Giuseppe Terragni a Roma – di Massimo Locci

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Dopo la mostra e il ciclo d ‘incontri Giuseppe Terragni a Roma, iniziativa itinerante della Casa dell ‘Architettura (ospitata in varie sedi, è ora nel Palazzo Dosi di Rieti), esce il ponderoso catalogo per i tipi di Prospettive Edizioni dell ‘Ordine degli Architetti di Roma. Il libro, a cura di Flavio Mangione, Luca Ribichini e Attilio Terragni, oltre che per i numerosi e inediti contributi, si segnala per la ricchezza e la qualità critico-interpretativa della documentazione iconografica. La ricerca sulle opere romane di Giuseppe Terragni è stata metodologicamente affrontata sotto più aspetti: storico, progettuale e quelli legati alla rappresentazione dell ‘architettura.

Non poteva essere diversamente, considerando che è l ‘esito di un lungo lavoro, di ricerca documentaria e di rilettura spaziale, incentrato sull ‘analisi di dieci suoi progetti per Roma. Tutti non realizzati, tranne la sala O della Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932. Come è noto, sono opere di grande impegno progettuale (Terragni in collaborazione con altri), frutto di importanti concorsi che hanno segnato il dibattito architettonico del Novecento, rimaste purtroppo sulla carta.

Alcune proposte, a mio parere e non solo, avrebbero potuto cambiare l ‘immagine di ambiti problematici della capitale, in particolare dell ‘EUR. Dall ‘esposizione deriva proprio un interrogativo in parte retorico: quanto diversa sarebbe potuta essere l ‘immagine di Roma con l ‘inserto di architettura moderna in ambito storico, come nell ‘area dei Fori Imperiali e di Trastevere; ma anche quanto la realizzazione della proposta di Terragni per il Palazzo dei Congressi avrebbe cambiato le sorti e le derive monumentaliste dell ‘EUR?.

Il lavoro di ricerca è iniziato nella Facoltà di Architettura della Sapienza in collaborazione con la Fondazione CE.S.A.R. ed è stato sviluppato da un nutrito gruppo di specialisti, coordinato dai curatori, specificamente per la mostra alla Casa dell ‘Architettura di Roma. Caratterizza lo studio la volontà di raggiungere una restituzione empirica della facies architettonica molto realistica e attendibile (anche costruttivamente e nei materiali); soprattutto resa vivace con i linguaggi di comunicazione grafica, che sono quelli attuali usati dai progettisti. Rifiutando ogni costrutto astratto, teorico o utopistico, hanno ottenuto un risultato di effettiva e tangibile fattibilità, che avvicina molto l ‘opera di Terragni alla moderna sensibilità espressiva e alla cultura contemporanea nel suo complesso.

Le tavole riproducono ipotesi ricostruttive iper-realistiche delle morfologie complessive (inserite nel contesto attuale) e degli spazi interni, realizzate con tecniche sofisticate di modellazione tridimensionale e renderizzazione. Soprattutto tengono conto degli elaborati presentati ai concorsi o presenti negli archivi dei diversi progettisti, delle descrizioni nelle varie relazioni delle soluzioni formali, delle immagini dei plastici, delle indicazioni dei materiali e, infine, del confronto con altre opere realizzate dagli stessi autori. Sono state sentite anche le aziende fornitrici dei semilavorati, ad esempio quelle degli infissi e delle componenti in vetro sagomato.

Un lavoro complesso anche per la difficoltà di far combaciare le varie indicazioni grafiche originarie, che nelle fasi di concorso sono spesso sommarie e imprecise. Gli elaborati progettuali sono stati analizzati a lungo e preliminarmente rielaborati nelle piante, nei prospetti e nelle sezioni per renderli omogenei e congruenti anche con gli schizzi e i plastici, ma anche con le descrizioni fatte a posteriori dai co-progettisti. (Correttamente le parti reinterpretate dei grafici sono indicate con diversa colorazione). Ogni singolo progetto è stato vivisezionato sotto il profilo storico, tettonico e costruttivo nell ‘ottica specifica della critica operativa dell ‘architettura, sostenuta e promossa da Bruno Zevi (ma anche da Giulio Carlo Argan e Manfredo Tafuri).

Nel mio piccolo contributo al catalogo ho cercato di evidenziare proprio il ruolo, peraltro ben noto, svolto da Bruno Zevi a partire dagli anni ’60 nella riscoperta/valorizzazione dell ‘opera di Terragni, per cui non posso che valutare del tutto condivisibile l ‘approccio sistemico degli autori, in cui tutto è immerso in un universo comunicativo e relazionale, come entità che agisce/reagisce/interagisce, per leggere e interpretare sia l ‘esperienza storica, sia gli indirizzi del contemporaneo, proprio come sosteneva Zevi. Interpretare l ‘architettura in termini critici, attraverso lo scavo in profondità e la ricerca delle alternative, è condizione di autenticità della ricerca. Approccio che calza perfettamente anche con il metodo di Terragni: in lui interagiscono sensualità e razionalità, processi rispettosi del contesto ma non mimetici, capaci di reintegrare edificio-città-paesaggio.

La ricerca coordinata da Mangione e Ribichini analizza la sua opera anche come dialogo tra architettura e arte, relazione complessa e talvolta anche controversa: dalle contaminazioni delle Avanguardie storiche, Futurismo e Costruttivismo in particolare, fino all ‘assimilazione reciproca nei linguaggi dell ‘Astrattismo. Terragni immaginava processi artistici con la partecipazione popolare, per veicolare e amplificare le idee che il Fascismo aveva suscitato. Riteneva che l’arte applicata non esprimesse un valore gerarchico di classe, come nel passato, ma svolgesse una funzione edificatrice collettiva. Il suo era un tentativo di gestire il passaggio dall ‘utopia alla coscienza politica del quotidiano, sottoponendola al giudizio di una testimonianza critica e trasformando la storia in qualità di progetto.

Terragni o scrive Flavio Mangione – non riteneva mai di affrontare un problema che non fosse legato a qualcosa di reale: << L ‘architettura o diceva (Terragni)o ha sempre un pretesto, se questo non c ‘è, non è più architettura, ma scultura [*]. L ‘architettura non può essere mai soltanto una composizione di elementi in un certo rapporto, è una casa, una scuola, un aeroporto>>. Sarà proprio quando il rapporto con il reale richiese un impegno straordinario, quando le condizioni al contorno si presentarono insormontabili o irrisolvibili, che Terragni rispose assumendosi il massimo dei rischi, a costo di pagarne le conseguenze. Teneva più al futuro che all ‘architettura. E quando tornò dalla Russia smise di pensare all ‘architettura e morì pensando al suo paese.

In verità il Fascismo, dopo il concorso della Stazione di Firenze e quello per gli uffici postali di Roma del ’32, cambiò obiettivo: la linea culturale ufficiale si cristallizzò e la stagione dell ‘architettura moderna sostanzialmente finì. Sconfessando il ruolo delle Avanguardie, la burocrazia del partito appoggiò sempre più apertamente espressioni mediocri e accademiche, negando autonomia alla ricerca. Della stagione dei concorsi romani rimane oggi la memoria del grande confronto di idee e la testimonianza di un conflitto generazionale, evidenziato dalla divaricazione tra la dimensione sperimentale dei giovani progettisti e l’aspirazione a linguaggi “monumentali e aulici” sostenute dagli accademici presenti in gran numero nelle commissioni giudicatrici.

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