Il perturbante nell’abitare_ di Federica Capoduri

Testo inedito

┬½Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.┬╗ (Sigmund Freud, Il perturbante, 1919)
Si, il perturbante. Già parola inusuale, cupa, diversa, dal significato opaco e dubbioso, che implica attenzione.
Molti studiosi hanno scritto sul tema o Hoffmann e Poe con straordinari romanzi e racconti fantastici, Freud ne ha trattato dal punto di vista psicoanalitico o, ma quello su cui voglio soffermarmi riguarda un lato ancora diverso ed è stato analizzato accuratamente da Anthony Vidler con il volume Il perturbante dell ‘architettura. Saggi sul disagio nell’età contemporanea.
Tale scritto ci parla degli effetti dell’azione del perturbante attraverso esempi di architetture di numerosi maestri che interessano grandi opere cui l ‘esterno o la facciata, l ‘involucro o interagisce con questa sensazione specifica.
Ma la lettura architettonica esposta da Vidler e che affonda le proprie radici in un background psicanalitico freudiano ci fa notare e scoprire soprattutto il lato interno e inconscio del perturbante, spolverando la coltre su un mondo intimo o emotivo e privato, quasi dal sapore ancestrale o che pone l ‘attenzione su certe situazioni dell ‘abitare in cui si uniscono caratteristiche di estraneità e familiarità in una sorta di dualismo affettivo.
Si genera così al contempo un sentimento opposto e spaventoso che trae origine dal suo essere novità, dal fatto che non è conosciuto, che è inconsueto. Insomma qualcosa in cui, per così dire, non ci si raccapezza.
Ed eccoci al nocciolo della questione: qui entra in gioco la mia analisi del perturbante ed è qui che nasce, a mio modestissimo avviso, la triste figura dello psico-architetto.
Cercherò di spiegarmi utilizzando degli esempi: ultimamente nel lavoro mi è capitato diverse volte di venire a conoscenza e di assistere a una notevole sbavatura del mestiere dell ‘architetto. Una rottura dei margini che assomiglia in tutto e per tutto a una nuova strumentazione linguistica e operativa del progettista: figura che deve sempre più rispondere a parametri di psicologia e assistenza emotiva verso il committente, che deve saper contrastare il disagio dell ‘abitare contemporaneo.
In effetti è un po ‘ imbarazzante vederlo scritto così nero su bianco, ma vi posso giurare che tale forma sta sempre più materializzandosi come un ‘ulteriore o e necessaria o qualifica al mestiere.
Il primo caso studio che vi riporto è legato al contenimento del disagio della famiglia che si è appena trasferita nella nuova casa (badate bene a questo aggettivo), ossia l ‘edificio/appartamento non opera di ristrutturazione, bensì proprio di nuova fattura e costruzione (abbiate pazienza, la casa ristrutturata è il secondo esempio che vi riporterò).
Il nostro povero architetto, qui già stanco di progettazioni varie, scartoffie, ritardi, litigi con i fornitori, assillato da consigli cromatici chiesti all ‘alba di gelide mattine deve infatti anche saper traghettare il committente all ‘insediamento nella novella casa, al suo domestico uso o e comprensione ┬¼o, al superamento del senso di smarrimento, della perdita, del vuoto. Della paura, insomma, di quello che l ‘avvento del nuovo può suscitare.
Non stupitevi se vi dico che ci sono clienti che chiamano il proprio architetto perche sono spaesati nel nuovo quartiere, accusandolo di non avergli fatto notare la distanza dal market o la troppa vicinanza ad un locale, di non avergli parlato mai delle diverse etnie presenti, o per aver omesso che stare semi-centrali implicava un fiume di automobili fino ad arrivare addirittura a incolparlo di inquilini sospetti e bambini indemoniati del piano di sopra.
Capro espiatorio, direte voi. Magari.
Direi più un costante sfogo sull ‘aggiuntiva funzione del mestiere, su quest ‘appendice un po ‘ nefasta della professione architettonica che anno dopo anno sembra sempre più dovuta e purtroppo o ma ovviamente o non quantificabile ancora in termini di parcella.
Il secondo caso vede agire il nostro protagonista o l ‘architetto guerriero o contro l ‘infido perturbante che smaglia le trame dell ‘abitare e dell ‘architettura attraverso la ristrutturazione della casa; che sia di tutta o di una parte non è rilevante.
Qui la nostra figura chiave dovrà sconfinare ai limiti dell ‘intimo, dimenarsi tra i luoghi della memoria: gli usi, le abitudini, l ‘archivio storico di ricordi della committenza o la quale ad esempio chiederà, e senza alcun riserbo, di stravolgere l ‘assetto della casa pur mantenendo gli stessi arredi o l ‘immancabile paccottiglia orripilante ereditata da chissà chi. Dovrà quindi operare e arrovellarsi da designer/progettista d ‘interni e aiutarli anche nella sistemazione dei loro oggetti di fiducia nel nuovo posizionamento perche o si sa o il mutamento degli spazi, l ‘affettività interrotta dei movimenti abituali, di gesto, di rito è portatrice sana di straniamenti, angosce, turbe nella meravigliosa avventura dell ‘abitare.
Ma non stupitevi: lo straniamento all’interno delle pareti domestiche ha una lunga storia. Sensazioni di sottile o di opprimente inquietudine che minano il cuore della normalità quotidiana hanno accompagnato l’esperienza umana da sempre. Può perciò sembrare realistico che qualcuno abbia bisogno di ritrovare nel nuovo le piccole e fatue certezze d ‘essere umano che abita o la propria tazza di fianco al barattolo del caffè nel pensile a destra o il libro preferito stipato in alto nella libreria per proteggerlo da incaute mani. Ma che abbia bisogno di una figura di appoggio al passaggio tra vecchio e nuovo? A quanto pare sembrerebbe di si; tutto questo sta diventando sempre più una necessità e il bisogno di avere continue rassicurazioni e verifiche si sta svelando anche attraverso queste richieste.
Siamo tutti ogni giorno sempre più connessi e social, ma anche sempre più insicuri e assistiamo impotenti al progredire di un perturbante di fattezza privata come metafora di una particolare condizione di vivibilità e quindi anche d ‘invivibilità.
Ma non solo. Spesso, nel caso specifico di una ristrutturazione, si ha a che fare anche con un’altra caratteristica del perturbante, ossia la rimozione e la successiva riemersione di qualcosa di sepolto, di antico. Il perturbante insorge, infatti, anche quando è mostrato ciò che era tenuto nascosto, quando il rimosso ritorna a ridestare complessi sopiti; ad esempio quando nei recuperi si trova traccia di antiche pitture, amalgami di pietre e volute di archi, addirittura di segrete aperture. Qui può scatenarsi l ‘IO dell ‘architetto che vuol tutelare, conservare e cercare di integrare il vecchio con il nuovo contro la visione più distruttiva dell ‘IO committente. O viceversa. Ma anche invertendo l ‘ordine dei fattori il prodotto non cambia e perciò anche qui sta al nostro protagonista o ormai quasi un superuomo, fedele a mantenersi il suo lavoro, perche mica sono tutti fumantini Wright o eccentrici Le Corbusier o evitare vere e proprie rotture e mediare tale resurrezione abbandonando i pretesti compositivi in cui crede.
Lo psico-architetto che ho tentato di descrivervi risulta quindi essere l ‘ultima versione del progettista moderno, dotato anche di innumerevoli strumentazioni digitali che illudono forse più che concretizzare. E che portano di per se ad uno straniamento.
Prima c ‘erano la mano, il disegno sul foglio, pochi accordi e si vedrà. Adesso c ‘è la mano sinistra con lo smartphone e la destra con il tablet, c ‘è il rendering del progetto finito sul tavolo prima ancora di vedere la calce sulla terra e la consapevolezza del sempre reperibile da entrambe le parti.
In che modo ci siamo quindi evoluti, è chiaramente discutibile.
E così tu, che sia noto o acerbo architetto o committente più o meno illuminato, dopo queste parole, prometti ora a te stesso che non cederai mai e poi mai all ‘azione sinistra del perturbante; mai ti farai rendere così indifeso dalle sensazioni di spaesamento di un trasloco o dai deliri psicologici di una ristrutturazione.
Dormi sereno, ora che conosci il pericolo, e che tu possa rimanere imperturbato il più a lungo possibile.

DATI PERSONALI:
Nome: Federica
Cognome: Capoduri
Data e luogo di nascita: il 30-12-1983, Castelfiorentino (FI)
Professione: designer e grafico editoriale

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