Di cosa parliamo quando parliamo di case_ di Luana Iuliani

Testo inedito

Nell’autunno 2013 ho partecipato ad uno studio coordinato dall’ Università di Madrid, che aveva come oggetto l’approfondimento del fenomeno del social housing in Spagna nell’ultimo ventennio. Il mio compito era quello di rintracciare tutte le residenze sociali pubblicate sulle principali riviste di architettura spagnole nel periodo 1992-2012.

Collaboravo con una ragazza : insieme avremmo dovuto sondare un quantitativo considerevole di riviste, trovare i casi, scansirli e registrali nell’archivio digitale che avevamo a disposizione.
Per concludere la fase di ricerca avevamo a disposizione poco più di due mesi, avevo fittato una stanza in centro e ogni giorno, mentre percorrevo il tratto di strada che mi separava dalla biblioteca, sentivo un certo entusiasmo all’idea che sarei rimasta fino a sera tra quelle riviste.
Da più di un anno mi dedicavo a studiare il cosidetto social housing e l’occasione di affrontare una ricerca in maniera così sistematica, mi lasciava coltivare la speranza che in quel modo avrei potuto finalmente capire qualcosa in più della vita di quelle strane creature dell’architettura che sono le residenze sociali.
Prima di allora non mi ero resa conto della straordinaria produzione architettonica che aveva interessato la Spagna nel’ultimo ventennio, le cifre erano enormi. Tra il 1997 e il 2007 il numero di case costruite è stato superiore a quello di Francia, Germania e Regno Unito insieme.
Solo nel 2006, due anni prima del tracollo finanziario globale, erano state costruite 800.000 nuove case, metà delle quali erano Viviendas de protecci├│n oficiales, case popolari.
Moltissime grandi firme sono state chiamate a confrontarsi con l’edilizia residenziale con un approccio complesso, capace di rispondere ad esigenze di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica oltre che di semplice emergenza abitativa. Gli alloggi pubblicizzati sulle riviste,
grondavano di soluzioni raffinatissime e reclame di spazi comuni, collettivi, spazi-filtro, luoghi di incontro innovativi e spettacolari.
La città di Madrid ha affrontato, in particolare nell’area nord- est e sud- est, una consistente urbanizzazione, caratterizzata dai cosiddetti PAU (Programa de Actuaciòn Urbanistica), aree di espansione destinate ad assorbire l’enorme domanda di alloggi della capitale attraverso impianti moderni dotati di alta qualità ambientale, bassa densità ed ampie zone verdi.
Sia nell’area a Nord nelle aree di Arroyo del Fresno, Montecarmelo, Las Tablas o Sanchinarro, sia in zone come Vallecas o Carabanchel, sono stati progettati quartieri residenziali da manuale che in quegli anni sono diventati laboratori di sperimentazioni per gli studi di architettura di mezzo mondo.
Nei due mesi passati in biblioteca, abbiamo organizzato delle mappe su cui segnare gli edifici di architettura residenziale più significativi dell’area metropolitana della città. L’idea era che, una volta terminata la ricerca, avremmo fatto dei sopralluoghi e visitato il maggior numero possibile di essi, cercando di confrontare le porposte con l’ esito effettivo della strategia progettuale a qualche anno di distanza dalla loro realizzazione.
MVRDV, FOA, Abalos e Herreros, Langarita e Navarro, Morphosis, Canovas e Amman, Dosmasuno, Aranguren e Gallegos, erano solo alcuni dei nomi sulle nostre mappe.

Parte II

Nell’ anno in cui si è trovata ad affrontare la crisi immobiliare, la Spagna era reduce da un ventennio di enorme crescita economica che aveva visto incrementare di oltre il 50 % la propria urbanizzazione, con primati come quello di possedere il doppio degli aereoporti commerciali della Germania e la più grande rete di autostrade di Europa.
Gli effetti della crisi sono stati devastanti: dal 2008 al 2012 il valore degli immobili è precipitato fino al 60 %, le banche hanno sequestrato circa 300.000 alloggi, si sono persi oltre 3 milioni e mezzo di posti di lavoro: i grandi progetti di sviluppo urbano alle porte di Madrid, sono diventati distese oceaniche di case vuote.

In una delle nostre prime escursioni, passeggiando lungo queste varie aree semideserte, ricordo di aver riflettuto sul significato di un testo di Lina Bo Bardi del 1947 dal titolo in Europa la casa dell’uomo crollò . Si trattava di una riflessione sulla distruzione causata dalla guerra, di una testimonianza scritta tra le macerie all’indomani della fine di un conflitto in cui l’architetto si interrogava su cosa rimaneva delle vecchie case ormai ridotte in polvere, e cosa ne sarebbe stato delle nuove, quelle che di lì a poco si sarebbe incominciato a ricostruire. La casa dell’Uomo è crollata in Europa. Non pensavamo sarebbe sparita così; era molto sicura, era un ‘baluardo’; c’era qualcosa di più stabile della casa?mi chiedevo anch’io passeggiando in quei luoghi pietrificati, resi quasi metafisici dal silenzio che li caratterizzava.
La sensazione iniziale che ho avuto passeggiando per Vallecas, una superficie di 700 ettari in cui nel 2013 abitavano solamente 20 mila persone, è stata quella di attraversare un luogo all’indomani di una guerra nucleare. Uno scenario simile a quello in cui doveva essersi trovata Lina Bo Bardi settant’anni prima.
Case a blocco, a torre, a schiera, insieme ad una geografia di loro variazioni dominavano le grosse pianure, di tanto in tanto grossi edifici, spesso di colori vivaci o forme scultoree, imponendosi per essere l’esercizio di stile di questa o quella firma.
Molte di questi edifici li avevamo studiati e ammirati, molti di essi risolvevano con soluzioni formali accattivanti i loro rapporti geometrici con la strada, il lotto, la corte; in alcuni siamo riuscite ad entrare, a visitarne gli spazi interni e a costatarne la sapienza nella distribuzione degli spazi e nella progettazione degli alloggi. In alcuni casi gli inquilini si mostrano fieri di farci da guida nelle proprie case, felici di esibire i propri alloggi ben progettati.
Abbiamo passato un’ora sulla grande terrazza del Mirador ad osservare la città, la grande rotonda sotto l’edificio e lo sterrato che lo circonda mentre una inquilina più giovane di noi ci raccontava di come sia impossibile far giocare i bambini lassù e di come in generale quello spazio non abbia molto successo come spazio di incontro tra gli inquilini. Io e la mia collega abbiamo continuato a fotografare ogni angolo di quell’enorme spazio colorato che ci sembrava comunque bellissimo.

Lungo le enormi distese di case e strade, di parcheggi e parchi, quasi un paradiso degli standard urbanistici, mi domandavo come fosse vivere qui, mi chiedevo se fosse questa divergenza tra i modi di vivere, tra la realtà quotidiana e l’offerta di mercato a rendere questi spazi così disconnessi dalla realtà oppure se essi avessero soltanto subito l’impatto con un territorio incapace di assorbirli completamente.
Gli edifici con le loro forme bizzarre e i colori sgargianti sembravano opporsi alla massificazione, rivendicare una propria identità, e in questa periferia ordinata e scandita dai grossi boulevard, nonostante le insegne delle case rimaste invendute, incominciavano ad essere visibili i primi segnali di ripresa dopo un lungo periodo di stallo.
Più imparo a conoscere questi luoghi più scopro che questi edifici, queste strade e questi parchetti residenziali, ci parlano di noi molto più di noi di quanto le riviste di architettura non siano state in grado di fare negli ultimi vent’anni. Camminare in questi luoghi mi trasmetteva un grande senso di libertà mentre capivo che la crisi qui non è stata come una guerra, ma piuttosto come un’opportunità, che questi territori sono pezzi di città eppure conservano la loro identità di spazi rurali, marginali, sembrano sfuggiti per errore alla macchina che li avrebbe resi delle perfette città satellite o dei perfetti quartieri dormitorio.
Percorrendo il bordo recintato di queste grosse case come in un grande zoo, mi rendo conto che c’è qualcosa che fa somigliare questi edifici ai loro cugini che affollano le periferie d’Europa da settant’anni, nonostante i loro colori, i loro spazi innovativi, i materiali utilizzati, nonostante l’organizzazione meticolosa degli spazi interni ed è la sensazione che queste case terminano dove comincia la città , come se questa appartenesse ad un’altra disciplina.

DATI PERSONALI:
Nome: Luana
Cognome: Iuliani
Data e luogo di nascita: 07/10/1985, Benevento
Professione: Architetto

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