Filip Dujardin e la Persistenza Della Materia_ di Einar Kajmaku

Testo edito, pubblicato su PresS/Tletter in data 18/10/2015

Fotografo di architettura, Filip Dujardin, utilizza Photoshop per creare un ‘architettura senza tempo. A metà tra il reale e l ‘onirico, come un bravo sarto, mette insieme pezzi, scatti, del reale per creare una sua realtà, frutto di una reazione contro la materia, strumento pesante utilizzato dagli architetti per creare poesia, o quantomeno ciò che vorrebbero fare questi fantomatici artisti.
La sua fotografia, immateriale, non predispone basi per poter capire la sua arte, lascia alla libera interpretazione l ‘osservatore, creando un senso di straneamento, di ambigua disgiunzione tra ciò che vediamo e ciò che non vorremmo mai vedere.
Quali forme artistiche consento all ‘esperienza estetica di trascendere la forma?[1]
La risposta può essere una come mille come nessuna. La forma è materia, e la materia è il reale, ciò che siamo abituati a vedere, a toccare, è ciò che ci hanno imposto sin da piccoli. La forma è la conseguente esaltazione della tecnica, della tecnica intesa come strumento del capitalismo.[2]
Ecco perche la domanda che ci siamo posti non ha alcun senso di fronte alle sue foto.
La forma è la risposta del capitalismo alla distruzione dell ‘architettura avvenuta nel XX sec. Per questo motivo, la forma non può trascendere, non può diventare esperienza estetica, se non attraverso la sua negazione, ecco perche Il senza forma si determina nel tempo, il quale a sua volta è l ‘autodeterminazione del nulla.[3]
├ê dal nulla che Dujardin prende spunto per creare il tutto. Il tutto inteso come una palese presa in giro verso il reale, la realtà, verso tutti coloro che si ostinano a progettare la materia.
Non è un caso infatti che viviamo sotto la dittatura della forma. Forma intesa come solo piacere estetico-edonista fine a se stesso. Questa ambiguità ha ridotto il reale, e i suoi soggetti che lo vivono,ad ingranaggi della macchina burocratica,manipolati nei gusti, nelle opinioni,costretti a vivere in un ambiente degradato con lo spettro incombente del conflitto nucleare.[4]
Gli stessi scenari utilizzati da Dujardin per ipnotizzare il soggetto che guarda le sue foto, ed il soggetto delle sue foto.
La fotografia cattura il tempo. Affinche noi possiamo evitare che la nostra anima si disperda in frammenti[5], ma questo non importa a Dujardin, anzi, vuole la disperazione dell ‘anima, della forma in un tempo senza tempo, colloquiando col nulla per poter capire l ‘ambiguità del nostro presente.
Ovvero, una palese e sofisticata presa in giro.

NOTE:
1_L ‘estetica contemporanea, pag 49,Mario Perniola,società editrice il Mulino,2011
2_Distruzione e progetto l ‘architettura promessa, Nicola Emery, Christian Marinotti Edizioni
3_L ‘estetica contemporanea, pag 59, Mario Perniola, società editrice il Mulino,2011
4_Avere o Essere, Erich Fromm,Mondadori, 1999
5_Antologia di Spoon River,pag 211,Edgar Lee Masters,Einaudi Editori, 2009

DATI PERSONALI:
Nome: Einar
Cognome: Kajmaku
Data e luogo di nascita: 15/10/1992, Valona (AL)
Professione: Studente

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