Napoli o Pompei via Venezia – di Eduardo Alamaro

pompei

1943: i B24 Liberator americani bombardano pesantemente Pompei. Sopratutto gli scavi archeologici. Ritengono che lì si siano asserragliati soldati tedeschi. Pompei poteva fare la fine di Montecassino. Fortunatamente non la fece, comunque gli scavi subirono gravi danni. La guerra è guerra, Isis o Usas che sia.

E ‘ per questo motivo di fine allarme, scampato pericolo, che al 1943 termina il racconto della mostra Pompei e l ‘Europa, 1748 o 1943. Essa ha goduto di due prestigiose sedi espositive: il salone della Meridiana al piano nobile del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e l ‘anfiteatro degli scavi di Pompei.

Il due fini progetti espositivi son dovuti, come è ben noto, a Francesco Venezia ed hanno riscosso gran consenso critico e di pubblico. Soprattutto per la furba piramide installata nell ‘arena dell ‘anfiteatro a Pompei, come fosse una belva da domare.

Un colpo di scena vesuviano, una mostruosità d ‘effetto e d ‘affetto compositivo & massmediatico. Tutto d ‘immediata comprensione, inclusione e accoglienza nell ‘abbraccio dell ‘antica cavea.

Nel tempo del gran tour fu detto fantasiosamente che: il Vesuvio è fabbrica di tutte le nuvole del mondo ÔǪ (e quella piramide-Vesuvio della installazione può sembrare proprio una suggestiva grande fabbrica della fantasia. Forse alla Disneyland, a parco tematico pompeiano, chissà ÔǪ, nda).

Nell ‘estate scorsa, Francesco Dal Co, al riparo dal solleone, sotto l ‘ombrellone di Casabella, (numero di luglio-agosto scorso, che caldo!), ha tessuto adeguati elogi dei due progetti di Venezia.

Successivamente, passata l ‘estate, nella Casabella autunnale (numero di ottobre), Dal Co tesse ancora elogi e trame. Insieme ad Antonio Monestiroli fa il bis per l ‘altra mostra su questa stessa tematica pompeiana by Venezia: Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei, in corso e in corsa al Palazzo reale di Milano. (Fine spot x Casabella, nda).

Napoli centro antico, 28 ottobre scorso – Un mito, non ti muovere, una foto, ÔǪ sei bellissimo così, con questa sciarpetta al collo pomp-pompeiana ….: un sorriso per la PresS/T, fermo, fattoÔǪ gatto … all ‘atto ..

Francesco Venezia ride, si schernisce, sta al gioco  sta seduto in prima fila nella sala conferenze della Scuola di restauro della Federico II di Napoli, situata nel gran coro trecentesco della Chiesa di Donnaregina, accanto al palazzo del Madre, arte contemporanea.

Ma le malandate pitture gotiche del coro, dovute a Pietro Cavallini & C., non sono vissute come arte a noi contemporanea, (ahilui, ahinoi!), tanto che possono andare alla malora come pare di tutta evidenza. Tante promesse  nessun affresco promosso. Campa cavallo che il Cavallini muore 

Si attende che si inizi, ÔǪ difficile inizio del ciclo di incontri dal titolo: Lasciateci divertire (facce ridere, nda): l ‘Arte si riprende la scena (Oltre il pranzo e la cena, nda). Non c ‘è molta gente, la pubblicizzazione dell ‘iniziativa (a cadenza settimanale, fino al 3 dicembre), ha forse avuto qualche affanno…

Alla fine si inizia: introduce Luigi Gallo, poi segue la raffinata Benedetta Craveri, quindi prende la parola Francesco Venezia che si era sistemato nell ‘angolo più remoto del lungo tavolo, forse per una presa di distanza, per avere uno sguardo diagonale, trasversale, sul pubblicoÔǪ chissà?

Lo convincono ad avvicinarsi, ÔǪ celia, finalmente parla ÔǪ mi aveva detto che non sapeva bene cosa dire, che non aveva capito bene il tema dell ‘incontro ma ÔǪ. ma non era vero: Francesco Venezia è un innato attore, ÔǪ e si senteÔǪ e si vede: parla a braccio, a braccetto, come al solito, calmo, sta sereno, ÔǪ qualche volta fa pause interrogative, sospensive alla Woody Allen ÔǪ

Bonario, preciso, ampio (e talvolta empio) nella frase come i suoi progetti, dice (e io annoto per Voi, amici della PresS/T) di aver sposato subito, con entusiasmo, il pensiero scientifico alla base della mostra.

Sottolinea che il successo delle due mostre è dovuto a questo: alla squadra, all ‘armonia che si è stabilita tra la scienza e l ‘arte, tra oggetto e progetto espositivoÔǪ, perche l ‘allestimento è progetto, complicato progetto: non si può fare un allestimento contro la mostra che si intende impaginare (ed immaginare, mettere in scena)ÔǪ.

Procede poi. Confessa che, a cose fatte, a successo ottenuto (Tutti pazzi per Pompei, talora anche in modo stravagante ÔǪ), sta riflettendo su ciò che ha fatto ÔǪ sul progetto espositivo, sull ‘ideazione, sull ‘esecuzione, ÔǪ , come se il tutto fatto e concluso fosse una base, una cassaforte, un tesoro nascosto in cui si è depositato il pensiero per fare altro ÔǪ.; un esercizio fondamentale, questo, indispensabile per procedere, per caricarsi di nuove energie ÔǪ una terapiaÔǪ

Dimenticare Venezia, seppellire Pompei.

C ‘è infatti, secondo Francesco Venezia, una differenza profonda tra la memoria immediata e a breve termine e quella che chiama memoria offuscata, a rilascio lento, come fanno certi medicinali, ovvero il grande tema, lo spazio di tempo, l ‘intervallo, dovuto all ‘Oblio .ÔǪ

In questo senso, in questo spazio, Venezia afferma di aver voluto fortemente che in mostra campeggiasse l ‘assoluto verso del Leopardi vesuviano o chiave per aprire la filosofia dell ‘allestimento tutto o tratto da-da la Ginestra: ÔǪTorna al celeste raggio dopo l ‘antica oblivion /, l ‘estinta Pompei, come sepolto scheletro, cui di terra avarizia o pietà rende all ‘aperto; ÔǪ ÔǪ

Pompei che appunto fu dissepolta dopo 17 secoli di oblio. In questo lungo tempo di nascondimento, quelle rovine si son caricate di energie profonde ÔǪ stando così ben coperte dal tappo di lapillo, come un buon vino che deve diventare champagne (brindiam, brindiam e poi pro-gettiamÔǪ, nda) ÔǪ

Pompei, quindi, città antica quotidiana celata agli sguardi banali ÔǪ; città integra, quotidiana, non consumata dall ‘ovvio della lettura aulica monumentale umanistica ÔǪ Altrove, a Roma, per esempio, sostiene Venezia, non c ‘è stato il tempo del nascondimento, della scomparsa o sospensione del ricordo, della pausa dovuta all ‘oblio ÔǪ e quindi non c ‘è stato il tempo d ‘incubazione della poesia: la Poesia infatti lavora proprio sull ‘oblio (Petrarca: ÔǪ passa la mia nave colma d ‘oblioÔǪ).

Si potrebbe quindi dire, seguendo le suggestioni di Francesco Venezia, che oltre al diritto all ‘oblio (del quale si discute per la privacy in questi tempi), per il buon progettista c ‘è, al contrario, il dovere dell ‘oblio. Solo la memoria oscurata del già fatto può rigenerare le coseÔǪ. nonche le case di Pompei che vivono in noi.

Questa mostra, sostiene Venezia, serve forse infatti per farci scoprire la misura di quanto di Pompei vive in noi  e son sempre cose sorprendenti, congiunzioni profonde nel tempo.

Racconta infatti: Ho creato una sala, uno spazio pausa della mostra, dove non ci sta esposto niente: solo una enorme riproduzione a parete di un disegno del 1921 di un Paul Klee particolarmente pompeiano ÔǪ; ciò anche in risposta a un Klee che ci era stato negato per la mostra ÔǪ; lo feci così, d ‘istinto, perche sentivo che in mostra, in quel percorso espositivo, era comunque necessaria quell ‘opera di KleeÔǪ, quantunque riprodotta.

Poi la sorpresa, la conferma. Venezia afferma di aver letto solo a cose fatte, che nel 1902 Klee, dopo aver visto gli affreschi pompeiani al Museo di Napoli, nel suo diario di viaggio annotava tra l ‘altro: ÔǪ Entrando ero assai turbato. Pitture antiche pompeiane, in parte ben conservate. Quest ‘arte mi è ora tanto vicina (ÔǪ). Sento che questa produzione riguarda proprio me. Tutto questo è stato creato e riportato alla luce per me. ÔǪ

(.. è l ‘uomo per me, l ‘arte per me, fatta apposta per me, sicura di seÔǪ da uomo so già, i progetti che ha, i sogni che fa… Ma ciò che amo in lui, è il ragazzo che, nasconde in se… Mina 1965, per Klee e Venezia, nda)

Si potrebbe forse aggiungere alla notazione originale di Klee del 1902: Esposto qui a Napoli per me, affinche io, proprio io artista, la potessi vedere, per nutrirmi d ‘anticoÔǪ. E non c ‘è dubbio che Francesco Venezia, impaginando la mostra, anzi le due mostre, si sia sentito un Klee, un KleeissimoÔǪ.

Le cose stanno in noi, nel nostro profondo, ricorda appunto, citando a braccio Jung Ed ancora, sullo stesso tema, citando questa volta Stendhal: Dove ha tratto Raffaello la Madonna della seggiola?. Stava sepolta in fondo al suo cuore, si risponde Venezia-Stendhal.

Infine un pensiero per LC, Le Corbusier, che capì e fece tesoro della quotidianità eterna mediterranea di Pompei. Venezia sostiene, su questo punto, che Roma è la città dei monumenti, Pompei è invece la città quotidiana. Città utile, fatta di case, di tante case normali. Sottolinea la dannosa prevalenza della Roma monumentale sulla quella quotidiana, già dai tempi di L.B. AlbertiÔǪ., fino a ieri e ai nostri giorni.

Invece la vera eredità, la vera lezione dell ‘architettura dei romani, è quella quotidiana e moderna emersa nel ‘700 dalle viscere della terra di Pompei. Essa ha continuato a vivere nei secoli nel Mediterraneo d ‘Oltremare, ÔǪ è stata così ereditata ed estesa dagli arabi, che l ‘hanno poi riportata in Europa, ad esempio in Spagna, a Granada ÔǪ ed è giunta fino a noiÔǪ.

Stop, s ‘è fatto tardi. Bisogna chiudere la PresST e la sala della Scuola di restauro di Napoli. La mostra Pompei-Europa al MANN si estinguerà il 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti. Una prece, un lungo oblio secondo il modello Venezia. Quella di Pompei è invece stata utilmente prorogata fino a gennaio, per il gran successo di pubblico.

Saluti, un obolo, un oblio

Eldorado

P.S. – No, falso allarme, Venezia ci ripensa, si riprende il microfono. Dice che le mostre passano, ma la memoria di esse resta. Le mostre camminano in chi l ‘ha vista, forse più degli stessi edifici costruiti ÔǪ; si dilunga ancora in un vero e proprio elogio del provvisorio, del temporaneo, dell ‘effimero che sta nell ‘allestimento di una mostra. Se esso ha qualità di progetto, s ‘intende.

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