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150930 o Luoghi dell’Alterità – di Felice Gualtieri

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Nei casi migliori, la città ha la forma di un caos controllato. Si accede a questa condizione per mezzo della progettazione urbana sostenuta da buone politiche (governance). E così che sono nati quartieri come il Vauban a Friburgo o il Bonne a Grenoble, o anche New Songdo vicino a Seul che è uno dei progetti immobiliari privati più grandi del mondo con 65.000 residenti e 300.000 lavoratori. Queste realtà si sviluppano con la pianificazione. Il valore del progetto è inteso come frontiera di civiltà, atto di creazione, emanazione di un ordine politico attento e costruttivo.

Il contesto sociale che indirizza a questi risultati è disomogeneo. Il nord Europa risponde ad un ‘aura di perfezione; lontani anni luce dai fenomeni corruttivi, accusano il resto d ‘Europa (in special modo il sud) di tutto il male possibile. In Asia il modello sociale che porta al piano è radicalmente diverso. Nei paesi arabi, pianificare è un atto di potere: economico politico e rappresentativo; controllare lo sviluppo è come verificare la propria egemonia con un marketing territoriale imposto agli occhi del mondo per uno speciale modo d ‘essere, per un ‘identità culturale. La Cina, al di là del disumano controllo che nasce da una volontà che è emanazione di una finta e vuota legge economica, dimostra come la ricetta della pianificazione si declina in maniera differente nei diversi contesti sociali.

Per il resto il vuoto. Presto, dieci megalopoli comprenderanno da 20 a 30 milioni di abitanti. Qui le regole del piano non funzionano perche lo sviluppo avviene sotto altre leggi. La traccia che si deve rilevare come modello organizzativo standard è che ad un aumento della ricchezza (intesa soprattutto come potere rappresentativo), corrisponde una maggiore estensione di sacche di povertà ed emarginazione.

Nel regno dell ‘anti-piano la crescita risponde a questa regola duale. A sud del mondo, governano spesso violenza e sopruso e non esiste piano che tenga. Organizzare lo spazio è impossibile. E’ lo scacco al re, la dimostrazione che l ‘immenso apparato mondiale, il volto bello dell ‘urbanesimo, ha un doppio oscuro, un luogo governato da un ‘alterità che sa di selvaggio, di esotico. Qui, è soltanto attraverso la costruzione di comunità, attraverso l’iniziativa di associazioni che operano dall ‘interno, che si può rintracciare un ‘attività organizzativa, sicuramente puntuale e per ora relativamente disomogenea.

L ‘urbanesimo, nella sua evoluzione recente (gli ultimi 70 anni), ha mostrato una contraddizione lacerante; ha messo in evidenza, come fattore portante dello sviluppo, la disuguaglianza sociale. ├ê diventato emblema di un sistema economico come macchina non della ricchezza (se non per pochissimi) ma del sopruso e della predazione delle risorse. Il nodo della questione è tutto qui: avevamo un ‘idea di città come emblema del progresso e dello sviluppo, ora l ‘abbiamo persa. Il mondo si è urbanizzato sotto la spinta di potenti leggi economiche che se da un lato avevano promesso l ‘affrancamento definitivo dal lavoro fisico, dalla disperazione e dalla povertà, hanno tradito definitivamente queste aspirazioni.

Parlare oggi di urbanesimo è un crimine, sociale ed umano. E ‘ la sintesi di una legge dello sfruttamento che vede nella soggezione la regola dello sviluppo. Gli architetti, nascondendo i problemi dietro il volto rassicurante di una disciplina che nel disegno, nello stile e nella fama (maledetta) della grande costruzione hanno costruito la bandiera della loro illusione, ne sono complici. Un ‘altra storia va scritta ed è quella di un ‘architettura per tutti. Vedremo se l’occasione di una biennale sociale verrà sprecata allo stesso modo di un Expo dei divertimenti.

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