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Ritorno al futuro 1 – di Francesco Papale

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Ha ancora senso pianificare future trasformazioni territoriali sulla base di previsioni che, tra l ‘altro, diventano di fatto realizzabili dopo tempi lontani da quello in cui esse sono state formulate, data ormai per certa la lungaggine dei tempi di approvazione dei piani e, perciò, delle loro effettiva attuazione?

Che senso ha, per fare un esempio, prevedere una espansione urbana se poi, al tempo della sua possibile realizzazione, non si presentano più le condizioni economiche per realizzarla? Oppure la previsione di una infrastruttura territoriale che poi risulta, per una serie di ragioni, irrealizzabile?

La risposta corrente e tradizionale è: si redige una variante.

Ma si torna al punto di prima: che valore ha una variante sulla base di nuove previsioni soggette a variazioni lungo il tempo della sua approvazione?

Alla base di tali ragionamento evidentemente sta un fattore ineliminabile: il tempo.

Non è stato sempre così.

Roma centuriava e poi: cardo e decumano e via con la nuova città.

Lo stesso per i coloni greci in Sicilia: griglia ippodamea e nuova città.

Le città ideali del Rinascimento? Disegno ideativo e realizzazione.

Le città giardino dell ‘800? Lo stesso.

Persino le new town del secolo scorso: progettate e realizzate.

I problemi della discrasia, nel senso di incongruenza, tra tempo e conoscenza/azione nascono con la teoria dell ‘urbanistica razionalista.

Non si tratta più di realizzare nuove città (anche se essa viene utilizzata pure a questo scopo: vedi le nuove città dell ‘agro pontino bonificato) ma di prevedere la razionalizzazione e lo sviluppo di quelle esistenti: esempio classico il piano di Amsterdam.

Se può essere ancora accettabile una teoria revisionistica dell ‘attuale pianificazione, non mi pare che essa abbia potuto dare i risultati sperati proprio per la imprevedibilità dei suoi risultati nel tempo.

Non c ‘è infatti, almeno per ora, un modo di agire nel tempo reale. Non si è trovato cioè uno strumento che tenga conto della realtà, specie economica ma anche sociale, che si presenta al momento di realizzare quanto previsto nello strumento urbanistico che si trova, così, incapace di produrre gli effetti previsti.

La discrasia tra previsione e realizzazione contrasta la flessibilità del piano.

In altri termini ciò che manca è la possibilità di una pianificazione in tempo reale.

Ma ciò è possibile?

Nel 1993, edito da Edizioni Dedalo di Bari, fu pubblicato il libro di John Friedmann Pianificazione e dominio pubblico: dalla conoscenza all ‘azione che provocò un largo dibattito tra gli urbanisti. Io stesso ne feci oggetto di una tesi di laurea e di un lavoro presentato al convegno annuale dell ‘AISRE all ‘Aquila nel 1998. Ne riferii anche in un articolo, pubblicato dieci anni fa nella rivista dell ‘Ordine degli Ingegneri di Catania, Tecnica e Ricostruzione dal titolo Pianificazione, concertazione e partecipazione: ieri, oggi, domani e dopodomani.

Il tema del libro atteneva proprio al superamento della discrasia tra previsione e realizzazione attuando una pianificazione che non produce decisioni conclusive, peraltro improbabili nella presa di coscienza della imprevedibilità degli eventi, ma viene esercitata nei modi con cui le decisioni vengono democraticamente prese nel fluire del tempo e degli eventi stessi.[1]

Tale forma di pianificazione è stata chiamata da Friedmann con il suggestivo nome di Pianificazione non euclidea, in quanto alle tre dimensioni fisiche aggiunge la dimensione temporale, cioè il tempo reale degli accadimenti quotidiani invece che il tempo futuro immaginato che è precipuo, sia della pianificazione tradizionale, sia di quella più avanzata come la pianificazione strategica.

Queste, infatti, lavorano su scenari futuri alternativi, frutto delle scelte strategiche e degli obiettivi che si vogliono raggiungere, ma pur sempre immaginati e non reali. Mentre i pianificatori, secondo la concezione non euclidea, saranno sempre più nel pieno delle cose invece che nella aleatorietà delle azioni che la loro pianificazione pretenderebbe dirigere sotto il modello tradizionale perche cercano costantemente l ‘iterazione fronte a fronte con il tempo reale.

Questo non significa che sia futile immaginare un tempo futuro, che non serva avere progetti, simulazioni e altri studi sui quali potere o dovere basare le azioni da svolgere negli anni a venire. La preoccupazione per il futuro continuerà a giocare una carta importante nella pianificazione.

Il punto è un altro. Secondo il nostro autore l ‘enfasi della pianificazione non euclidea dovrà porsi nei processi che operano nel tempo attuale o reale, perche i pianificatori possono essere efficaci solo nel presente effimero e comunque senza decidere.

Si tratta certamente di un ‘idea che sembra azzardata. Come possono, infatti, i pianificatori essere efficaci senza potere decidere? Qui sta l ‘originale salto di concetto: se, dice l ‘autore, la pianificazione non euclidea pretende di essere una continua iterazione fronte a fronte con il tempo reale e questo tempo è mutevole, è effimero, allora non è possibile prendere decisioni che riguardano il tempo futuro, sconosciuto e imprevedibile.

E allora, che fare, se non si può decidere? Si tratta di introdurre nella pianificazione uno stile nuovo, dove si intrecciano negoziazione, apprendimento sociale, presenza continua, innovazione, conoscenza, azione, retro-alimentazione critica, che l ‘autore stesso propone nel dare queste che sono le caratteristiche del suo modello di pianificazione.

Ne discende la caratteristica eminentemente politica che questa forma di pianificazione assume poiche coinvolge il pianificatore nella stessa attuazione delle strategie e delle tattiche, diversamente dai modelli tradizionali che considerano la pianificazione come pratica effettiva e neutra rispetto ai suoi effetti sociali e politici.

Così come emerge la sua caratteristica negoziale in quanto si persegue la congiunzione della conoscenza esperta, tipica dell ‘attuale pianificatore, con quella sperimentale, tipica delle persone non specialistiche, cercando diversità di soluzioni e sollecitando la partecipazione e la capacità della gente verso la pratica attiva in un processo di mutuo apprendimento e aiutando la creazione del senso della solidarietà collettiva.

Il modello, infine, si basa sull ‘apprendimento sociale, diversamente dai modelli tradizionali che orientano la loro attività nella produzione di documenti chiudendosi, di fatto, alla verifica effettiva del pubblico che viene riservata solo agli aspetti formali della pianificazione (pubblicità degli atti, osservazioni ex post, relative deduzioni, etc.).

Il sistema dell ‘apprendimento sociale, invece, difende e diffonde un processo aperto nel quale giocano la retroalimentazione critica, il procedimento veramente democratico, la diffusione dell ‘informazione, e, nello stesso tempo, una leadership sicura e coraggiosa che non abbia paura ad ammettere i propri errori, una cultura politica che non vada dietro ai vantaggi immediati, una capacità di indagine e di riconsiderazione delle strategie impiegate, dell ‘immagine e dei valori assunti.

A ben vedere, il tipo di pianificazione proposto da Friedmann apparirebbe non lontano dal modello strategico che molti Paesi hanno sperimentato con un certo successo e che, per il nostro, potrebbe costituire il banco di prova nel quadro della sempre auspicata riforma urbanistica.

Il modello della pianificazione non euclidea aggiunge, però, non poco al modello strategico, innovandolo soprattutto concettualmente nella considerazione del fattore spazio-temporale che travolge e ribalta le stesse pratiche innovative, per non dire di quelle ancora tradizionali.

In quanto alle differenze tra il modello di Friedmann e i modelli attuali, si pensi alla capacità che esso contiene di cogliere efficacemente le forme del tempo mutevole nel loro concorrere agli obiettivi della pianificazione.

Si pensi anche al ruolo politico che assume il pianificatore coinvolto nella stessa attuazione delle strategie e delle tattiche di piano. Lo stesso concetto di negoziazione in esso assume significati diversi e, direi, molto più pregnanti di quelli portati avanti dalla pianificazione strategica.

Nel modello, infatti, la negoziazione viene vista come il risultato dell ‘unione della conoscenza esperta con quella sperimentale e non codificata, di cui divengono conseguenze dirette sia la partecipazione, sia la ricerca delle diversità di soluzioni, sia, ancora, la creazione del senso di solidarietà collettiva.

Il concetto più innovativo del modello non euclideo sta, però, nell ‘apprendimento sociale, che costituisce il fulcro attorno a cui ruota la nuova concezione di pianificazione. Si tratta di uno strumento fortemente connotato da una carica educativa e formativa per tutti gli attori della pianificazione. L ‘informazione diffusa, la retroalimentazione critica, il procedimento democratico, se correttamente e pazientemente perseguiti sono certamente mezzi di promozione e di crescita culturale i cui effetti non possono che essere benefici per la società civile nel suo complesso.

La figura qui riportata fa la comparazione dei due sistemi di pianificazione.

grafico

Il punto che ora vorrei porre è questo: è possibile attuare questo modello di pianificazione in Italia?

Va detto, intanto, che esso è già stato applicato in altri Paesi, come il Brasile, la Germania e l ‘Australia e sulla teoria è ancora ampio il dibattito tra gli esperti specie per le applicazioni che esso può avere nel campo della pianificazione partecipata, oggi molto sentito. Tra l ‘altro, lo stesso Friedmann (oggi novantenne) nel 2014 ha partecipato personalmente a dei dibattiti su questo argomento come è facile vedere e sentire in rete (vi è persino un video).

Anche da noi, a mio modesto parere, potrebbero esserci i modi di approfondire la questione al fine di introdurre il modello nella nostra pratica oltre che, beninteso, nella legislazione, anche perche ci sono altre ragioni che possono indurre a sperimentare l ‘introduzione del modello, come le mutate condizioni degli aspetti dello sviluppo che attengono oggi, più che alla espansione, alla riqualificazione urbanistica di quartieri o di aree dismesse e, più che allo sfruttamento, al riequilibrio ambientale. E sono questi gli ambiti più consoni alla sua applicazione.

A questo scopo allora mi pare necessario, anzitutto, che il mondo scientifico e accademico, assieme a quello professionale, dibatta il modello e lo approfondisca, sia dal punto scientifico che attuativo, giungendo alla fine ad un modello applicativo che possa tradursi in uno strumento legislativo che, intanto, potrebbe avere applicazione in piccoli interventi locali e cioè, come si è detto ad esempio, nelle riqualificazioni di quartieri o di aree dismesse, con un provvedimento legislativo regionale ad hoc.

In altri termini, il modello potrebbe avere applicazione, intanto, nella pratica della partecipazione e, se e quando il mondo scientifico e professionale maturasse una proposta legislativa globale, si potrebbe portarlo ad un provvedimento di tale tipo sia in sede regionale che statale.

Per chi volesse cimentarsi nell ‘attuazione della proposta, la check-list da percorrere potrebbe essere la seguente.

  • Aggiornamento sulla dottrina di Friedmann ( pubblicazioni, studi, dibattiti, ecc.)
  • Documentazione sulla sua applicazione (esperienze, legislazioni in atto, ecc.)
  • Sistematizzazione della teoria:
    1. Elaborazione teorica
    2. Modi di applicazione
    3. Tempi per l ‘applicazione
  • Proposte attuative e legislative.

Quanto qui propongo è una sfida?

Lo è certamente! Lo è nel senso che essa è frutto di esperienza, ma soprattutto di una tensione verso il futuro, senza la quale, qualsiasi professione e, nel nostro caso, la professione di urbanista non avrebbe senso.

Per usare le stesse parole di Friedmann quando, nel libro citato, conclude l ‘esposizione della sua dottrina, personalmente credo veramente che vale la pena provare,

[1] Le scritte in corsivo sono estratte dal libro citato

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