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Il nutrimento dell ‘architettura [32] – di Davide Vargas

 

Ho fatto un giro per le stazioni della metropolitana di Napoli con due amici NON architetti. Certo, gente sensibile alla materia ma comunque estranei alla disciplina. Mi hanno colpito due cose.

Una. Che per quanto bistrattata l ‘architettura comunica sensazioni potenti. Positive o negative. Nette. Categoriche Insomma, senza mezzi termini [dico alle persone, laddove noi architetti siamo più propensi a ragionare]. La stazione di Alvaro Siza può essere nell ‘immaginario dell ‘utente come un obitorio o molto elegante. La stazione di Rashid, psichedelica, quella di Toledo con le opere di William Kentridge, un crescendo verso il cielo ma: bocciata. Io credo che dietro la necessità della definizione ci sia un bisogno più grande. Certamente di comprensione, come davanti a una cosa che senti importante ma di cui non possiedi i codici. E una domanda. Di ritrovare nella spazio e nelle forme la parte mancante di se. Come lo fai questo se non condividi [studiando, quindi problema scuola] il linguaggio?

Due. Che esiste un sotto della città. Apparentemente invisibile. Che lo attraversi e non senti oppressione. Senza sole e non ti importa. Piuttosto una cosa normale. ├ê come andare a vedere il retro delle cose. Per scoprire le vene una dimensione altra. Poi se ne fai esperienza sopra potrai guardare in un altro modo.

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