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151028 – Nota autobiografica di un architetto calabrese – di Felice Gualtieri

151028 – Nota autobiografica di un architetto calabrese – di Felice Gualtieri

Autore: Felice Gualtieri
pubblicato il 1 Novembre 2015
nella categoria Parole

Non avendo l 'età per un 'autobiografia (classe 1981), queste poche righe vanno intese come una nota sulla mia esperienza di architetto in Calabria. Ho studiato a Roma con Franco Purini, e per un periodo, grazie ad un concorso internazionale vinto, ho lavorato a Torino, per poi decidere, al posto di Berlino, per un 'opzione radicale: quella dell 'architettura in Calabria. Le ragioni teoriche al fondo di questa scelta le ho esposte in un libro, (diffuso su facebook), dove si intrecciano radicalismo e new media, post urbano e rivoluzione digitale. Adesso esercito la libera professione in un piccolo paese della provincia cosentina; sono impegnato su diversi fronti (per la maggior parte privati) ho concluso alcune realizzazioni, con un bilancio tutto sommato positivo. Il tempo di vita nella provincia è scandito da altri ritmi ed altri suoni rispetto ai livelli metropolitani: Il pranzo, la casa, il riposo , un caffè, il bar etc. Non scrivo, però, per narrarvi un idillio, ma questa nota riguarda il sistema di condizioni da vivere quando si opta per l ' architettura laddove l 'architettura non è mai arrivata e nemmeno percepita come necessaria. Considerare l 'architettura come un sistema di vincoli è uno dei modi per affrontare il rapporto tra libertà e regole che portano alla forma. Sono convinto che non esista libertà senza adesione piena ai contesti operativi assunti nel condizionamento sociale, tecnico ed economico. E ' inserendosi all 'interno di un contesto condizionale assolutamente nuovo che si può sperare di far emergere suggestioni e forme. Se il condizionamento tecnico ed economico è quasi universalmente distribuito, quello sociale assume diversi declinazioni che dipendono: dal problema della committenza e dai problemi regionali dell 'architettura, e cioè dall 'insieme di regole sintattiche e di senso che differenziano le costruzione nei diversi ambienti. L 'Italia non ha mai avuto una inclinazione modernista, lo insegna la storia dell 'architettura che è fatta da eccezioni. Se risulta difficile applicare alcuni linguaggi nel territorio italiano, in Calabria è quasi impossibile. I vincoli generano una dinamica repulsiva nei confronti di forme sconosciute e la stessa funzione dell 'architetto è vilipesa spesso a quella di tecnico. Il cosiddetto non finito calabrese sembra si sia così tanto imposto nella percezione collettiva da divenire l 'unico stile uniformemente riconosciuto. L 'imbarazzo nel rapporto con la committenza, quasi sempre impreparata rispetto alle possibilità dell 'architettura, è endemico e diffuso. Tranne per casi più unici che eccezionali, non si ammette alcuna possibilità di redenzione. I giovani architetti italiani escono dall 'università gonfi di modelli che prendono dal sistema iconico dell 'architettura, caricati ed istruiti al linguaggio della contemporaneità imperiale ed internazionale. Sono completamente impreparati rispetto alla differenza, allo studio del carattere locale della costruzione, all 'ascolto del contesto, all 'attenzione per il committente, alla carità per la terra. Sono fondamentalmente impreparati ad affrontare il sistema regionale italiano, quel condizionamento locale che è l 'unica legge che sia possibile servire. Destinati quindi, al sicuro fallimento. Bisogna osservare l 'acqua che insegna l 'arte della flessibilità, dell 'accoglimento delle condizioni, dell 'abbandono del sè per l 'apprendimento di un linguaggio locale. ├ê come se ci ostinassimo a parlare una lingua sconosciuta per comunicare ed esprimere senso; bisogna invece, apprendere quella condivisa, andare a conoscere le forme, i modi, le tecniche gli usi e cioè le regole dell 'architettura locale. Come architetti veniamo formati per il lavoro metropolitano ma mai, e dico mai, veniamo istruiti al contesto regionale. E ' solo attraverso l 'interiorizzazione profonda della regola locale che si può sperare di trovare la formula alchemica della trasformazione. Insistere nel voler importare il linguaggio internazionale nel contesto interregionale è l 'eccezione ma non potrà mai diventare una regola, semplicemente perche non ce spazio per essere realizzata. Ed allora? Bisogna ascoltare senza pregiudizio con una conoscenza profonda che diventa profetica ed attiva, operativa ed alchemica, capace di creare un nuovo linguaggio facendo propria la varietà del mondo, esprimendo il senso, quello che appartiene a tutti.