Promenades_ di Marco Laterza

Testo inedito

Autunno – 2012

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.
Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

Interrompo la lettura per scendere dal treno. Matera, stazione centrale.
Risalgo le scalette della piccola stazione sotterranea e mi ritrovo in Piazza Matteotti. Luigi Piccinato nel 1953 aveva pensato a questo luogo come nuovo centro della Matera contemporanea, ma ancora oggi è un grande spiazzo di cemento che funge da stazione degli autobus. Di fronte a me incombono alti edifici residenziali. Con il loro numero di piani sembrano voler dimostrare che il progresso può arrivare anche in questo piccolo centro della Basilicata.ÔÇ¿ Se decidessi di scavalcare queste muraglie contemporanee mi aspetterebbe una gradevole passeggiata caratterizzata dall ‘odore dei pini e dal manto stradale ricoperto dai loro aghi. Tra le fronde alcuni edifici: sono i quartieri degli anni cinquanta, costruiti per i 16.000 abitati sloggiati dagli antichi rioni dichiarati insalubri, i Sassi. In pochi ettari di terra alcuni architetti come Aymonino, De Carlo, Fiorentino, Quaroni e altri diedero vita a un capitolo unico della storia dell ‘urbanistica contemporanea in Italia[1]. Ogni volta m ‘impressiona passare davanti all ‘amico kebabbaro Aziz e pensare che il progetto di quell ‘edificio causò aspre discussioni all ‘ultimo CIAM, determinandone lo scioglimento.
Wogensky mi diceva che il mio edificio non era moderno perche aveva il tetto a falde, oppure perche aveva le finestre verticali. Era stato gioco facile per me dirgli che, se il movimento moderno era quello allora non valeva la pena davvero essere architetti moderni. [2]
Oggi, però, decido di dirigermi verso la città ottocentesca. Attraverso via Lucana, l ‘antica via Appia Romana, per arrivare a Piazza Vittorio Veneto, disegnata dalla bellissima facciata del seicentesco convento dell ‘Annunziata e della chiesa di San Biagio. A prima vista il centro storico appare simile a quello di altre città dell ‘arco appulo lucano. Bisogna abbassare gli occhi per scoprire il fascino nascosto di Matera: nel disegno a ventaglio della pavimentazione della piazza due spicchi mancano. Due aperture triangolari lasciano intravedere un mondo sotterraneo, scavato nella roccia sotto i nostri piedi, fatto di arcate volte e capitelli. Qui lo spazio ipogeo si articola tra due file successive di colonne amorfe: alcune spesse e grossolane, altre talmente sottili che non sembrano in grado di poter reggere il peso che le sovrasta.
Una luce mi attira verso il fondo dove un varco ci riporta all ‘aria aperta. Al di là di questa soglia, uno spettacolo meraviglioso: un canyon ricoperto di centinaia di casette addossate l ‘una contro l ‘altra, tra le quali dei palazzi si fanno spazio a mala pena. Tutto è colorato di ocra. Unica eccezione è il verde della vegetazione che si arrampica indistintamente sulle pietre accidentate e sui muri levigati. Quello che vediamo è solamente una parte di ciò che in realtà esiste: l ‘altra metà di questa città è scavata nella roccia calcarea dando forma a una metropoli sotterranea invisibile ma complementare a quella che si offre ai nostri sguardi.
L’intero ammasso urbano scende velocemente verso il fondo della parete scoscesa per poi risalire altrettanto velocemente verso un ‘altra cima dove si trova, di fronte a noi, la cattedrale. Solo il campanile si stacca dal terreno per elevarsi verso il cielo. Stretta tra tutte quelle case la cattedrale è la, come la chiave di volta che tutto mantiene insieme.

Inverno – 1935

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Finalmente si conclude la prima tappa di questo viaggio interminabile. S ‘intenda bene, non un viaggio di piacere. A ricordarmelo “due rappresentanti dello Stato, dalle bande rosse ai pantaloni e dalle facce inespressive.”[3]
Sceso dal treno mi sono guardato intorno ma la città non c ‘è. Per fortuna mi è concessa una passeggiata per ingannare l ‘attesa dell ‘autobus per Gagliano. In un deserto di pietrame sorgono qua e là otto o dieci grandi palazzi di marmo.
Allontanandomi dalla stazione ho trovato una strada costeggiata da un lato da alcuni edifici e, dall ‘altro, da un precipizio ricoperto da una miriade di casette.
La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria dell ‘Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati (ÔǪ) hanno la forma con cui, a scuola, immaginiamo l ‘inferno di Dante. E cominciai anch ‘io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. [4]
Nelle grotte sovraffollate vivono uomini, donne e bambini in promiscuità con gli animali. Hanno una sola apertura sul davanti per lasciare entrare un po ‘ d ‘aria e di luce. Decine di bambini scalzi per le strade, poveri e malati mi corrono dietro chiedendomi dammi il chinino. Uomini non ce ne sono. A quest ‘ora sono tutti a lavorare i campi. Ho parlato ad una donna che, interrogata sulla loro condizione, mi ha detto: noi non siamo Cristiani, con quella parola che nel suo dialetto non indica solo termine di credenti ma di persone vere e proprie.
in questa terra oscura (ÔǪ) Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli. [5]

Primavera

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra…

Tutti mi chiamano Idris. Sono una delle prime abitanti di questa città e da sempre me ne sto al fondo del Sasso Caveoso ad aspettare chi viene da me a chiedere consiglio. Il mio vero nome e Odigitria, colei che mostra la via. Ricordo ancora i due ragazzi che osarono scavare la rupe in cui abito per deporre nel profondo del mio ventre un altare di roccia. In cima mi posero una croce di ferro che da allora mi serve come occhio per guardare: il fiume che continuava a scavare la parete del canyon, gli uomini e le donne che si misero a imitare il fiume perforando il fianco del dirupo con migliaia di piccole grotte e che, con la pietra estratta, ci costruivano davanti il resto della loro casa. I palazzi, la chiese, le strade, le scale, le mura della civita e la cattedrale. Gli arnesi di ferro che hanno creato un labirinto di cunicoli, palombari e grotte per custodire nel sottosuolo l ‘oro trasparente che per noi è l ‘acqua.
Poi venne quel periodo in cui alcuni, i più scaltri, si misero a prendere la ricchezza che vescovi e marchesi non sapevano più gestire per costruirsi una città nuova con una cortina di palazzi alti a dividere i Sassi dal Piano. Qui rimasero solo i più poveri, con la casa che gli aveva dato il nonno e che a loro volta passarono ai figli dividendola per sei, sette, dieci, infinite infime parti. Ho visto i magazzini trasformati in casette e le cisterne svuotate dall ‘acqua per poterci ricavare una stanza in più. Fin quando venne quel Torinese, con le sue parole di pietra a obbligare la coscienza collettiva a posare lo sguardo sui poveri contadini.
Ho visto architetti, sociologi e psicologi cercare di capire quella società dimenticata dalla storia, con il loro nuovo modo di cooperare che divenne un punto di riferimento, ben al di là della nostra piccola città. [6]
Ma li ho visti anche venire sul mio uscio a guardarsi in fondo all ‘anima dopo il contatto con un mondo inaspettato.
Mi chiedevo chi mai potesse essere questo popolo che osava scendere nel regno di divinità ignote (ÔǪ) Mi chiedevo chi io fossi, che cosa mi aveva spinto laggiù, a scrutare nella vita di quel popolo. (ÔǪ) che volevo apprendere la loro saggezza, in cambio aiutandoli a raggiungere un poco degli agi e delle speranze di un mondo più moderno. [7]
Ai contadini fu restituita una dignità nei quartieri moderni mentre quelli antichi si svuotarono per relegare nell ‘oblio il dolore della miseria. I pochi che tornavano qui giù avevano nuovi strumenti, non più punte di metallo per scavare, ma lenti e matite per ritrarre la vuota scenografia di un mondo che stava scomparendo. La città era ormai ridotta a una gigantesca rovina quando gli artisti ripresero lo scalpello in mano per svelare la visione magica dei Sassi[8]. Ci fecero capire che quello scheletro senza carne era in realtà una grande opera d ‘arte da preservare e da rivivere.

Estate – 2019

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perche lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

Welcome, Wilkommen, Bienvenue. Appena arrivata alla stazione sono stata accolta da strani individui che cercavano di abbordarmi per propormi un giro turistico.
Mi avevano detto che alla libreria dell ‘arco nel centro della città, avrei certamente trovato qualche guida interessante per abbandonarmi al piacere di perdermi tra gli antichi rioni. Ma con mia amara sorpresa ho scoperto che al suo posto c ‘è oggi l ‘happy hour dell ‘arco con tanto di menù turistico. Strano paradosso per una capitale europea della cultura. Ho deciso di avventurarmi da sola nei Sassi e sono stata sorpresa di vedere tanti piccoli mezzi di locomozione sfrecciare nelle poche strade carrabili. Mi sono rallegrata al pensiero che gli abitanti siano tornati a ripopolare la città abbandonata sessant ‘anni fa. Solo dopo ho capito che quelle teste bionde sui divanetti reclinabili degli ape-car erano in realtà clienti dei tanti bed & brekfast. Ho finalmente trovato un posto tranquillo per contemplare questo meraviglioso paesaggio urbano. La visita di stamattina mi ha confusa. Tocco i gradini sui quali sono seduta e confido i miei pensieri a questa chiesa solitaria. Mi sembra quasi che possa ascoltarmi. Sul cartello c ‘è scritto S. Maria dell ‘idris.

perche lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova. [9]

NOTE:
1) cfr. AYMONINO C., DE CARLO G., LENCI S., QUARONI L., e altri in Casabella Continuità n.231, 1959
2) DE CARLO G. in SITI n.1, Consiglio dell ‘ordine degli architetti di Matera, Matera, 2002
3) LEVI C., Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 2010
4) ibidem
5) ibidem
6) cfr. AYMONINO C. Matera: mito e realtà, in Casabella Continuità n.231, 1959
7) FRIEDMANN F.G. in A.A.V.V., Lo studio di Matera, Roma, Giunti, 1956
8) APPELLA G., Consagra in lucania, Roma, Cometa, 1987
9) La poesia frammentata all ‘inizio di ogni paragrafo è Sempre nuova è l ‘alba di Rocco Scotellaro in ├ê fatto giorno. 1940-1953, Milano, Mondadori, 1954.

DATI PERSONALI:
Nome: Marco
Cognome: Laterza
Data e luogo di nascita: Matera, 15/07/1987
Professione: Architetto

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