Oltre il culto del progresso: una ciminiera e tre fotografie_ di Marco Spada

Testo inedito

Manco da Taranto da quindici anni. Ogni volta che torno, dall’autostrada, provo la stessa sensazione di curiosità nell ‘osservare il panorama: da un lato il mare e l’isola della città vecchia, dall’altro gli altoforni, i gazometri, e le ciminiere. Tantissime ciminiere, di tutte le altezze, e una enorme, blu, il camino E312, 210 metri.
Non è solo la curiosità di essere al cospetto di uno congegno arcano, titanico ed invadente che mi ha fatto studiare le fabbriche, ma anche il loro naturale essere alternative alla città, essere qualcosa di diverso, quasi di necessario. E poi ci sono le foto.
Tre fotografie, in bianco e nero, scoperte da adulto. Si tratta di tre foto scattate dallo stesso punto, in anni diversi. Stesso soggetto: l’ingresso di una fabbrica, il locale caldaie dello Zeche Zollverein di Essen, miniera di carbone e cokeria. La prima fotografia è stata scattata dall’architetto che ha costruito quell’impianto, Fritz Schupp, nel 1932, si vede una infilata perfettamente simmetrica il cui fuoco è un edificio elegante, composto di parallelepipedi giustapposti; su di esso svetta una ciminiera, altissima, che conclude un assetto severo ma armonioso, classico. La seconda fotografia è stata scattata dopo il 1981 da Bernd e Hilla Becher, due fotografi che hanno compulsivamente fotografato impianti industriali per quasi quarant’anni, individuando una tipologia della fabbrica ideale, attraverso un’azione di accostamento delle fotografie, tutte diverse eppure tutte simili nella loro impostazione archetipa. La ciminiera è scomparsa. Il volume è nudo, pulito, la dismissione dell’impianto si intuisce dall ‘assenza, non dal declino o dalle rovine. La terza foto è presa dalla stessa prospettiva ma uno dei due volumi, quello di destra, è impacchettato in una impalcatura da cui svolazzano i teli di protezione. Al centro, soddisfatto, sorridente, in pieno fuoco, braccia incrociate e testa leggermente reclinata, Norman Foster.
Credo che parlare di architettura industriale oggi sia esattamente parlare di queste tre fotografie, del passaggio da un’architettura formale, serena, prussiana, ad una indissolubilmente legata al nome dell’architetto, attraverso una fase di declino, di distruzione dei simboli. Dalla fabbrica costruita, ad una fabbrica perduta, fino alla fabbrica scintillante.
Le ciminiere sono un oggetto simbolico importante: un cronista inglese giunto pochi giorni dopo la fine della Battaglia di Stalingrado nella città sovietica trovò una città in macerie, distrutta. E per prima cosa, attraverso una fanghiglia puntellata di cadaveri, andò a visitare le fabbriche, il centro della resistenza sovietica. Ricordava come la presa dell’enorme Silos Granaio fosse stata celebrata a Berlino come una vittoria incredibile, come la presa di un ‘intera nazione. Fermo davanti alla Fabbrica di Trattori si stupì nel vedere l’impianto ancora attivo, con le ciminiere in piedi da cui usciva del fumo. Avvicinandosi capì che il fumo era solo il prodotto degli incendi appiccati alle spalle della fabbrica, e le ciminiere erano in piedi perche bersagli più difficili. Il resto era maceria.
La ciminiera era allora priva di senso pratico, orfana della fabbrica che l’alimentava, ma era il simbolo della resistenza di Stalingrado.

La fabbrica costruita
Calvin Cooldige sosteneva che chi costruisce una fabbrica costruisce un tempio, e William Wordsworth vedeva negli operai i nuovi ministri di un culto esoterico. L’architettura della modernità ha costruito i suoi nuovi templi guardando alla cultura classica in un vortice di significati retorici, la Bauhaus dell ‘Opera d ‘arte totale e dell ‘Arte e Tecnica o Una nuova Unità si affida all ‘estetica templare e termale romana, ed elabora la fabbrica come un pilastro della nuova umanità.
La fabbrica della foto di Schupp non è però Bauhaus, e non è umana. Giedion parlava di come la fabbrica di Sunila di Aalto avesse descritto un nuovo rapporto della produzione con l’uomo. Niente di tutto ciò. La fabbrica di Schupp non fa modelli di scarpe in faggio, o cellulosa, o macchine calcolatrici. La fabbrica di Essen scava nella terra, estrae carbone, lo distilla e ne fa carbon coke, che serve per fare l’acciaio per l’industria tedesca. ├ê la fabbrica che lo fa, non gli operai, schiacciati dalle proporzioni colossali della macchina fino a divenire nani produttivi, parte della macchina stessa.
Il potere della fabbrica è nel suo esoterismo mistico, nella capacità di imporsi come culto di trasformazione della terra in acciaio. ├ê questa immagine che viene evocata dalle fotografie di Schupp, un culto misterico in cui gli operai sono iniziati, e non sacerdoti.
Le fabbriche hanno mura enormi, invalicabili, e sono costruite con un solo linguaggio, sincrono, che asserisce concetti sul territorio. La fabbrica è la città ideale della modernità, la Palmanova del produttivismo, e l’architetto è il demiurgo di questa Utopia realizzata.
La fabbrica è il tempio a Faust, e la ciminiera è il suo minareto, ultimo menhir di una civiltà che ha creduto di poter essere Dio, quella che ha creduto che possedere sei stalloni per avere ventiquattro gambe fosse sufficiente per essere immortale.

La fabbrica perduta
Gli dei cadono, e il Gotterdammerung che ha colpito le grandi civiltà si è abbattuto sull ‘Europa del Carbone e dell’Acciaio, ne ha abbattuto i templi, umiliato i fedeli, tacciato i sacerdoti di apostasia.
La Germania e l’Inghilterra per prime hanno incensato i nuovi idoli della finanza, erigendo nuovi templi in International Style, mentre abbattevano i simulacri del vecchio culto. Nel 1981 la ciminiera dell’edificio caldaie dello Zeche Zollverein viene demolita, e l’area estrattiva abbandonata. La cokeria chiuderà dopo poco.
Una coppia di fotografi della Germania Federale, Bernd & Hilla Becher, immortalano, sempre con la stessa pellicola, la stessa esposizione e le stesse condizioni, gli elementi delle fabbriche in Germania e USA. Torri di elevazione del carbone, camini di raffreddamento, altoforni, testate di capannoni, tutto viene meticolosamente congelato in un bianco e nero asettico, privo di scorcio, di prospettiva, di vorticosità. La fotografia cerca la Verità, la dimensione archetipa.
Eppure c’è qualcosa di strano: le foto sono mute, non uno sbuffo dalle ciminiere, non un uomo o una macchina in movimento, è una foto post mortem, scattata quando la fabbrica ha smesso di produrre ma non è ancora imputridita e deperita.
Foto di simboli resi innocui dalla fine della civiltà industriale, e quindi ritratti senza vertigine, in un ‘idea di fotografia che descrive e assolutizza e racconta di una reazione alle ideologie; una dottrina dell ‘anti-ideologia, forte nella Germania Ovest degli anni ’70, ancora troppo stretta tra comunismo ad Est e passato nazionalsocialista.

La fabbrica scintillante
La terza foto. La bocca aperta di Norman Foster, le braccia incrociate, alle sue spalle l’edificio di Schupp fuori fuoco. La star è l’architetto. Dietro di lui il cancello aperto di un cantiere, i calcinacci e i teloni che gonfiano e distorcono la prospettiva.
La secolarizzazione del culto in atto. Del tempio di Schupp si fa un museo del design, dove gli operai si intossicavano di carbon coke si costruisce un casinò, più in là un ristorante. La bocca della miniera è iconizzata da Rem Koohlass e dal suo progetto patinato, poco lontano SANAA erige il suo tempio, bianchissimo.
Le fabbriche perdono il loro valore simbolico per essere affidate agli architetti, che cinicamente raccontano il passato industriale del territorio, mancando di citarne i fallimenti.
Lo Zeche Zollverein è oggi uno dei migliori esempi di recupero di una struttura industriale, e i progetti di Foster, OMA e SANAA sono tra i più intelligenti che si siano potuti avere nel campo dell’industrial heritage.
Eppure le tre foto raccontano una storia molto più complicata: quella di aver ceduto alle archistar un potere forse più grande di quello che a suo tempo era stato tra le mani di Schupp, rifigurare la memoria, direbbe Ricoeur, e piegarla attraverso l’architettura ad istanze di una civiltà diversa, nuova rispetto a quella dell’industria.
In Inghilterra gli ex minatori ora fanno da guide nei musei delle miniere, dove avevano lavorato. Recitano una parte, parlano di un vernacolare comune rappresentando un “se collettivo”, e forse non potrebbero fare altro. Mettono in scena il loro lavoro, e mettono in scena se stessi. Raccontano le loro storie personali, e la loro storia di minatori.
Reyner Banham aveva capito il ruolo di simbolo pop che l’architettura dell’età della macchina ricopriva in un periodo di transizione verso una civiltà dell’informazione, in cui la fabbrica non avrebbe più avuto spazio. E ancora meno ne avrà tra poco, quando finalmente anche la civiltà dell’informazione cederà il passo alla civiltà della post-informazione, in cui chiunque, noi compresi, sarà produttore di relazioni, emozioni, sentimenti.

Dalla mia finestra, in una qualsiasi città universitaria inglese, vedo un panorama in cui le ciminiere dei porti e delle fabbriche sono superate in altezza e numero dalle gru, che ridisegnano il paesaggio.
Da qui mi capita spesso di ripensare a Taranto. A cosa succederà quando le ciminiere smetteranno di produrre inquinamento ed acciaio. Penso alla civiltà che è arroccata all’interno della fabbrica, divisa, impaurita, arrabbiata.

Chissà se un ‘archistar, zelante sacerdote della conservazione della memoria, convincerà qualche operaio a raccontare in un parco divertimenti d ‘acciaio cosa era quel tempio al credo del progresso. Chissà se salvare ci salverà.

DATI PERSONALI:
Nome: Marco
Cognome: Spada
Data e luogo di nascita: 12/03/1985, Grottaglie (TA)
Professione: Architetto

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