Morire da stranieri: i cimiteri militari in toscana, tre archiracconti_ di Daniele Gemignani

Testo inedito

Come suggerisce Aldo Rossi nella sua introduzione a L ‘architettura della città esiste un rapporto stretto tra mito, rito e monumento. Il cimitero è il luogo ove si compie il rito della sepoltura, anche quando esso non manifesta palesemente nelle forme le sue caratteristiche monumentali, esso è necessariamente un monumento. Il cimitero militare, a maggior ragione, assolve si al bisogno primario di dare sepoltura ai cadaveri della guerra ma è eretto a perpetuare la memoria di una storia, una storia che è quella del tempo di pace. Ancorche di un esercito straniero, si pone in modo particolare, esso a differenza di quello civile che porta la testimonianza e le tante storie dei cittadini che hanno abitato e contribuito alla civitas, è non necessariamente e comunque non direttamente condiviso, è eretto su suolo italiano su iniziativa di nazioni straniere e le cerimonie che vi si tengono sono presenziate dalle istituzioni di entrambi paesi, con ruoli strettamente diversi.
I cimiteri militari toscani, ci parlano di una storia recente, una storia che è stata volutamente inserita in un paesaggio che a distanza di tanti anni ne ha risarcito i margini e li ha fatti propri.
Visitare questi luoghi rappresenta dare un nome a molteplici passati, anche nelle geometriche distese di pietra, l ‘individuo non si perde mai, poiche l ‘uomo da sempre è stato legato alla carne in putrefazione, al lento ma imperturbabile sbriciolarsi delle ossa ed in esse ritrova se stesso.

Monumento ai soldati brasiliani a Pistoia:
La terra di sepoltura è terra consacrata.
In Italia è il camposanto.
E ‘ la terra intoccabile
dell ‘antico cimitero.
Essa rimane agreste come prima.

Così sta scritto sul prisma di travertino all ‘ingresso del monumento votivo militare brasiliano a San Rocco a Pistoia. E ‘ terra agreste dice a ragione la scritta, tutt ‘intorno sono campi a ulivi, vivai di piante, qualche vigna. Nasce come cimitero quello di Pistoia per tumulare 462 soldati e ufficiali brasiliani che presero parte dal 1944 alla Campagna d ‘Italia. Nel 1960 furono riportati in patria, tranne un corpo che non identificato rimase come milite ignoto presso il monumento eretto nel 1967 su progetto di Olavo Redig de Campos, della scuola di Oscar Niemeyer.
Non ci si aspetta di trovare un architettura in puro stile modernista brasiliano qua accanto ad un piccolo cimitero cattolico, con la sua chiesetta in mezzo alla campagna pistoiese. C ‘è un bel silenzio, incorniciato di tanto in tanto dal suono delle campane. Si elevano dei grandi cedri a segnare l ‘ingresso di una prospettiva tutta lastricata di travertino che porta a un baldacchino dalla volta appoggiata su quattro pilastri, cifra ricorrente di tutta l ‘esperienza architettonica brasiliana. Intorno un piccolo parco, una fiamma accesa al vento e un piccolo padiglione aperto, tutto bianco e candido. Sul fondo una vasca d ‘acqua limitata da un muro anch ‘esso in travertino dove sono incisi i 462 nomi.
Dentro la vasca un po ‘ melmosa si muove strisciando un lungo tubo di gomma per il ricambio d ‘acqua e sbrodola e striscia e forse anche noi abbiamo pensato che fosse un ‘anaconda del Rio delle Amazzoni in quel silenzio. Si vede il piccolo cimitero cattolico, è un campo più piccolo appena confinante, pieno di coppie di pensionati, signore sulla settantina con belle permanenti bianche e soffici, le fotografie sono quelle delle occasioni, i vestiti a fiori stampati di qualche battesimo o comunione di una ventina di anni fa. La terra condivisa da tante storie, agreste fino a quando non ci costruiranno qualche Lidl o un Obi, e rimane come prima, perche a San Rocco tutto sembra rimanere come prima, come sempre.

Cimitero germanico al Passo della Futa:
A vederli cazzeggiare ora con i loro vestiti assortiti male, largamente comodi, sembra impossibile che siano stati qua, ragazzetti bianco rosei di vent ‘anni con la loro peluria biondastra, gli occhi chiari sotto gli elmetti fichissimi dell ‘armata tedesca, ad aspettare nel buio o nella neve fino al collo. Non te ne frega molto da che parte stanno, se tu vieni qua, questa è casa loro e lo capisci appena arrivi, scorgendo il cottage dei custodi, tutto di legno, dipinto di marrone, sembra uscito da un catalogo di un discount. La strada che si stacca dall ‘autostrada per Firenze costeggia a tratti il lago di Bilancino e poi sale e si dilunga in tornanti, salite, rapide discese, boschi di abeti, faggi e radure, è la strada che porta a Bologna, sull ‘Appennino tosco romagnolo.
Al Passo della Futa, glorie ciclistiche e campioni della Mille Miglia, e anche un cancello a cui si accede a una collina regolata in tante spire di terrapieni sorretti da muri in pietra grigia, come li avrebbero fatti i contadini di qua, in altri tempi, per altre occasioni. I sentieri che girano attorno sono molto curati, disegnati con pietre e ghiaia, sui terrazzamenti serie ordinate di lastre di granito grigio con inscritti due nomi ciascuna. Si ascende alla collina da sentieri perpendicolari e si scorge sulla sommità una guglia scura, una scheggia di granata che dal cielo è piombata tra questi lembi di Toscana alzando la terra come farebbe un vero proiettile, una casa italiana per 30683 militari tedeschi caduti durante la seconda guerra mondiale. I loro nomi si leggono nella cripta, sull ‘apice di questo monte, nel granito scuro appena illuminato dalla luce che passa dalle feritoie di bunker, quasi a perpetuare a quei morti una farsa che ancora serenamente li può illudere. Da sopra una vista ampissima, tanto che sembra di scorgerla Bologna, sembra di arrivare con lo sguardo fino a Firenze da questa fortezza. Ci si perde nell ‘orizzonte. Cosa può significare essere Fritz e Todt e Otto in un paese straniero, a vent ‘anni, a volte anche diciannove? Penso alla mia nonna, a quando mi faceva le farfalle al burro e preparava l ‘Idrolitina sul tavolo della casetta in fondo all ‘orto e a me sembrava che con quella bustina effervescente nella bottiglia si potesse essere felice. Penso anche alla nonna di Fritz e Otto, nelle loro case di Amburgo, Monaco, Dusseldorf che forse non preparavano le farfalle al burro ma che si saranno sicuramente preoccupate che i loro nipoti non si riempissero lo stomaco di acqua e Idrolitina, saranno state sicuramente nei loro pensieri, la quotidianità è preziosa. L ‘architettura di Dieter Osterlen parla tedesco, infonde ai visitatori un senso di rispettosa umanità, si fa paesaggio.

Cimitero Americano dei Falciani
Il cimitero americano si scorge a tratti anche dall ‘ autostrada che da Firenze porta a Siena, è stato così che lo vidi per la prima volta, grazie alla sua felice posizione, in una valle circondata da colline boscose.
Il fiume Greve che attraversa le colline toscane scorrendo verso l ‘Arno, arrivando in località Falciani delimita un pendio collinare pianeggiante, intorno a boschi tormentati e verdissimi. La metafora con lo Stige sarebbe fin troppo facile, se non fosse che qua si attraversa comodamente con un ponte rivestito in travertino, pietra che è presente su tutte le superfici costruite del memoriale. Due piccoli edifici gemelli fiancheggiano l ‘ingresso al ponte, uno è il centro visitatori, di cui ho approfittato non appena arrivato avendo un incredibile bisogno del bagno, le bandiere americane imperversano ovunque, anche di fianco al caminetto del salottino di rappresentanza. Un caddy a sei posti sta parcheggiato appena fuori, e il riferimento non è casuale perche ci si potrebbe trovare in un bellissimo golf club a dieci chilometri da Firenze, nell ‘intorno sale l ‘immenso parterre erboso punteggiato dalle croci e dalle stele di Davide. Il paesaggio progettato dagli architetti paesaggisti Gilmore D. Clarke (1892-1982) and Michael Rapuano (1904-1975) è ben leggibile: il verde più scuro dei pini domestici, cipressi e cedri si accorda naturalmente sui margini a quello della vegetazione circostante, all ‘interno invece due lunghi viali paralleli di platani verde brillante dividono il campo e raggiungono il memoriale, di fianco alla strada siepi di bosso inquadrano aiuole di rose variopinte. I platani furono già stati utilizzati dallo studio di New York Clarke e Rapuano nei progetti per Bryant Park a New York nel 1934 e a Battery Park nel 1941, nel cimitero dei Falciani questi alberi sono formati e gli impalcati sono orizzontali come grandi candelabri. Anche una volta raggiunto il memoriale l ‘impressione maggiore è che di questo immenso altare, dove le tombe sono alfabeticamente ordinate, dove regna simmetria e anche i nomi dei dispersi formano un pattern ortogonale sulla facciata del padiglione, il paesaggio sia la vera architettura e lo si legge in prospettive lunghe, panorami costruiti di una toscana arcadica immaginata e disegnata al tavolo. Un signore della zona con un piccolo martello e della calce risistema minuziosamente uno a uno i sassi del selciato, lo Spirito della pace veglia sopra un obelisco alto venti metri, mentre un trattore falcia l ‘erba in mezzo alle tombe con una confusione lontana.

Bibliografia
Aleardi A., Marcetti C. 2011. L ‘architettura in toscana dal 1945 a oggi. Una guida alla selezione delle opere di rilevante interesse storico-artistico. Alinea.
Collotti F. Il paesaggio dei caduti. Dieter Oesterlen, cimitero militare germanico, in Casabella vol 77, n┬░825, Maggio 2013, pp. 70-87, 96-97.
Rossi A., 2011. L ‘architettura della città. Quodlibet.
Sitografia
https://tclf.org/landscapes
http://www.bryantpark.org/
http://blog.nyhistory.org/
http://abmc.gov/cemeteries-memorials

DATI PERSONALI:
Nome: Daniele
Cognome: Gemignani
Data e luogo di nascita:05/08/1984, Pietrasanta
Professione: Ingegnere architetto

Monumento ai soldati brasiliani a Pistoia

Monumento ai soldati brasiliani a Pistoia

 

Cimitero germanico al Passo della Futa

Cimitero germanico al Passo della Futa

 

Cimitero Americano dei Falciani

Cimitero Americano dei Falciani

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