, proprio da queste parti 

ÔǪ un favoloso impiantito maiolicato che stava un tempo, nel magico ‘700 napolitano, in una raffinata cappella privata, non lontana da Santa Maria del mare, in località Scola, presso Metrano ÔǪ

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ÔǪ paradiso terreste che l ‘eccentrico scozzese Norman Douglas (autore del viaggio autobiografico Biglietti da visita, Adelphi 132: se lo trovate leggetelo, è una goduria, nda), agli albori del ‘900 aveva tentato di salvare dall ‘imminente crollo della cupola della chiesetta, avvertendo inutilmente le autorità (p. 208 del libro sullodato)

ÔǪ e così il crollo avvenne puntualmente ÔǪ e il pavimento del paradiso di Scola andò in frantimi e poi s ‘involò, se ne persero le tracce, di quei frammenti ÔǪ. (che io poi ritrovai nelle cantine del buon marchese Sersale, ÔǪ e li ricomposi e pubblicai con amore ÔǪ, nell ‘incredibile estate della riggiola ÔǪ nda)

E fu così che, andando per la via del paradiso perduto, approdai nel palazzo di zio Alceste, cioè nel capitolo 7 del libro di Fabrizia Ramondino in questione: Althenopis ÔǪ; e ciò per colpa o merito dell ‘allora giovane professor Aldo De Simone della Nunziatella di Napoli che mi prese in simpatia e garantì per me al molto selettivo zio Alceste della serietà dei miei studi e delle mie ricerche ÔǪ

Pietro La Via, questo il vero nome di zio Alceste, era un filosofo di non comune e comunale qualità; un intellettuale pieno di cultura francese, di Proust e di Baudelaire, pregno di lingua francese che parlava correntemente e fluidamenteÔǪ.

Il marchese era un tipo originale che aveva osato non allinearsi al pensiero imperante di Benedetto Croce (e ciò a Napoli era impensabile!) ÔǪ; era stato molto segnato dalla guerra, dalla grande guerra del ’15-18, dove aveva visto l ‘orrore dei corpi mutilati, dei suoi compagni caduti ÔǪ

ÔǪ ne parlava ancora con raccapriccio, nel 1985, ÔǪ si sentiva un sopravvissuto di una inutile strage; perciò era assolutamente grato al generale Caviglia che aveva fatto in modo di risparmiarlo dal macello proletario, lui nobile marchese e filosofo!

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ÔǪ anche da qui, in conseguenza di quel fronte di guerra, era venuta la sua la scelta, originale nei primi anni venti del ‘900, di lasciare la tumultuosa Althenopis e appartarsi nel borgo silenzioso di Santa Maria del MareÔǪ, in quella rustica villa di famiglia posta all ‘estremità del villaggio, dove iniziavano le scale che scendevano a Metamunno, dove più viscide e muschiose si facevano le pietre del selciato ÔǪ (p. 83 del libro).

Quella rustica villa, il marchesino l ‘aveva però man mano ingentilita, modellata a sua immagine et sumiglianza; strappando i soldi alla madre, era riuscito anche a farsi costruire un bagno moderno, in luogo della piccolo cesso padronale della villa di campagna, all ‘estremo dei porticati della loggia.

E lì mi condusse, cosa veramente eccezionale, per ammirare il suo Paradiso: le mattonelle ceramiche maiolicate raffiguranti i segni dello zodiaco che si era fatto disegnare su commissione da un artista althenopeoÔǪ (p. 96)ÔǪ.

A sorpresa oggi ho risentito queste parole sintonizzandomi su Rai radio3 alle 17.00 circa ÔǪ per la voce di Arturo Cirillo che sta rileggendo l ‘intero libro di Fabrizia Ramondino ÔǪ e così sono andato con la mente a quel tempo lontano, a quella narrazione ÔǪ;

Ho risentito l ‘odore del caffè tostato che immancabilmente, verso le quattro del pomeriggio di quel mese d ‘agosto dell ‘ottantaciqnue , si spargeva per la piazza del villaggio di Santa Maria: era l ‘odore del gentile signor Cola, che non ha nulla a che fare con la Coca-Cola ÔǪ ma con la torrefazione Cola, una garanzia, una malia: provare per credere (se c ‘è ancora, non credo proprio, nda)!

Ebbi poi l ‘opportunità, in una di quelle serate, di conoscere l ‘autrice del libro di Althenopis; le dissi del ritrovamento del Paradiso perduto a Massa Lubrese ÔǪ dei miracolosi intrecci che mi avevano portato alla cantina del marchese Sersale , ÔǪ come se quel pavimento volesse essere scoperto, ritrovato proprio da me ÔǪ; lei si incuriosì della storia di Ignazio Chiajese, l ‘autore dei tanti pavimenti a Massa Lubrense, ÔǪ

In seguito le feci vedere le foto del pavimento di Scola; le diapositive di quanto rimaneva del Paradiso perduto con i particolari degli animali, (quelli che qui accludo, nda) ÔǪ; le piacquero molto le riggiole con il lupo e l ‘oca ÔǪ ma si soffermò di più sul lupo ÔǪ lo fissò intensamente ÔǪ; mi chiese se potevo prestargli quella diapositiva , ÔǪ voleva proporla per metterla in copertina di un libro al quale stava lavorando (forse Un giorno e mezzo, 1988, ÔǪ o Dadapolis, 1989, non so, non saprei, ÔǪ. è passato tanto tempo ÔǪ)

Ci vedemmo altre volte ÔǪ sul quel finire di quegli anni ottanta: era molto cupa, molto pensosa, molto intensa ÔǪ; voleva ritornare a Massa Lubrense ÔǪ stare di casa lì. ÔǪ e lì andammo spesso con la mia macchina ÔǪ in cerca di questa casa (lei fumava molto, una sigaretta dietro l ‘altra, in macchina, ÔǪ ma apriva un po ‘ il finestrino, allora ancora con la manovella ÔǪ, scusandosi,..)

Vedemmo alcune antiche case ÔǪ ma non si combinò nulla, ÔǪ inseguiva forse Fabrizia i fantasmi di un passato che era fatalmente passato ÔǪ; ebbe una vera delusione nel constatarlo ÔǪ Non ci vedemmo più, non la senti più. Io continuai a leggere i suoi libri ÔǪ poi seppi che stava di casa a Itri, nel Lazio, dalla parti di Gaeta, nel cui mare morì. Ne scrissi per il blog Archiwatch, il 28 luglio del 2008ÔǪ. pel ricordo di un ‘altra Napoli ÔǪ

Saluti, Eldorado

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