Gillo Dorfles, deformazione e automatismi – di Alessandra Muntoni

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La mostra del MACRO squaderna tutta l’opera artistica di Dorfles svolta lungo più di 70 anni della sua vita di ultracentenario. Siamo cresciuti leggendo alcuni suoi libri chiave o a cominciare da quel L’Architettura moderna col quale siamo entrati da studenti nella Facoltà di Architettura o , e pur sapendolo pittore e scultore, questo così vasto repertorio del suo lavoro ci stupisce e c’insegna che cosa significhi la ricerca.

Molti lo hanno definito eclettico, aggettivo che invece questa mostra smentisce in modo clamoroso.

Se si pensa al suo incessante interesse critico per la trasformazione delle arti e la sua valutazione dell’oggetto artistico non solo come comunicatore estetico, ma anche come complemento socio-antropologico, indicatore del gusto, supporto alla tecnologia, ispiratore del design, come indispensabile manifestazione dell’essere nel mondo, potrebbe essere un aggettivo appropriato.

Ma se si segue dagli anni Trenta al 2014 questa serie infinita di dipinti, sculture, incisioni, ci convinciamo del contrario. Certo, Dorfles assorbe diverse impronte della cultura che lo circonda o futurismo, espressionismo, surrealismo, avanguardie, movimento arte concreta o ma fin dall’inizio ha trovato un suo modo personalissimo di interpretare tutto ciò e per tutta la vita continua, in modo ossessivo, a ripetere lo stesso gesto. ├ê la sintesi tra deformazione e duplicazione di una materia magmatica. Quasi un incubo che, con un procedimento automatico, parte da una linea, ma poi la piega a ghirigoro facendola tornare su se stessa, cosicche quella lascia sulla tela una traccia indelebile che poi il colore ÔÇÆ con cromatismi talvolta ghiacciati, lividi, acidi, talaltra squillanti, violenti, urtanti ÔÇÆ riempie di materia vibrante. Una metamorfosi che finisce per depositarsi in due figure che si guardano a specchio, duplicazione dell’io che parla con se stesso prima di confrontarsi con gli altri. Iterazione, probabilmente, della sua formidabile duttilità mentale, della sua curiosità psicanalitica d’indagine sulle complesse motivazioni dell’agire in tutte le direzioni.

Tra il Paesaggio iperboreo del 1935 e L’incubo scapigliato del 2014, passando per la cartella Interferenze del 1999, c’è una continuità metodologica e figurativa impressionante.

Achille Bonito Oliva dice che Gillo Dorfles scavalca il presente e cavalca il futuro con il suo sguardo ciclopico. Ha ragione. Proprio l’occhio di Gillo è presente in quasi tutti i suoi quadri: è quel punto nero circondato da una massa magmatica di materia informe che buca e orienta, e segna. Come quell’occhio nero che sembra spento ma vede ancora benissimo, nella sua faccia immobile di centenario, solcata da mille pieghe, che ricorda il profilo mummificato di un faraone egiziano.

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