La certezza di un futuro incerto: l ‘utopia dell ‘occupante_ di Andrea Silvestri

Testo inedito

Metropolis, 2001: A Space Odyssey, Blade Runner; Fritz Lang, Stanley Kubrick, Ridley Scott. Tre pellicole, tre registi, un risultato emergente: l ‘imprevedibile mondo futuro come proiezione prevedibile del presente. Carattere intrinseco della fantascienza è l ‘interesse verso un futuro prossimo o lontano, futuri questi affermati e rappresentati tramite visioni anticipate, ma immediatamente negati dalle loro stesse immagini poiche queste non appartengono a quel futuro immaginato, ma al suo presente che le genera. Questo concetto si rende particolarmente lampante prestando attenzione all ‘apparato tecnologico. Un mondo fordista governato da macchine dai mille ingranaggi, una nave spaziale gestita ed organizzata da un ‘inquietante mente artificiale e un cacciatore di replicanti immerso in una Los Angeles distopica tra automobili volanti e sistemi DOS: questi mondi non appartengono ad un presunto futuro datato, ma sono l ‘espressione propria della loro contemporaneità cui immancabilmente non possono non appartenere.
La digressione fin qui fatta è volta a far emerge una complicata questione architettonica: è impossibile per l ‘architetto fare progetti definiti per un futuro. L ‘Edificio, una volta ultimato, prende vita propria e si modifica nel tempo in modo indipendente senza seguire i binari decisi dal progettista. Gli edifici mutano nel tempo, trasformandosi essi stessi e cambiando il loro ruolo senza rispettare le previsioni iniziali. Nel discorso modernista emerge una forte contraddizione: da un lato l ‘aspettativa che l ‘ultima preoccupazione dell ‘architetto sia connessa all ‘utilizzo e all ‘occupazione degli edifici progettati, e dall ‘altro la constatazione che il coinvolgimento dell ‘architetto nella costruzione di un edificio cessi nell ‘attimo in cui questo sia occupato. Viene qua introdotto per risolvere questa dicotomia il senso del termine flessibilità.
Dopo gli anni Cinquanta la flessibilità diviene un importante concetto volto a redimere il funzionalismo dagli eccessi deterministi attraverso l ‘introduzione del fattore tempo e dell ‘ignoto. Gropius si fa portavoce di questo nuovo sentire suggerendo di progettare edifici in grado di accogliere la flessibilità sostenendo che l ‘architetto deve concepire l ‘edificio come contenitore del flow of life[1]: l ‘idea di progetto dovrebbe essere abbastanza flessibile da essere uno sfondo adatto ad assorbire la dinamicità della vita moderna. Caratterizza la flessibilità nel moderno l ‘essere garantita tramite mezzi tecnici: questa è una flessibilità rigida poiche, attuandosi tramite le mirabolanti prodezze della nuova tecnologia industriale e della prefabbricazione, non lascia alcuna libertà agli spazi se non quella di poter assolvere più destinazioni. La matrice funzionalista nella determinazione specifica degli spazi, quindi, permane e all ‘uso univoco vengono così semplicemente sovrapposte ulteriori utilizzazioni differenti. Così va inteso il sistema di pannelli a ribalta e scorrevoli di Casa Schràder capaci di garantire sia un ‘ampia zona giorno completamente libera, volontà dell ‘architetto, che dare forma a diversi vani, richiesta questa della signora Schràder.
Esiste una differenza semantica sottile tra adattabilità e flessibilità legata alle intenzioni che muovono verso un fine simile. L ‘adattabilità non è esplicitamente prevista dal progettista dell ‘edificio; è un carattere intrinseco appartenente al manufatto capace di dialogare con chi lo usa in una relazione biunivoca e ciclica per cui l ‘edificio suggerisce gli usi tramite la sua forma e questa è interpretata e letta da che vive gli spazi. Flessibilità invece suggerisce un ‘intenzione, qualcosa di pensato e voluto dal progettista il quale, tramite questa, si proietta oltre il termine della realizzazione fisica dell ‘edificio, organizzando in modo vincolante gli spazi ai differenti usi, utilizzazioni queste che vanno intese come espressione delle esigenze nel momento contingente della progettazione.
E ‘ proprio la volontà del progettista di travalicare l ‘ostacolo sempre esistito della conclusione dell ‘opera come termine ultimo di sua possibile influenza che fa emergere la flessibilità nel Moderno: questa da così l ‘illusione agli architetti di proiettare nel futuro il loro controllo sul manufatto. E immancabilmente questo non si avvera. Nonostante gli affannosi tentativi del Movimento Moderno di oltrepassare il limite dell ‘ultimazione dell ‘edificio, le architetture hanno preso una propria esistenza autonoma e parallelamente la vita stessa ha vinto sull ‘Architettura: non sembra immune da questo destino neanche l ‘opera dei grandi Maestri se si prendono come esempi i casi di Le Corbusier a Pessac-Bordeaux, a Vaucresson ed a Chandigarh. Da questi progetti emerge forte e chiaro come sia impossibile per il progettista voler controllare l ‘intera vita dell ‘edificio, ma come questo venga a mutarsi a nuove situazioni e si adatti a ciò che è richiesto da chi lo utilizza.
La critica alla scarsa considerazione dell ‘utilizzatore ultimo nell ‘iter progettuale moderno costituisce il punto di partenza dei nuovi orientamenti sul dibattito aperto nel Dopoguerra sulla figura utente. L ‘origine del termine va contestualizzata negli anni della ricostruzione e dei welfare states: l ‘Utente nasce quindi come figura connotata dallo svantaggio e dall ‘emarginazione, è colui che occupa l ‘opera senza intervenire attivamente nella formulazione del programma dell ‘architetto. Una figura generica, una persona sconosciuta, un ‘ astrazione senza identità fenomenica[2].
In Italia, la voce di Giancarlo De Carlo attacca ferocemente l ‘approccio moderno e postula una necessaria mutazione per cui siano abbattute le barriere tra chi fa e chi usa: fare ed usare sono due diversi momenti di uno stesso processo progettuale. Nel progettare con loro De Carlo sostiene che il progetto non si conclude con l ‘edificazione, ma continua inaugurando una fase di confronto dialettico e di reciproca influenza tra oggetto e soggetto verso il cambiamento.
Se nel Movimento Moderno è quindi l ‘utente a doversi adeguare allo spazio prescrittivo degli edifici, nei progetti partecipati la condizione è ribaltata, il progetto è plasmato secondo le decisioni degli utenti. Sorge, però, ora il dubbio su chi siano questi utenti.
Henri Lefebvre negli anni Settanta scrive: La pratica spaziale li [utenti ndr] ha emarginati persino nel linguaggio e non esistono nemmeno più parole precise e connotative per designarli. La parola ‘utente ‘ ha qualcosa di vago e sospetto [*] Gli ‘abitanti ‘? Cosa significa questa parola? Tutto e niente. Lo spazio dell ‘utente è vissuto, non rappresentato o concepito[3]. Nel Moderno, nonostante il palliativo della flessibilità, l ‘utente è inteso come l ‘utilizzatore passivo di una strabiliante macchina fondata su principi scientifici senza possibilità d ‘interpretazione. Nella partecipazione, invece, il progetto è definito da e per quegli utenti che, sotto l ‘egida di una comunità democratica, prendono le decisioni e definiscono il progetto assistiti dall ‘architetto. Il risultato è quindi un edificio adatto solo a quegli utenti, adeguato alle sole esigenze di quel momento storico in quella situazione locale. La componente temporale non appartiene alla partecipazione: sono liberi di decidere solo coloro che si trovano implicati nel momento decisionale. La matita dell ‘architetto-demiurgo moderno passa ora a quegli utenti primi, mentre chi utilizzerà in seguito il manufatto è assoggettato alle decisioni dei nuovi utenti-demiurghi. Manca qui quell ‘interazione necessaria che avviene tra l ‘oggetto e il soggetto, tra ciò che si pone in modo da poter essere interpretato e chi interpreta.
Un discorso in questi termini è svolto da Herman Hertzberger che formula una sua teoria delle forme interpretabili ed interpretate, intendendo con incentivo la capacità propria della forma di essere interpretata, e prestazione il modo in cui la forma è interpretata in una particolare situazione. Viene postulata un ‘architettura che, nel momento in cui l ‘utente ne decide una diversa utilizzazione da quella prevista, questa non ne sia turbata e non perda la sua identità: l ‘architettura dovrebbe anzi fornire un incentivo per essere influenzata. Affinche si possano avere differenti significati, ogni forma dovrebbe essere interpretabile da chi la vive, dovrebbe essere capace di assumere i suoi diversi ruoli, assumibili questi solo se tali significati appartengono intrinsecamente all ‘essenza della forma: forma e programma si evocano vicendevolmente. Per queste ragioni Hertzberger oppone ai termini di specificità e flessibilità quello di polivalenza, concetto che sfrutta il valore potenziale aggiunto appartenente alla maggior parte delle forme.
Yona Friedman si spinge oltre seguendo l ‘obiettivo di iniziare un nuovo procedimento volto alla democratizzazione e alla cessione del potere decisionale nelle mani dell ‘utente: nella sua teoria viene così eliminata la figura dell ‘architetto come intermediario al cui posto l ‘utente trova un elenco formato da tutte le combinazioni possibili per soddisfare le sue proprie esigenze concretizzabili tramite un avveniristico hardware. Calzante è l ‘analogia tra l ‘ elenco architettonico ed il menù di un ristorante a proposito del quale Friedman scrive: Il menù contiene una lista di tutti i piatti di cui il ristorante dispone [*]. Nel menù ogni piatto è presente con il suo nome, ed è unito ad una spiegazione sommaria del modo come è stato preparato e l ‘indicazione del prezzo. [*] Il gestore del ristorante non interverrà mai nella scelta, quale che sia, fatta dal cliente (anche se la scelta non è conforme ai suoi gusti personali o se la considera stravagante). Suo compito è quello di servire il cliente secondo la scelta da lui fatta nell ‘elenco, e in base alle avvertenze che esso contiene. In effetti il vero lavoro ‘creativo ‘ del gestore consiste nello stabilire il menù[4].

Le utopie filantrope sono così servite: all ‘Architetto la scelta.

NOTE:
1. Walter Gropius, Eight Steps toward a Solid Architecture, in Architectural Forum 100, febbraio 1954, n┬░ 2. Tratto da: Joan Ockman, Architecture Culture 1943-1968: a Documentary Anthology, Rizzoli, New York 1993, p. 178.
2. Adrian Forty, Parole e edifici. Un vocabolario per l ‘architettura moderna, Pendragon, Bologna 2004, p. 336.
3. Henri Lefebvre, La produzione dello spazio, Moizzi editore, Milano 1976, p. 347.
4. Yona Friedman, Per una architettura scientifica, Officina edizioni, Roma 1975, p. 61.

DATI PERSONALI:
Nome: Andrea
Cognome: Silvestri
Data e luogo di nascita: Ceva (CN), 16/02/1988
Professione: Architetto

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