zevi beinasco

Parto da uno spunto di LPP apparso su Facebook: Il problema della gran parte dei critici di architettura che io conosco è che hanno una scarsa conoscenza filosofica e una minima preparazione artistica, diversamente dai grandi critici delle generazioni precedenti: penso per esempio a Argan, Brandi, Bettini, Zevi, De Fusco, De Seta e forse anche Tafuri e Benevolo. Oggi chi si occupa di architettura spesso sa solo di architettura e poco più. E, proprio per questa eccessiva specializzazione, corre il rischio di capirla poco.

Sono d ‘accordo, certamente, con l ‘idea che un buon critico di architettura debba avere una vasta cultura, e approfondita sul piano filosofico e artistico. Insieme al requisito, a mio avviso difficilmente prescindibile, di aver qualche volta almeno messo le mani in pasta nella disciplina di cui si occupa. Questo perche un buon critico di un ‘arte, generalmente, dev ‘essere anche un po ‘ un artista fallito: deve aver sofferto dentro di se nelle proprie realizzazioni la mancanza di quel quid che l ‘avrebbe portato ad essere un bravo artista, e che dunque sa riconoscere nell ‘opera di altri.

A quello spunto di LPP però mi viene da replicare che questi grandi critici e storici d ‘arte e architettura mi appaiono oggi troppo filosofici. La struttura del loro lavoro (ma anche di altri non italiani quali, per citarne solo due fondamentali per me, Panofsky e Krautheimer) era imperniata su una robustissima formazione filosofica, che per l ‘uomo di cultura del tempo era la base minima di partenza. Sotto quella prospettiva, ogni manifestazione dell ‘operare umano, e dunque l ‘arte e l ‘architettura, era riconducibile (necessariamente) ad un sistema di pensiero, nel suo sviluppo storico. Una visione che si potrebbe definire logocentrica, dove per logos se intenda l ‘ampiezza semantica della parola greca, non traducibile in una sola parola italiana.

Formati su quei testi, incardinati in quella visione del mondo, quelli della nostra generazione (le nostre generazioni? Quanto dura una generazione? Come identificarle?) si sono trovati negli ultimi lustri circa un po ‘ spiazzati.

Questa visione logocentrica, che poi in sostanza può anche definirsi umanistica si fatica a conservarla (tanto da dover sentirla denominare invece umanista). La si sente, nei fatti, sempre più superata da una visione tecnocentrica che valorizza la prassi e i risultati performativi su ogni cosa, e che favorisce appunto l ‘estrema specializzazione disciplinare rifuggendo dalle questioni filosofiche, che possono ridurre l ‘efficienza. Certo, il cavallo da tiro rende meglio e quello da corsa è più veloce, se gli si parano gli occhi. Però chi lo guida?

La questione mi pare della massima importanza, benche poco dibattuta.

In copertina: una immagine della ex biblioteca di Beinasco disegnata da Bruno Zevi, tratta da http://torino.repubblica.it/cronaca/2013/12/29/news/la_biblioteca_di_einaudi_abbandonata_a_beinasco-74694030/

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