La storia della quinta facciata_ di Elisa Grossi

Testo inedito

Inclinate o piane, continue o discontinue, verdi, calpestabili… Le coperture sono probabilmente, nell ‘organismo edilizio, l ‘elemento costruttivo più interessante e versatile a livello tecnico, formale, e anche simbolico.
A livello tecnico, il tetto nasce chiaramente con l ‘obiettivo di preservare l’ambiente interno dagli agenti atmosferici. Questa funzione di protezione si direbbe quasi atavica piuttosto che ovvia: in effetti, nella casa molto carina senza soffitto senza cucina della famosa filastrocca, non si poteva andare a letto, in quella casa non c’era il tetto. La copertura, partendo dalla semplice obiettivo di delimitare, coprendolo, lo spazio interno, diventa poi un tema progettuale che nel corso dei secoli ha stimolato un ‘evoluzione tecnologica eccezionale. Infatti, si potrà mai affermare definitivamente che una tipologia di copertura, in termini e di impiego dei materiali e di principio costruttivo, garantisce il massimo comfort interno? Il raggiungimento di questa prestazione si configura certamente più in termini di ricerca continua che di obiettivo finale. Tale ricerca non si muove solo sul piano tecnico e funzionale, ma anche e soprattutto su quello formale, al punto che le coperture sono arrivate ad essere protagoniste nella connotazione di movimenti architettonici. In effetti, il Movimento Moderno ha fatto proprio del tetto piano uno dei cardini della sua rivoluzione formale. Le Corbusier riconosce alla copertura un ruolo di importanza primaria: è la quinta facciata. Gaudì, in casa Battlò, vede nella copertura, e specialmente in un elemento prettamente tecnico come la canna fumaria, l ‘occasione per un esercizio formale del tutto originale, arrivando a creare un mondo fantastico fatto di draghi colorati e altre creature oniriche. Qui irrompe l ‘aspetto fiabesco del mondo visto dall ‘alto dei tetti, che da sempre nasconde in sè qualcosa di affascinante e magico.
In realtà, la copertura ricca di elementi zoomorfi e fitomorfi realizzata da Gaudì, pur nella sua modernità, nasce dallo stesso processo creativo da cui hanno tratto origine i primissimi tetti, concepiti a imitazione di elementi naturali quali caverne e alberi. Le prime coperture compaiono infatti già nei villaggi Neolitici e sono a tetto o a cono, per garantire il deflusso della pioggia e della neve. Tuttavia, il tetto inclinato non è stato sempre legato a un ‘istanza di tipo funzionale: nell ‘architettura della Grecia Antica, infatti, il tetto a spioventi è riservato a edifici di grande importanza come i templi (ciò consente inoltre di definire in facciata un elemento che diventa poi di grande importanza formale: il timpano).
Sempre all ‘epoca preistorica risalgono le prime coperture dette a volta, costituite da conci aggettanti l ‘uno sull ‘altro. La volta, nota già in Asia, è stata poi largamente sviluppata dai Romani che l ‘hanno utilizzata per tipologie architettoniche caratterizzate da grandi luci quali terme e basiliche. Pensando al tempio greco e alle terme e basiliche romane, si vede come la copertura diventi l ‘elemento caratterizzante di tipologie architettoniche di importanza primaria nella vita di queste due civiltà, che sono la culla della cultura occidentale. Le istanze tecnica e formale contribuiscono dunque, in questo caso, a definire quella simbolica.
La ricerca inerente alle tipologie di copertura continua poi nella storia dell ‘architettura con innumerevoli esempi, tra cui uno illustre come la cupola di Brunelleschi, che è, da un lato, la più grande cupola in muratura mai costruita, dall ‘altro un capolavoro di equilibrio e armonia. La cupola di Santa Maria del Fiore, composta da elementi tra cui esistono proporzioni auree, è altamente rappresentativa degli ideali dell ‘epoca in cui è stata concepita e costruita, il Rinascimento. Tale considerazione può essere fatta anche in relazione a molte altre coperture: si pensi al tetto giardino di Le Corbusier, che restituisce il verde all ‘uomo in un momento storico in cui, a seguito della prima e seconda rivoluzione industriale, l ‘interesse per la natura era stato messo da parte. Si pensi ancora, in epoca più recente, al Guggenheim Museum di Ghery, che con la sua copertura free-form diventa il simbolo di Bilbao. A bene vedere, dunque, in tutti questi casi la copertura rappresenta fortemente lo spirito della sua epoca, in senso non solo architettonico, ma anche storico e culturale. La copertura, in quanto coronamento degli edifici, definisce lo skyline delle città e quindi della società in cui viviamo. Essa riveste un ruolo fondamentale nell ‘identificazione di quei tipi architettonici che definiscono l ‘utopia di un ‘epoca, utopia intesa nella sua accezione etimologica di eutopia (buon luogo).
Arrivando al panorama contemporaneo, ci si trova davanti ad uno scenario ampio e multiforme. La possibilità, offerta dai software, di concepire e disegnare forme sempre più complesse ha sbilanciato la ricerca progettuale, sull ‘architettura in generale e sulle coperture in particolare, in maniera decisa verso l ‘istanza formale, lasciando da parte completamente quella funzionale e mettendo quella tecnica a servizio quasi esclusivo dell ‘estetica. Tale tendenza è per certi versi rischiosa, in quanto può portare al travisamento dell ‘eutopia in outopia (non-luogo). Oggi, infatti, la globalizzazione si pone in antitesi con quegli aspetti locali che sono fondamentali nella progettazione delle coperture, quali clima e cultura del luogo. Tuttavia, diverse esperienze recenti incitano a credere che questa fase sia già in via di superamento, a favore di un ritorno a una progettazione più bilanciata. Si pensi, ad esempio, al filone attuale dei tetti verdi, ben rappresentato dalla copertura della California Academy of Science di Renzo Piano, che appare come un lembo di parco posato sopra l ‘edificio museale.
I tetti verdi, che oggi costituiscono un elemento fondamentale nelle costruzioni sostenibili, hanno in realtà origini lontane, nei giardini pensili di Babilonia del 600 a.C.. In Italia, dei ritrovamenti archeologici testimoniano la presenza di coperture verdi negli abitati etruschi del 400 a.C.. In seguito, storicamente, è nella penisola scandinava che si è rafforzata la tecnicologia del tetto verde, che è stato poi rilanciato dal Movimento Moderno e ulteriormente sviluppato a partire dagli anni ’70, sulla scia dell ‘interesse crescente per il risparmio energetico. In effetti, se da un lato la scelta di utilizzare un tetto verde viene dalla vocazione al rispetto per la natura, dall ‘altro questa tecnologia costruttiva offre molteplici vantaggi in termini ecologici, funzionali ed economici. Il tetto giardino suggerisce le linee guida per la progettazione delle coperture oggi: in ambito tecnico, la ricerca di soluzioni sostenibili, e in ambito formale, il ritorno ad un percorso progettuale che prenda spunto dalle forme suggerite dalla natura. Quest ‘ultimo principio, rappresentato in modo palese dall ‘albero della vita di Libeskind e dalle forme fitomorfe del Padiglione Italia, è però più sottilmente ripreso in un altro elemento che è diventato connotante del sito dell ‘Expo di Milano: le coperture a tenda dei percorsi pedonali, caratterizzate da una semplicità quasi arcaica. Le tende Cardo e Decumano, nate come elemento secondario funzionale alla distribuzione dei visitatori lungo i padiglioni, diventano in realtà le vere protagoniste dell ‘esposizione. Ciò accade proprio grazie alla riuscita semplicità di queste coperture, in cui disegno architettonico e calcolo strutturale si fondono senza cesure in una forma elementare e conosciuta da sempre come la tenda.
La storia delle coperture e il loro impiego in età contemporanea suggeriscono quella che si può definire l ‘eutopia dei nostri giorni: ora che lo sviluppo della tecnica (know how) ha raggiunto risultati che aprono a infinite possibilità a livello tecnologico, la sfida è quella di non prevaricare il know why, che un tempo era alla base della progettazione così come della maniera di pensare comune. Nel caso specifico delle coperture, tecnicamente è oggi pensabile di realizzare forme estremamente libere, si pensi ad esempio alla cometa di Bellini del Nuovo Centro Congressi a Milano (MiCo), ma questa possibilità deve essere declinata con responsabilità, senza perdere di vista l ‘obiettivo primario: garantire il comfort dell ‘ambiente interno adottando soluzioni sostenibli, dal punto vista economico e ambientale.

DATI PERSONALI:
Nome: Elisa
Cognome: Grossi
Data e luogo di nascita: Bologna, 23/12/1986
Professione: ingegnere edile/architetto

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