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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (1 – premessa)
Fuksas può anche non esservi simpatico ma non ditemi che cose migliori le avreste sapute fare anche voi. E, comunque, se lo credete veramente, sappiate che a seguire questi post vi innervosirete e quindi è meglio che cambiate pagina.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ ( 2 – Roma 1997)
Per capire il ruolo che ebbe Fuksas nella cultura romana bisognerebbe ricordare la metà degli anni novanta. E le serate dell’Inarch, quando ancora l’Inarch funzionava e non era diventato l’organizzazione agnostica di oggi, e ad animarlo c’erano due figure dotate di particolare carisma: Zevi e Fuksas. Erano molto diversi, anche i loro messaggi lo erano. Ma finalmente si sentiva odore di aria fresca, dopo i terribili anni ottanta. Stava nascendo, anche per merito loro, una nuova generazione di critici e di architetti.

┬½ In July 1997 the first issue of the magazine Il Progetto was published. The editing team was composed of, among others, Maurizio Bradaschia, Livio Sacchi, Antonino Saggio, Maurizio Unali and myself. The decision was made to put Peter Eisenman on the cover because, at the time, he was in a very creative period. The issue was distributed at the conference entitled “Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura” (Landscape and the Zero Degree of Architectural Language) organized by Zevi in Modena in September 1997. It was an event that must be r
ead as the relaunching of justifications for experimentation in Italy, both because it represented an opening towards environmental isuue and because
it declared the end of research focused exclusively on the typical language of the 1980s. After much discussion, in the second issue, published in January 1998, the editors decided to place Massimiliano Fuksas on the cover. At the time Fuksas was not so well known, largely as a result of his ostracism by academic culture. It was precisely during these years that a new critical movement was born, mainly outside of the universities. ┬╗(Luigi Prestinenza Puglisi, AD – Architectural Design, vol. 77, No 3, may-june 2007, pag. 11-12.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (3 – biennale)
Adesso che il mondo è stato pacificato e che i reazionari, travestiti da agnelli socially concerned, hanno ripreso il sopravvento non potete immaginarvi quanto fu importante la biennale diretta da Fuksas nel 2000. Ne ebbi una chiara immagine vedendo Gregotti che si aggirava afflitto e furibondo tra i padiglioni, parlando da solo. La ricerca e la sperimentazione erano state finalmente sdoganate anche nella tranquillissima e lentissima Italia. Tutti sapevamo che il titolo era provocatorio, voleva dire che etica ed estetica non andavano disgiunte e che l’estetica, la buona estetica, era l’etica dell’architettura. Il guaio era che Fuksas, come tutte le prime donne, voleva la scena da solo. E invece di proporre un collettivo propose lui stesso. Il suo gigantesco muro con proiezioni della metropoli annichiliva chiunque, compreso il povero Nouvel che esponeva lì vicino. A Fuksas andò bene e anche a noi che percorrevamo strade simili (erano anche i tempi) ma il fronte era già disgregato per assenza di fronte. Appena si sviluppò la reazione anti archistar, fomentata dai Purini, dagli Olmo, dai Dal Co, dai Natalini, dai convegni sull’identità e dai nuovi critici della neotendenza, fu lui il primo a pagarne le conseguenze. Come prova il risentimento se non il disprezzo che esplode non appena si fa il suo nome. E pensare che lui non è più estetizzante di Koolhaas, non è socialmente più pericoloso di uno Zumthor o di un Herzog & de Meuron.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (4 – Francia)
Ragionateci: prima di trasferirsi a Parigi, Fuksas era uno dei tanti architetti romani con la testa piena di edifici straripanti di citazioni classiciste e postclassiciste (solo che, come nota giustamente Gaetano Di Gesu, lui aveva l’energia per realizzarli, gli altri no). Grazie a Parigi, cambia registro e con lui buona parte dell’architettura italiana. Tutto merito suo? certo che no. Ma certo è che Fuksas è il primo che attiva un irreversibile processo di europeizzazione del linguaggio architettonico in Italia. E la biennale del 2000 sancisce il salto di soglia, il punto di non ritorno. E non fatevi fregare da quello che vi raccontano oggi quattro critici reazionari, sempre pronti a riscrivere la storia. O pensate forse che questa europeizzazione sia stata merito di Purini, di Cellini o di Natalini, che si muovevano in quel panorama, che non condividevano e non capivano, con il freno a mano sempre tirato?

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ. (Intervallo: Zagari)
Quanto è di Fuksas il museo dei graffiti delle grotte di Niaux e quanto di Zagari? Lo chiesi a Franco Zagari stesso, che mi rispose con grande signorilità. Molto era di Fuksas anche se c’era del suo. E difatti il segno, perentorio, è di Fuksas. Di Zagari non si può che parlare con entusiasmo. Un progettista delicato e raffinato. Uno scopritore e valorizzatore di talenti come pochi. Se la rinascita della cultura architettonica romana si deve a Zevi e certo anche a Fuksas, a lavorare, dietro le quinte, si trovava lui. E poi c’è Reggio Calabria dove ha insegnato per anni, entusiasmando gli studenti. Grande importatore di cultura francese del paesaggio e suscitatore infaticabile di stimoli e curiosità. Personalmente gli devo le mie prime conferenze e un costante incoraggiamento. A Sgarbi, che lo prese ignobilmente di punta per Piazza Montecitorio darei senza pensarci due volte un sonoro schiaffone.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (5- Milano Roma)
Le due grandi università di architettura italiane sono state dirette da coloro che dall’accademia sono stati ignorati se non ostracizzati: Piano e Fuksas. Soprattutto studio Fuksas dove il turn over -diciamo cos├¡, usando un eufemismo- è più accelerato. Bellaviti, Kirimoto, King e Roselli, Baglivo, Barillari, Giammetta sono i primi nomi che mi vengono in mente di una lista che potrebbe essere molto lunga. ├ê interessante notare che l’influenza di Fuksas, anche per ragioni di ubicazione dello studio, si sia diffusa prevalentemente in area romana, quella di Piano in area milanese. Sarebbe eccessivo vedere nell’attacco compatto dei milanesi a Fuksas un prolungarsi della vecchia lotta tra scuola milanese e scuola romana (ammesso che i due schieramenti abbiano un significato preciso) ma certo nel processo di demonizzazione di Fuksas c’è anche un po’ di tutto questo: una sensibiltà diversa per l’architettura. Da un lato voglia di spazio anche a costo di esibizionismo e teatralità, dall’altro istanza di precisione anche a prezzo di una austera e sterile aspazialià.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (6 – il trucchetto)
Il trucchetto, come il vecchio gioco della Muffa, funziona sempre: se il vostro interlocutore è esuberante, tacciatelelo di volgarità e da quel momento qualsiasi cosa dica e faccia scomparirà. Il trucchetto ha funzionato contro Zevi. Calza pure a pennello per Fuksas. Lo si tenta anche con Libeskind e la Hadid. Meglio incapace e con il birignao che energico e scomposto.
(Anche in politica, fateci caso, si adopera il trucchetto per nascondere sotto il tappeto delle buone maniere ciò che disturba dal punto di vista dei contenuti).

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (7 – o si monta o si plasma)
In Piano il particolare è sempre costruttivo, montato come se fosse in un gioco di meccano, in Fuksas è plastico, l’aspetto costruttivo è generato dalla forma d’insieme. Esagerando e forzando un po’ si potrebbe dire che la progettazione in Italia (e non solo) è segnata (anche) da questo cultural divide: o si monta o si plasma.1510732_10208840448147541_5855056141309460268_n

 

 

 

 

 

 

 

ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (8 – etica evaporata)

Se non si passa per Luigi Pellegrin (e per Armando Brasini) sfugge la romanità di Fuksas: la sua matrice barocca, il suo pensare l’edificio come spazio urbano. Non importa se Fuksas citi poco Pellegrin (ma i due si conoscevano e si apprezzavano) il progetto è lo stesso: ridisegnare la città con ampi gesti. In Pellegrin c’era ancora l’utopia di un habitat che rigenerasse l’uomo, in Fuksas l’etica è evaporata permeando la scelta estetica (se considerate Fuksas cinico e non etico, anche se mi rendo conto che è un’etica del gesto artistico, quindi per molti versi vaga e indefinibile, non avete capito granchè del personaggio).

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (9- nuvole e sogni)
Quando sul volgere del 2000 furono presentati i progetti finalisti per il Centro congressi di Roma, non c’erano dubbi. I due di gran lunga migliori erano di Fuksas e di Rogers. Nella seconda fase gli occhi erano puntati su entrambi. Rogers da bravo architetto anglosassone presentò un progetto dettagliato, ben dimensionato che aveva perso qualcosa del suo fascino iniziale. Fuksas ingigant├¡ il modellino della prima fase. Giocò tutto sulla metafora e vinse. Eppure a presiedere la giuria c’era Norman Foster, non certo un pivellino facilmente abbindolabile. Si vendono, imparai, i sogni mai i progetti.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (10 – le colpe)

Vediamo le quattro colpe che vengono attribuite a Fuksas per la Nuvola.
1) Non si sa come costruirla. È il solito refrain che adoperano i costruttori per tutte le opere complesse. Possibile che solo a Roma Fuksas abbia problemi? E non dicevano lo stesso anche del Maxxi della Hadid giurando che non si sarebbe tenuto in piedi?
2) I costi sono faraonici, quasi mezzo miliardo. Certo non era un’opera economica. Ma credete davvero che il costo sia lievitato a causa di Fuksas? Vi hanno mai detto che in Italia le metropolitane o le ferrovie costano il triplo della Francia? ├ê sempre colpa di Fuksas?
3) Fuksas ha guadagnato troppo. E voi credete che quando i vostri archistar del cuore realizzano una grande opera rinuncino ai loro onorari? Voi ci rinuncereste?
4) I tempi sono infiniti. ├ê colpa di Fuksas? La fiera di Milano è stata realizzata in poco più di un anno e non era un’opera più semplice. La media delle nostre opere pubbliche è invece oramai 15 anni e ciò vuol dire che si inaugurano già vecchie. Anche queste inaugurazioni ritardate dipendono da Fuksas?

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (11 – il test dei test)
E adesso, per farvi capire quanto siete prevenuti, ecco il test dei test.
Se quest’opera l’avesse disegnata Fuksas, continuerebbe a piacervi? Rispondete sinceramente… e capirete quanto nell’accettazione di un’opera è importante una buona comunicazione.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (12- violenza)
Cosa è che disturba di più nell’architettura di Fuksas? La violenza. Un atteggiamento che oggi sembra inconcepibile per gli architetti italiani che sono diventati in blocco soft tech, high touch, mulinobianchisti. L’estetica vincente ha bandito ogni aspetto stridente, disturbante. E così ha voltato le spalle a una tradizione artistica e architettonica che non cercava di abbellire il mondo ma di esprimerlo, di porlo in tensione. Prendete per esempio la chiesa di Foligno: cosa c’è di più disturbante di quel gigantesco prisma di cemento? Lo si può apprezzare solo se lo si contrappone al virtuosismo della luce all’interno. A Fuksas piace van Gogh e non Rubens, Borromini e non Bernini, Michelangelo e non i Sangallo. Che poi arrivi a quelle vette è un altro discorso. Ma è indubbio che stia percorrendo una strada in salita, quella dell’espressione, della forma come nucleo generatore di forze, che, presi dal piacevole e dal pittoresco, dal legno in facciata e dal verde sul tetto, quasi tutti gli altri ignorano, imponendoci, loro si, spesso e volentieri una noia mortale.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (13 – il Padre)
Ricordo sempre un episodio a studio Pellegrin. Siamo in libreria e Gigi deve mostrarmi un grosso plastico. Lo fa portare da 4 ragazzi dello studio. Incurante dei loro sforzi, e della possibilità di appoggiarlo in qualche modo su un tavolo, si mette a parlare per ore. A un certo punto lo interrompo per ricordargli l’inutile fatica dei ragazzi. Mi guarda con un sorriso e mi dice che è per farli crescere. Penso sempre a questo terribile episodio quando mi giungono le voci del terrore da studio Fuksas. Molte probabilmente esagerate dal fatto che i ragazzi hanno una più sviluppata sensibilità al dolore generata da padri e madri mammoni ( basta vedere quello che succede nelle scuole dove per un rimprovero un professore può essere crocefisso), ma in gran parte, immagino, vere. Credo che per Fuksas, come per Pellegrin, la violenza, una certa violenza sia un metodo di didattica, di iniziazione alla crescita artistica. Di selezione naturale. Di assimilazione tribale del metodo. Non lo capirò e non lo accetterò mai, ma sarebbe idiota banalizzarne il senso. ├ê la lezione del Padre, del Padre da cui si subisce e che poi si deve, simbolicamente, uccidere.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (14 – il paradosso)
Il paradosso è che è più vicino al modello della bottega artigianale lo studio di Fuksas che quello di Piano. Per Piano infatti la bottega artigiana è pura metafora, una immagine edulcorata, un po’ alla Mulino Bianco, che ha selezionato dalla realtà storica solo gli aspetti più piacevoli: la manualità, la laboriosità, il confronto sui prototipi. Ma la bottega artigianale, basta conoscerne la storia, è di regola centrata sulla figura di un capo che nulla lascia ai propri apprendisti. Dove vige la legge che, se sei bravo, il capo è felice perchè gli rendi con poco ma soprattutto perchè gli mostri che la sua energia ha dato frutti, però te ne devi andare per non fargli ombra. E se non sei bravo gli mostri la tua inutilit├í e quindi te ne devi andare lo stesso. Il Mulino Bianco ha sempre il suo lato dark rimosso.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (15 – stecche, gesti, dettagli)
Se per Mies dio è nei dettagli, Fuksas è ateo.Il suo processo progettuale non va mai dal particolare al generale ma sempre viceversa. E poichè il grande per Fuksas è sempre un gesto, ci può essere benissimo qualche dettaglio che si perde per strada. Anzi è proprio la scarsa purezza del dettaglio che rafforza il senso dell’insieme. Ricordate le magnifiche stecche della Callas rispetto alla limpidezza della voce della Tebaldi? Per carità, Fuksas ha poco a che vedere con la Divina, ma se sapete prendere questo paragone con la dovuta cautela, capirete perchè nelle architetture del Nostro, che sono giocate sull’energia, non è necessario, anzi non è auspicabile, che tutto torni alla perfezione, come per esempio questi pilastri ad albero che devono supportare una struttura spaziale che per un perfezionista sarebbe dovuta essere autoportante. Non ditemi però che non siete rimasti scossi lo stesso -in positivo o in negativo non importa- quando avete visto la Fiera di Milano. E difatti vi siete fatti prendere dalla forza del gesto e non dalla pulizia degli attacchi.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (16 – pittura non scultura)
Perchè ad attaccare Fuksas sono gli amanti del bel disegno?
Forse perchè Fuksas si forma come pittore tra espressionismo e informale.
E ci sono pochi architetti che usano la pittura tanto quanto lui (forse solo Alsop, che si muove su una strada per diversi aspetti convergente. E anche Alsop non è molto amato dai seguaci dell’architettura disegnata).
Attenzione: pittore e non scultore. E, difatti, la sua opera , per quanto non estranea a suggestioni plastiche, è in primo luogo cromatica, attenta al colore cos├¡ come si presenta nelle materie e nella dialettica tra opacità e trasparenze.
├ê interessante a questo punto rilevare che lo scontro tra sostenitori del bel disegno e architetti pittori è uno scontro all’interno di una stessa famiglia e non tra famiglie diverse ( un anello di congiunzione potrebbe essere la figura di Alessandro Anselmi). Su questo paradosso credo che non si sia ancora riflettuto abbastanza.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (17 – un gioco)
Immaginiamo una mostra su Fuksas e alcune sale in cui si mettono in evidenza i suoi debiti.
In una, insieme ad Alessandro Anselmi, metterei Mario Schifano: tutti e due circa dieci anni più anziani. Si, direi di si: a destra, figurativamente parlando, Anselmi, a sinistra Schifano.
(Per Anselmi sarebbe interessante cercare di capire quanto il più anziano influenzi il più giovane e viceversa).

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (18 – Nouvel e Alsop)
Se nella prima stanza dei debiti di Fuksas stanno Alessandro Anselmi e Mario Schifano, nella seconda a destra c’è Jean Nouvel, a sinistra Will Alsop.
Cosa accomuna Fuksas al francese e al britannico? L’idea dell’edificio come paesaggio urbano. L’edificio non sta nel paesaggio, fa paesaggio. Ed è proprio questa arroganza che un esercito di architetti timorosi di lasciare un segno, anche con la loro ombra, non gli perdonano.

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ÔǬ#ÔÇÄFuksasÔǼ (19 – disegnare il cielo)
Nella terza stanza del nostro museo in cui si raccontano i debiti di Fuksas metterei a soffitto Luigi Pellegrin e Coop Himmelb(l)au. Entrambi perseguono l’idea che l’architettura sia habitat, nel senso di una fetta di mondo. Ma una fetta che punta al cielo: sono pochi gli architetti che disegnano il cielo.

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1 Commento

  1. Sergio Brenna 13/04/2016 at 22:27

    La spina vetrata al nuovo polo di Rho-Pero (che ├¿ praticamente la sola cosa progettatavi da Fuksas, essendo il lay-out generale opera dell’ing. Vettese dell’U.T. di Fiera, come ebbi modo di constatare all’epoca da assessore del Comune di Rho) sar├á anche stata realizzata in poco pi├╣ di un anno, ma non solo ├¿ impraticabile da aprile a fine settembre per le temperature sahariane che vi si creano (tutti passano dal percorso sotterraneo, a differenza di quanto accade con l’analogo lay-out di Nuova Fiera di Roma, dove la copertura ├¿ opaca). Essa per di pi├╣ provoc├▓ un sovraccosto imprevisto di 250 Milioni di Ôé¼, di cui Fuksas stesso si vant├▓ in un’intervista al Corriere giudicandola un’inezia a fronte della “bellezza” dell’esito del suo progetto (de gustibus…). Fu per coprire quei 250 Milioni imprevisti che Fondazione Fiera ottenne di rovesciare sull’area della vecchia Fiera l’enormit├á di 1 Milione di mc. che dettero origine alle tre bizzarre torri da 200 m. di Citylife e contorno di altrettanto addensati edifici. Non sar├á tutta colpa di Fuksas, ma certo ci ha messo molto del suo.

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